Arte Artificiale

DALLA RUBRICA CAVALLI DI TROJAN PER L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE
Dal numero dell’Indice dei Libri del Mese di ottobre 2017

Due cose sembrano destinate a crescere: la “stupidità” umana e “l’intelligenza” delle macchine. Iniziamo ormai a essere avvezzi all’idea che, in un futuro certamente prossimo, le macchine intelligenti potranno abilmente sostituire molte professioni automatizzabili o derivanti da un processo. E non si tratta solo di cassieri, camerieri, operai o braccianti perché nemmeno avvocati, traduttori, commercialisti, consulenti finanziari e analisti possono fare sonni tranquilli: tutte professioni potenzialmente razionalizzabili in algoritmi più o meno complessi in grado di processare un numero definito (anche se grande) di variabili.

Quelle che finora hanno goduto di una specie di incolumità dalla minaccia delle macchine, sono le professioni che richiedono talento, ossia i creativi e gli artisti. ‘arte è prerogativa umana, si pensa, e l’atto estetico della creazione è un processo che è impossibile da automatizzare. E se fino a qualche anno fa gli artisti, compositori o pittori, avrebbero trovato ridicola e folle l’idea di essere sostituibili da macchine, o anche solo di lavorare al loro fianco, oggi dovrebbero rivalutare la loro presunta prerogativa di esclusiva sulla produzione autoriale e guardare con consapevolezza e curiosità l’avvento dell’arte artificiale.
In verità, gli algoritmi già scrivono romanzi e poesie, disegnano e quest’anno anche la musica prodotta da intelligenze artificiali muove i primi passi degni di considerazione. Il primo singolo di musica artificiale è stato pubblicato da Sony in collaborazione con Flow Machines ed è stato creato da un algoritmo che è partito da una selezione di brani dei Beatles. Si intitola Daddy’s Car.

Anche Shimon, il piccolo robot creato da Gil Weinberg, direttore del Georgia Tech’s Center for Music Technology, è capace di comporre o suonare musica originale ed è stato addestrato con un catalogo musicale più esteso di quello dell’autore artificiale di Daddy’s Car, incamerando spartiti di jazz, musica classica, pop dai Beatles e Lady Gaga.
Risultati così impressionanti in ambiti apparentemente tanto umani come la composizione musicale sono possibili grazie a tecnologie come TensorFlow, il sistema più avanzato di machine learning creato da Google che dal novembre 2015 è diventato liberamente accessibile.
Già nel 2016 Google aveva mosso qualche passo nel mondo della musica, pubblicando una traccia composta dall’intelligenza artificiale sviluppata dal team GoogleMagenta.
La cosa interessante era che la traccia elaborata dalla macchina seguiva una struttura melodica e armonica moderna con variazioni sul tema che mostrava giù un complesso livello di composizione.

In un anno né è stata fatta di strada e viene da chiedersi cosa trasmetteranno le radio nei prossimi decenni. Insomma, queste macchine, oltre che sempre più intelligenti, diventano sempre più capaci di imitare comportamenti che pensavamo solo umani. Su The Guardian, Stuart Dedge commenta chiedendosi se, in futuro, non diventeremo schiavi di macchine che comporranno per noi melodie, sinfonie e hit. Direi di no: al contrario, l’intelligenza artificiale è una grande opportunità per proiettare il nostro intelletto verso nuove sfide. Sarebbe perciò bene iniziare a presumere la necessità di avere le conoscenze adatte per affrontare un mondo in cui l’intelligenza artificiale non può essere più trascurata o ignorata perché destinata a diventare una tecnologia che investe ogni angolo della nostra vita e del nostro essere/fare.
L’Università di Londra propone un nuovo corso in Machine Learning for Art and Music. È un inizio.

Sloweb 22 novembre – Storie e memoria. Il tempo del web

Dopo il grande successo del primo convegno Sloweb, tenutosi il 31 maggio presso Rinascimenti Sociali, questo mese, il 22 novembre presso il Cinema Fratelli Marx di Torino si svolgerà il secondo appuntamento promosso da Sloweb: “Storie e Memoria. Il tempo del web”.
Ancora una volta, sarà una tavola multidisciplinare interpellata da Sloweb a essere protagonista del dialogo. Saranno presenti esperti, giornalisti, manager e professori, i quali si alterneranno in interventi riguardanti l’importanza delle storie e della memoria nell’era digitale. L’evento inizierà alle 16 e si concluderà alle 19.

È possibile prenotarsi all’evento attraverso Eventbrite. Oppure segnalare la propria presenza attraverso l’evento su Facebook.

L’evento è organizzato con la collaborazione di Slowcinema, Mamre e il Nodo group.

Visita il sito di Sloweb per maggiori informazioni e consulta la pagina eventi Sloweb per rimanere sempre aggiornato sui prossimi appuntamenti.

La premessa

Viviamo in un periodo storico di profondi cambiamenti culturali e identitari che gravano intorno alla gestione dell’informazione, della conoscenza e dei dati. A causa del digitale gli strumenti che per secoli hanno contribuito all’evoluzione della civiltà umana stanno subendo una completa rivoluzione: gli archivi si trasformano in cloud; gli epistolari si riducono in chat; le foto scadono in selfie e tutto diventa pericolosamente liquido, quasi gassoso.

È nostro diritto e dovere fermarci e riflettere su come cambiano le storie e la memoria di ognuno di noi con l’avvento di nuove tecnologie e nuove abitudini; come salvare i valori, ciò che della storia passata può servire nel presente e nel futuro. Che legame esiste tra uso, o abuso, delle tecnologie e degli strumenti digitali e il deterioramento della nostra memoria? Come il web sta trasformando la nostra identità storica e la nostra capacità di farne strumento di miglioramento?

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Il programma

Federico BottinoIntroduzione

Pietro Jarre (Sloweb): Non c’è memoria senza selezione, non c’è libertà senza memoria. L’uso ecologico dei dati

Aldo Cazzullo (Rizzoli — Corriere della Sera): Dialogo tra un padre e i figli al tempo dello smartphone (Metti via quel cellulare) — video

Mario Perini (Il Nodo group): Memoria, identità: psiche e storie — video

Peppino Ortoleva (Università degli studi di Torino)Media, memoria, selezione

Gaetano Renda (Slowcinema): Storie, storie di cinema e film. La rivoluzione del digitale [Include la proiezione del cortometraggio Uscita di sicurezza]

Cynthia Sgarallino (La Stampa): Selezione e scelta dei materiali; la preparazione della mostra per i 150 anni de La Stampa

Lea Chambers Volpe (eMemory): Five key steps to use at best digital tools in preparing personal stories

Francesca Vallarino Gancia (Mamre Onlus): Sulle navi nello stretto di Sicilia. Storie da salvare

Il terrore ai tempi del clickbait

DALLA RUBRICA CAVALLI DI TROJAN PER L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE
Dal numero dell’Indice dei Libri del Mese di settembre 2017

Nell’era dei social network uno dei fenomeni che in assoluto alimenta di più il dibattito sordo degli utenti (il cosiddetto engagement) è la morte violenta e in particolare le uccisioni di massa. Poiché si tratta di un evento che si presta meglio di altri alla narrazione spettacolare e in certi casi fantasiosa, per non dire fantastica, coloro che da sempre si occupano professionalmente di diffondere e raccontare vere e false verità tendono ad approfittarsene per protagonismo o più semplicemente per lucro. Analizzando infatti gli articoli che narrano i recenti fatti di Barcellona, risulta infatti evidente, come già era avvenuto per Nizza, Parigi, Londra, una vera e propria dialettica ansiogena e islamofobica. Nei giorni che seguono qualsiasi attentato di matrice islamica su suolo europeo è comune incontrare titoli sui giornali pensati per comunicare ai lettori ansia, insicurezza, instabilità e la sensazione di essere minacciati. Già nel 2015 l’Associazione Carta di Roma condusse uno studio in cui si analizzavano 1.452 titoli di prima pagina a tema “terrorismo islamico” dei sei principali quotidiani nazionali. Il 47% dei toni era “allarmistico”, i servizi dei telegiornali riguardanti l’argomento erano quadruplicati e lo spazio delle notizie sul terrorismo era aumentato, a seconda dei giornali, dal 70% al 180%. Il Giornale e l’Avvenire guidavano la classifica. Di fronte agli episodi di terrorismo islamico sembra che il nostro senso di impotenza sia più intenso e pervasivo così da farci cadere nella dialettica dicotomica tanto cara all’Occidente post-Cristiano. Bene-male; salvatori-oppressori; martiri-terroristi; democrazia-stato totalitario. Eppure, persino in questa spartizione assiologica siamo pigri ed eurocentrici e nell’ultima decade ci siamo fatti ingenuamente guidare, nella raccolta e selezione dell’informazione, da aziende informatiche che operano nel mercato della comunicazione e dei contenuti web. Queste monetizzano la propria audience tramite le inserzioni pubblicitarie e stabiliscono la targettizzazione dei contenuti attraverso la profilazione degli utenti. Tanti click, tanti quattrini. Raccontare un’emozione che è già presente nell’ambito di un gruppo sociale o politico in modo ansiogeno porterà più click.

Gli utenti vengono perciò intrappolati in celle emotive-monoculturali in cui il senso critico risulta di fatto annichilito. Le redazioni lasciano spazio al sensazionalismo e alla tragedia; il giornalismo diviene teatro multimediale. Si è sviluppata dunque una vera e propria semantica del terrore islamico. Sono spesso usate parole come “kamikaze”, “attentato”,“mirino”, “distruzione”, “caos” e altri termini che dipingono una situazione fuori dal controllo. Il che è ulteriormente paradossale dal momento che che viviamo nel periodo storico in cui vi è il minor numero di morti per operazioni militari o paramilitari e quindi anche attentati terroristici. Ciò che tuttavia risulta  particolarmente scoraggiante è che questa dialettica  viene impiegata solo quando si parla di atti di (presunta) matrice islamica. Quando a pilotare l’auto è un suprematista bianco, affiliato a gruppi assimilabili al Ku Klux Klan, i titoli dei giornali sono calmi, razionali, rassicuranti. Si racconta di un “pazzo” che compie un gesto “folle”. In certi casi il soggetto non è l’attentatore, bensì la sua auto. L’auto-killer del suprematista bianco che travolge la folla. Anche Trump nelle sue dichiarazioni non usa la parola terrorismo o altre legate alla sfera semantica del terrore islamico. Dopo i fatti di Charlottesville, si scandalizzano i repubblicani che chiedono al presidente di chiamare il diavolo con il suo nome: terrorismo. Ciò che è certo è che non è Trump la causa di questo doppio trattamento. Anzi, Trump è una vittima dell’unico strumento carnefice a cui Trump deve la presidenza e i signori dell’Isis la fama: i nuovi media.

Millenovecentottanta Orlando

DALLA RUBRICA CAVALLI DI TROJAN PER L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE
Dal numero dell’Indice dei Libri del Mese di luglio-agosto 2017

Durante la trentesima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, all’interno del programma Prospettive Digitali coordinato da Giorgio Gianotto, l’avvocato penalista Carlo Blengino ha accennato, alla fine della sua conferenza, al ddl Orlando sulle intercettazioni. Il ddl permette al potere giudiziario di promuovere attacchi malware, finalizzati a penetrare nei dispositivi degli indagati per estrarre informazioni che possano essere utilizzate nelle indagini. Ciò che correttamente l’avvocato Blengino sottolineava è la preoccupante leggerezza con cui si guarda alla potenzialità di attacchi hacker di stato. Se si prova a fare un rapidissimo e non esaustivo elenco delle informazioni che un “funzionario” di stato potrebbe sbirciare accedendo al vostro profilo si potrebbero menzionare la lista dei contatti e delle chiamate (durata, frequenza, perse, rifiutate), ogni tipo di messaggio, dalle mail agli sms, Whatsapp, Telegram, Snapchat, Messenger, Hangout o qualsiasi altra applicazione di messaggistica istantanea (criptata o meno), le password di accesso di tutti i profili e gli account, sincronizzati con il dispositivo. Senza dimenticare il pieno accesso ai contenuti multimediali (sul dispositivo e sui vari cloud sincronizzati con esso) come foto, video, audio e note vocali, nonché la cronologia web: le pagine che abbiamo visitato, le ricerche, i download. La spia informatica conoscerebbe, inoltre, tutti i posti in cui siamo stati e per quanto tempo, quanto ci abbiamo messo ad arrivare e persino con chi eravamo.

Di fronte a questo sconcertante strumento di controllo stupisce il fatto che i politici sembrino volgere la loro attenzione principalmente alle intercettazioni telefoniche, ritenendo l’hacking uno strumento aggiuntivo tutto sommato marginale. Infatti il ddl non specifica i metodi o le regole entro le quali dovrebbero operare, durante (e dopo!) il trattamento dei dati, i presunti operatori; che, si dà il caso, potrebbero anche essere dipendenti di una ditta privata che fornisce una consulenza al pubblico ministero, il quale non avrebbe vincoli specificati che impongano l’obbligo di operare solo per mezzo di strutture pubbliche.
Ora, pur senza cadere in alcuna forma di complottismo, è evidente che esiste un problema di insufficienza culturale circa la materia digitale e informatica, in relazione alle grandi opportunità che permette di cogliere e ai terribili rischi che si potrebbero correre laddove non ci si muova con coscienza e consapevolezza. Il libero accesso a un dispositivo personale può rivelare, sulla vita privata del suo possessore, molto più di qualsiasi precedente tecnologia o metodologia di intercettazione o spionaggio. Risulta, quindi, davvero preoccupante il fatto che il potenziamento dei mezzi di controllo da parte del sistema giudiziario non sia accompagnato di pari passo  da un incremento delle garanzie giuridiche di tutela rispetto ai nuovi sistemi di controllo. Nell’Italia degli scandali, degli opinionismi estremi e dell’allarmismo populista, appare davvero strano che sussista un’atmosfera lassista rispetto al fatto che non saranno più soltanto le multinazionali del silicio ad avere potenzialmente pieno accesso a ogni nostra informazione riservata ma anche gli stati e le polizie. Ma il problema non è solo italiano e provvedimenti simili sono già realtà in altri paesi. Certamente lascia di stucco il fatto che la macchina del welfare ammetta anche solo come ammissibile l’idea di annichilire la tanto decantata “privacy” facendo uso di malware, spesso difficili da controllare, in virtù di un maggiore controllo.
Quando era Orwell a scrivere della psicopolizia di 1984, lo scrittore britannico immaginava un organo di polizia capace di controllare i subordinati di un grande (e unico) partito centrale e parlava di schermi, utilizzati per indottrinare ma anche per spiare i cittadini. Sebbene Orwell già parlasse di psicoreato, e quindi proiettasse la reale possibilità di subire nel futuro una qualche forma di coercizione rispetto a informazioni riservate intercettate da un sistema centrale totalitario, ciò che lo scrittore inglese non poteva immaginare era l’incredibile mole di informazioni personali che sarebbero state in grado di estrarre le polizie del futuro, né tantomeno avrebbe potuto prevedere la facilità con cui questi provvedimenti avrebbero attecchito nei codici penali e nei regolamenti giudiziari, senza una grande o appassionata opposizione da parte di colore che sostengono di promuovere i diritti civili. A mettere in pericolo i valori della democrazia non sono solo i privilegi di classe, gli obblighi sanitari o la finanza strutturata, bensì la noncuranza nel prestare attenzione al fatto che chi controlla il passato, controlla il futuro e chi controlla il presente, controlla il passato.

Salviamo la rete! Oggi è il giorno per la “neutralità della rete”

Leggi l’articolo originale sul blog di eMemory, la tua casa digitale. 

Oggi, 12 luglio, è un giorno importante per chi si occupa di web e di digitale. Oggi si festeggia (o si promuove?) la “Neutralità della Rete”.
L’iniziativa Day Of Action to Save Net Neutrality nasce in America a opera di alcuni dei maggiori player del digitale mondiale, come Facebook, Twitter, Amazon, Google, Pornhub, Vimeo, Kickstarter, GitHub, Netflix e molti altri.
L’evento vuole contrapporsi alla decisione della Federal Communications Commission, e al suo presidente Ajit V. Pai, che ha intenzione di porre fine ad alcune politiche governative americane che stabiliscono a tutti gli effetti il carattere “neutrale” della rete.

Nonostante la tecnologia Internet nasca per un uso inizialmente solo militare, oggi è diventata una delle tecnologie che più, nella storia dell’uomo, ha influenzato le nostre vite quotidiane, il nostro modo di concepire il mondo, le informazioni e, con l’avvento dei Social Media, anche il nostro modo di relazionarci.

Internet è un mezzo potentissimo che deve avere come scopo quello di operare un’ampia manovra di diffusione, condivisione e promozione della conoscenza e delle informazioni. Per questo è fondamentale che tutti (esperti, professionisti, appassionati, amatori) si uniscano nella lotta per preservare la rete in quanto bene comune, di tutti; e non un privilegio profittevole per pochi.

eMemory si batte per una rete sicura, responsabile e che punti al benessere collettivo. Visita il sito di eMemory e scopri la nostra filosofia aziendale

La neutralità della rete è essenziale per l’educazione, l’economia e per i movimenti sociali e politici di qualsiasi sorta ed è decretata dall’ Open Internet Order, firmato nel 2015 dal governo Obama.

Oggi però l’amministrazione Trump e le multinazionali che appoggiano il suo governo stanno facendo pressione per revocare gli storici accordi che sanciscono la neutralità della rete.

eMemory sostiene la Neutralità della Rete e tutte le iniziative che hanno come scopo di rendere il web un luogo di benessere collettivo e comunitario.

Anche per questo eMemory promuove l’iniziativa Sloweb.

Cosa può fare ognuno di noi di concreto nel suo piccolo?

Aderisci alla lettera per la Web Neutrality!
  1. Firma la petizione per salvare la neutralità della rete.
  2. Unisciti alla Brigata di Twitter e concedi il permesso a Battle for the Net di postare dal tuo account Twitter (solo una volta!) importanti aggiornamenti sulla battaglia per la neutralità della rete (potrai disattivarlo quando vorrai).
  3. Se hai un sito, puoi installare questo widget che incoraggia i visitatori a prendere parte alla lotta per la neutralità della rete. Puoi anche semplicemente piazzare un banner che rimandi ai contenuti della petizione. Se hai un app puoi mandare ai tuoi utenti una notifica push, linkando a BattleForTheNet.com.
  4. Puoi anche pubblicare un video in cui racconti perché secondo te è importante preservare la neutralità del web, creando un link che rimandi alla Battle for the Net, oppure puoi postare sui tuoi profili social uno dei video da 30 secondi già prodotti che troverai cliccando a questo link (scaricabili da Drive).

Insieme, possiamo sconfiggerli.

Sloweb — Verso una rete responsabile il 31 maggio a Torino

[Leggi l'articolo originale sul blog di eMemory]

Perché Slow Web?

L’obiettivo è dare vita a un movimento d’opinione per promuovere un Internet più sicuro, sostenibile e responsabile. Rendere il web più slow.
Nel mondo del web 2.0, dei social network, delle chat istantanee, dei selfie e del cloud di massa, sembra sempre più imminente la minaccia di un web controllato da un gruppo ristretto di persone e aziende private che spremono gli utenti e le loro informazioni per offrire servizi sempre migliori agli inserzionisti. Il web nasce come strumento di condivisione della conoscenza e come ulteriore esercizio e strumento di libertà e socialità. Come ha segnalato l’inventore di Internet Tim Barners Lee, la perdita del controllo sui nostri dati minaccia il carattere democratico del web. Le tecnologie di ICT sono senz’altro una grande opportunità ma se utilizzate per perseguire fini privati senza una regolamentazione e senza una presa di coscienza e una capacità di giudizio critico da parte degli utenti, il web rischia di tramutarsi in una trappola di controllo e distrazione di massa, potente come nessun’altra.

L’evento

Sarà questo mercoledì 31 maggio che inizierà l’avventura di Slow Web.
Alle 18:30, all’interno della splendida cornice di Rinascimenti Sociali, in collaborazione con SocialFare, trascorreremo un momento di dialogo su importanti temi relativi al mondo della rete, confrontandoci con ospiti davvero d’eccezione.

eMemory, la prima piattaforma per la protezione dei ricordi digitali e la custodia dell’eredità digitale, in collaborazione con SocialFare, primo incubatore per imprese a impatto sociale, ha organizzato una tavola rotonda, coinvolgendo alcuni prestigiosi esperti del mondo digitale, affinché del digitale siano note le sue problematiche, le sue potenzialità, le sue opportunità ma anche i rischi che ne derivano.
Dopo una breve introduzione, 6 interventi a cura dei 6 ospiti, della durata di 12 minuti.
A seguire, rinfresco offerto da eMemory.

Puoi prenotarti all’evento su Eventbrite oppure su Facebook. Di seguito i link!

Ti segnaliamo inoltre che dalla pagina ufficiale di eMemory verrà trasmessa la diretta Facebook dell’evento e degli interventi.

Il Programma

Presentazione e ringraziamenti: Federico Bottino e Pietro Jarre

Peppino Ortoleva: sul tema “utenti del web, il bosco, le prede, i comportamenti, come padroneggiare gli strumenti del web?” (video trasmissione)

Jacopo Mele: sulla fiducia — Il rapporto fra uomo e macchina

Carlo Blengino: sulla privacy, diritti e digitale, i rischi della trasparenza. I problemi di governance nel mondo digitale

Guido Avidgor: sul tema “comunicazione e social, come sono destinati a cambiare i nostri comportamenti rispetto a come stanno già cambiando le nostre forme di comunicare

Paolo Jarre: Informazione, comunicazione, in/trattenimento; l’evoluzione additiva di un oggetto neutro. Il ritiro sociale tra esclusione e protezione. Riflessioni e suggerimenti

Pietro Calorio : sui termini e condizioni delle piattaforme del web, come evitare di essere prede inconsapevoli”

Giovanna Giordano: sulle parolacce del computer. Come sopravvivere alla rivoluzione digitale, imparare qualcosa ed essere felici

Modera: Federico Bottino

Rinfresco offerto da eMemory

Il giorno in cui il computer scrive il romanzo

DALLA RUBRICA CAVALLI DI TROJAN PER L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE

Dal numero dell’Indice dei Libri del Mese di maggio 2017

Lo scorso mese avevamo parlato delle intelligenze artificiali che leggono, analizzano e categorizzano le trame, scelgono quali manoscritti pubblicare. Questo mese andiamo dall’altro lato della scrivania e parliamo delle macchine che scrivono narrativa. I software di scrittura automatica non sono di certo una novità.
Già da qualche anno questa tipologia di software è ricorrente nella attività editoriali digitali, soprattutto nel mondo delle news e dei comunicati. Fino a qualche anno fa gli esperimenti sulle intelligenze artificiali venivano, per l’appunto, condotti su testi non letterari; le notizie, gli articoli web, gli articoli di approfondimento e lo UGC (User Generated Content) costituivano il materiale che veniva dato in pasto alle IA affinché queste ultime fossero in grado di produrre del contenuto originale. I software di scrittura automatica per certi contenuti e certe mansioni vengono ampiamente utilizzati, riducendo lo sforzo di redazione umano. Oggi si pensa a estendere verticalmente il campo di scrittura assegnato alle macchine, sino a varcare la sacra soglia della narrativa, e, perché no, provare a far scrivere a una macchina qualche racconto breve, magari un romanzetto. Coloro che pensano che la letteratura sia una prerogativa umana stanno per subire un brusco risveglio e la tanto divinizzata e ipostatizzata “creatività”, risulta sempre più come una condizione statistica e non metafisica.
Altresì siamo portati ad associare l’idea di “creatività” a certi strascichi semantici dell’idealismo tedesco (genio, ispirazione, arte, eccettera). Tuttavia la ricerca sta procendendo verso una direzione secondo la quale la creatività potrebbe essere null’altro che un risultato matematico dato da una combinazione di informazioni filtrate e ordinate secondo una certa capacità critica e estetica, a sua volta deducibile dalla provenienza geografica e storico-culturale del soggetto.

robot scrittore
Proprio a questo proposito, Margaret Sarlej nel 2014 aveva condotto uno studio per l’Università australiana di New South Wales che aveva dato vita a MOSS (Moral Storytelling System). MOSS è un software in grado di scrivere favole in autonomia partendo da una determinata “morale” che si vuole trasmettere al lettore. MOSS può spaziare fra 22 emozioni che gli permettono di dare maggior profondità ai personaggi e un più forte coinvolgimento rispetto alla trama, oltre al fatto di garantire una coerenza con la morale prescelta al momento dell’avvio. Benché il software presenti alcune criticità e patisca certi casi di ambiguazione rispetto a personaggi, eventi o luoghi, il risultato del contenuto prodotto in automatico è sorprendente ed è senz’altro una storica base per il mondo delle writing machine.
D’altro canto, i problemi dati dalle ambiguazioni sono spesso causa della mancanza di un “senso comune” da parte della macchina: se un umano, per esempio, vede un altro umano in uno stato di sofferenza, questo evento generà nella mente del primo tristezza o pietà; una macchina deve essere istruita sulla tipologia di evento e sulla consequenzialità dell’emozione da provare (secondo il senso comune). Questo processo, alza l’asticella della complessità ma al tempo stesso ci aiuta a studiare come funziona la nostra mente e come procede nell’associazioni di informazioni il cervello umano, anche per quanto riguarda lo sforzo creativo.
Forse il risultato più significativo è stato raggiunto da un team giapponese di ricercatori della Future University Hakodate, i quali hanno iscritto al concorso letterario Nikkei Hoshi Shinichi (unico concorso aperto non solo a umani ma anche robot, animali e alieni) un computer, autore di un romanzo breve. I ricercatori giapponesi hanno fornito alla macchina modelli letterari più dettagliati, pre-settando personaggi ed eventi per dare più precisione alla redazione della storia e minimizzare i casi di ambiguità. Sta di fatto che l’opera dell’Intelligenza Artificiale ha superato le prime selezioni del concorso ed è giunta, con grande sorpresa di tutti, in finale. Sono stati presentati 1,450 romanzi di cui 11 robotici ma solo «Il giorno in cui il computer scrive un romanzo» è stato scelto.
Il romanzo della macchina, termina così: «Mi contorcevo di gioia, che ho sperimentato per la prima volta, e ho continuato a scrivere per l’eccitazione. Il giorno in cui un computer ha scritto un romanzo. Il computer, mettendo la priorità sulla ricerca della propria gioia ha smesso di funzionare per l’uomo».
Promessa o profezia?

Il mio agente letterario è un algoritmo

DALLA RUBRICA CAVALLI DI TROJAN PER L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE

Dal numero dell’Indice dei Libri del Mese di aprile 2017

Quasi mezzo secolo è passato da quando Chomsky scriveva le prime tesi sulla grammatica generativa e. Gli anni ’60 del novecento hanno visto un rapido evolversi dei linguaggi, idiomatici ma anche matematici e informatici. La scienze dell’informazione e dell’automazione in quegli anni affondano le proprie radici, le stesse che avrebbero poi costituito la rivoluzione dell’industria 4.0 in auge oggi. Ma se a un ingegnere di Ford poteva sembrare tutto sommato verosimile che nel futuro prossimo una macchina avrebbe sostituito tutti i suoi operai; risulta certamente difficile immaginare che Giulio Einaudi preventivasse il fatto che in quello stesso futuro, certi robot sono impiegati ad avvitare bulloni altri robot leggono – e selezionano – manoscritti.
Si chiama “data driven publishing” (editoria guidata dallo studio di dati aggregati) ed è uno degli orizzonti spaventosi e inconsueti che si stagliano davanti all’incerto futuro dell’editoria. L’analisi sulle opere letterarie non è tuttavia cosa nuova: Carlo Gozzi nel settecento aveva, in seguito a un ampio studio, ricondotto il numero delle trame possibili a 36. Secondo Christopher Booker, autore di The Seven Basic Plot Structures le trame scendono a 7. Stando però a una recente ricerca basata su 50 mila testi, condotta dal professore Matthew Jockers, dell’Università Nebraska-Lincon, solo il 10% dei risultati rispetto alle trame analizzate lascia pensare a sette archetipi di trame. Il 90% dei risultati lascia evincere che le trame archetipali siano solo 6.

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Il professore spiega dunque come, ammessa la razionalizzazione delle trame-archetipo, sia possibile sperimentare una vera e propria fenomenologia rispetto agli aspetti commerciali, sociologici e, ovviamente, editoriali di un best seller; rispetto ai suoi lettori di riferimento e al suo contesto storico culturale. Questo renderebbe quasi possibile la prevedibilità, dato un insieme di testi inediti, rispetto a quali possibili trame possano attecchire meglio o peggio su un dato pubblico in un certo contesto. Una start up tedesca, Inkitt, ha scommesso proprio su questo tipo di tecnologia e ha deciso di puntare tutto sull’automazione dello scouting letterario. Inkitt sostiene di aver fatto un’analisi comparata molto approfondita relativa a numerose trame di storici best seller. Questo studio ha prodotto dei dati che, in seguito a una comparazione con i testi più contemporanei, sarebbero in grado di essere razionalizzati in un algoritmo programmato con lo scopo di individuare e predire quale manoscritto abbia le carte in regola per diventare il prossimo best seller.
Fantascienza? No, si chiama machine learning. O rete neurale profonda artificiale, dir si voglia.
La scienza informatica è giunta a un livello per il quale non solo le macchine possono vantare una potenza di calcolo inenarrabile, ma riescono anche a creare delle connessioni complesse fra i vari dati immagazzinati, creando internamente ciò che noi umani chiamiamo “conoscenza”. Il machine learning è ciò che permette alle intelligenze artificiali di sviluppare una capacità di analisi e di logica, sempre più critiche. Sempre più umane. E a quanto pare alcune già leggono e analizzano trame. Come nel caso appunto di Inkitt che, intanto, il suo primo “best seller” lo pubblicherà con, in co-edizione con Tor Books. L’uscita del primo libro di narrativa selezionato da un algoritmo sarà una adult fiction firmata da un texano, Eric Swan, e la sua uscita è prevista per l’estate di quest’anno. Si intitola Bright Star. Si spera che lo legga anche qualche umano.

Ci stiamo disabituando alla privacy. Parola di Berners-Lee

Un quarto di secolo è ormai trascorso da quando Timothy John BernersLee inventò Internet. Lo aveva immaginato come un vero e proprio strumento di democratizzazione: una mastodontica piattaforma aperta che avrebbe permesso a tutti di connettersi e condividere informazioni con chiunque.
Se proviamo a pensare com’era vivere senza, ci rendiamo conto che Internet è stata una delle più grandi invenzioni di tutta la storia dell’umanità e ci ha reso possibili cose che prima si potevano solo raccontare nei romanzi di fantascienza. Ma ogni rivoluzione ha delle ombre e certe nascondono una crudele dittatura. Il fondatore del WWW individua tre pericolose criticità che mettono a rischio la vocazione democratica e comunitaria dell’Internet: la perdita di controllo sui nostri dati, la diffusione di notizie false e l’ eccessiva vicinanza tra politica e pubblicità.

Ci sarebbe tanto da scrivere su tutti e tre i problemi individuati da Tim.
Per una questione di pertinenza approfondiremo solo il primo punto, ovvero la perdita di controllo sui nostri dati personali; faccenda che sta molto a cuore anche -soprattutto!- a eMemory.

LEGGI IL MANIFESTO DI eMEMORY

Tim Berners-Lee spiega che diversi siti e servizi web offrono contenuti gratuiti in cambio di dati personali. I modelli di business di queste imprese “innovative” si basano proprio su quei dati confidenziali: sulla loro vendita e sulla profilazione degli utenti, al fine di fornire delle liste segmentate con una precisione utile a perfezionare le campagne marketing acquistate dai clienti.

Ed ecco come la semplice iscrizione a un forum o la sottoscrizione a un servizio gratuito, si tramuta nel medio periodo in chiamate dai call center e mail di spam a tutta birra.

Se a tutta questa bolgia di interessi privati, aggiungiamo poi il potere dei soggetti pubblici, il problema si inasprisce.

Il controllo dell’informazione già nel novecento era di per sé una delle caratteristiche dei regimi autoritari che cedevano il passo al controllo e alla coercizione,a discapito della libertà, che fosse di stampa, di parola o di pensiero. Le società, i governi e le istituzioni che raccolgono milioni di contatti, già oggi si stanno addentrando in un nuovo mondo del controllo, molto più vicino ai controllati e decisamente più invasivo e spaventoso.
Impallidirebbe Orwell nel sapere quante cose Google sa di noi. Di chi siamo, dove siamo, quando ci siamo, con chi e quanto tempo ci abbiamo messo per arrivare lì.
Avrebbe un mancamento Huxley vedendo come le persone si inebriano dei contenuti privati degli altri, regalandone a loro volta di propri. E quindi giù a postare i propri pensieri, i propri ricordi, le proprie foto sui server di un’azienda californiana come Facebook che null’altro fa se non profilarci il meglio possibile per vendere dei pacchetti pubblicitari sempre più efficienti.

Secondo Tim Berners-Lee infatti ci siamo desensibilizzati nei confronti della privacy e non comprendiamo più i vantaggi che avremmo dalla possibilità di avere il diretto controllo dei nostri dati e dalla possibilità di scegliere con chi e quando essi vengano condivisi.

This widespread data collection by companies also has other impacts. Through collaboration with — or coercion of — companies, governments are also increasingly watching our every move online and passing extreme laws that trample on our rights to privacy. In repressive regimes, it’s easy to see the harm that can be caused — bloggers can be arrested or killed, and political opponents can be monitored. But even in countries where we believe governments have citizens’ best interests at heart, watching everyone all the time is simply going too far.

L’informatico inglese fa certo riferimento ai recenti scandali riguardanti la CIA e gli abusi sulla privacy da parte dell’agenzia di Intelligence americana. Se riteniamo quindi fattuale e concreta la potenzialità di un totale controllo dell’informazione, anche di quella privata, attraverso la tecnologia, vedremo che non è necessario andare in Nord Corea per sentire il rumore della democrazia che langue.

Questo è uno dei principali motivi per il quale bisognerebbe valorizzare i servizi web che agiscono con trasparenza e sensibilizzano i loro utenti circa l’utilizzo e il controllo delle informazioni e dei dati personali.

L’editore degli editori

DALLA RUBRICA CAVALLI DI TROJAN PER L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE
Leggi l’articolo originale sull’Indice.

di Federico Bottino

dal numero dell’Indice dei Libri del Mese di marzo 2017

Alcuni editori sostengono che il digitale è marginale. La cosa è in parte vera, in parte falsa. Se si parla del libro come oggetto, risultato di una filiera produttiva che dall’editore giunge alle librerie passando per tipografie e reti distributive, allora è vera. È invece falsa o, perlomeno, fuorviante se si intende il libro come testo, il testo come fonte d’informazione e l’informazione come insieme aggregato di dati accessibili.

Se un editore utilizza il web per farsi conoscere, le informazioni vengono distribuite attraverso i siti e i suoi testi (o le anteprime) vengono raggiunti, e letti e usati, per mezzo dei siti stessi. Nella sua accezione tradizionale, l’editore è un collettore di contenuti. Oggi gli editori si trovano a essere non solo collettori, ma soprattutto contenuti, collezionati a loro volta da collettori digitali, assai più grandi. Negli ultimi anni alcuni soggetti della filiera produttiva del libro-oggetto (in primis le librerie, in parte gli editori stessi) hanno puntato il dito contro i nuovi colossi della distribuzione come Amazon, colpevoli di fagocitare il mercato librario risputandolo dimagrito e globalizzato. Se invece si considera la questione nel secondo modo (libro-testo-fonte di informazioni) non è Amazon il grande livellatore, il titanico editore che divora i suoi figli è Facebook.

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Controllo delle fake news e instant articles, la rivoluzione

La campagna elettorale di Donald J. Trump si è svolta quasi totalmente sulle piattaforme social ed è stata vinta a colpi di fake news e contenuti editoriali studiati ad hoc per scaldare gli animi degli elettori americani. Così, per la prima volta, il fondatore di Facebook ha parlato apertamente della necessità di controllare i contenuti editoriali diffusi sul suo social network. Nel mirino di Mark Zuckerberg sono dunque finiti i contenuti violenti e le notizie false che attirano l’attenzione di utenti superficiali per gonfiare di traffico siti pieni di pubblicità. È stato così costituito uno staff apposito per la nuova sezione notizie di Facebook (newsfeed). A dirigerla Campbell Brown, ex Cnn, che ha annunciato la formazione di un ente terzo e imparziale con funzioni di garante rispetto alle segnalazioni delle notizie false. Insomma, Facebook si dota di un comitato editoriale. Ma da quando il social network è diventato un editore o, meglio, “l’editore degli editori”? “Non produciamo i nostri contenuti ma ci limitiamo a distribuirli e monetizzarli tramite la pubblicità”, diceva Sheryl Sandberg, attuale capo delle operazioni di Facebook, rassicurando gli editori del fatto che Facebook mai sarebbe stato uno di loro. La dichiarazione risale al 2015, durante il lancio degli instant articles, un’implementazione del social network che permette agli utenti la lettura degli articoli delle più grandi testate internazionali, direttamente all’interno della struttura web di Facebook. Eppure nemmeno l’editore Scribner’s ha mai scritto una riga di Fiesta: si è limitato a distribuirlo e monetizzarlo. Gli editori di tutto il mondo con ingenua leggerezza aderiscono agli instant articles, trasformando il sito di Zuckerberg nell’“l’editore degli editori” e permettendogli, tramite i suoi algoritmi, di filtrare, nascondere o cassare i contenuti editoriali di tutto il mondo. Ed è appunto nella metodologia di selezione e distribuzione che troviamo la nuova natura di questa editoria 3.0.

La grande differenza fra l’editoria tradizionale e la post-editoria di cui Facebook è l’indiscusso campione è teleologica. Se da una parte c’è un’intentio culturale e umanistica, dall’altra c’è un telos commerciale e autoreferenziale. Lo sforzo di Facebook non mira infatti all’accrescimento culturale degli individui ma all’aumento del tempo medio di permanenza degli individui sul proprio sito. “L’editore degli editori” non segue criteri editoriali storico-culturali, bensì identitari e quantitativi. È una macchina programmata per domare i contenuti, trovare i loro specifici utenti, ghermirli e, nella luminosità degli schermi, incatenarli