Il terrore ai tempi del clickbait

DALLA RUBRICA CAVALLI DI TROJAN PER L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE
Dal numero dell’Indice dei Libri del Mese di settembre 2017

Nell’era dei social network uno dei fenomeni che in assoluto alimenta di più il dibattito sordo degli utenti (il cosiddetto engagement) è la morte violenta e in particolare le uccisioni di massa. Poiché si tratta di un evento che si presta meglio di altri alla narrazione spettacolare e in certi casi fantasiosa, per non dire fantastica, coloro che da sempre si occupano professionalmente di diffondere e raccontare vere e false verità tendono ad approfittarsene per protagonismo o più semplicemente per lucro. Analizzando infatti gli articoli che narrano i recenti fatti di Barcellona, risulta infatti evidente, come già era avvenuto per Nizza, Parigi, Londra, una vera e propria dialettica ansiogena e islamofobica. Nei giorni che seguono qualsiasi attentato di matrice islamica su suolo europeo è comune incontrare titoli sui giornali pensati per comunicare ai lettori ansia, insicurezza, instabilità e la sensazione di essere minacciati. Già nel 2015 l’Associazione Carta di Roma condusse uno studio in cui si analizzavano 1.452 titoli di prima pagina a tema “terrorismo islamico” dei sei principali quotidiani nazionali. Il 47% dei toni era “allarmistico”, i servizi dei telegiornali riguardanti l’argomento erano quadruplicati e lo spazio delle notizie sul terrorismo era aumentato, a seconda dei giornali, dal 70% al 180%. Il Giornale e l’Avvenire guidavano la classifica. Di fronte agli episodi di terrorismo islamico sembra che il nostro senso di impotenza sia più intenso e pervasivo così da farci cadere nella dialettica dicotomica tanto cara all’Occidente post-Cristiano. Bene-male; salvatori-oppressori; martiri-terroristi; democrazia-stato totalitario. Eppure, persino in questa spartizione assiologica siamo pigri ed eurocentrici e nell’ultima decade ci siamo fatti ingenuamente guidare, nella raccolta e selezione dell’informazione, da aziende informatiche che operano nel mercato della comunicazione e dei contenuti web. Queste monetizzano la propria audience tramite le inserzioni pubblicitarie e stabiliscono la targettizzazione dei contenuti attraverso la profilazione degli utenti. Tanti click, tanti quattrini. Raccontare un’emozione che è già presente nell’ambito di un gruppo sociale o politico in modo ansiogeno porterà più click. Gli utenti vengono perciò intrappolati in celle emotive-monoculturali in cui il senso critico risulta di fatto annichilito. Le redazioni lasciano spazio al sensazionalismo e alla tragedia; il giornalismo diviene teatro multimediale. Si è sviluppata dunque una vera e propria semantica del terrore islamico. Sono spesso usate parole come “kamikaze”, “attentato”,“mirino”, “distruzione”, “caos” e altri termini che dipingono una situazione fuori dal controllo. Il che è ulteriormente paradossale dal momento che che viviamo nel periodo storico in cui vi è il minor numero di morti per operazioni militari o paramilitari e quindi anche attentati terroristici. Ciò che tuttavia risulta  particolarmente scoraggiante è che questa dialettica  viene impiegata solo quando si parla di atti di (presunta) matrice islamica. Quando a pilotare l’auto è un suprematista bianco, affiliato a gruppi assimilabili al Ku Klux Klan, i titoli dei giornali sono calmi, razionali, rassicuranti. Si racconta di un “pazzo” che compie un gesto “folle”. In certi casi il soggetto non è l’attentatore, bensì la sua auto. L’auto-killer del suprematista bianco che travolge la folla. Anche Trump nelle sue dichiarazioni non usa la parola terrorismo o altre legate alla sfera semantica del terrore islamico. Dopo i fatti di Charlottesville, si scandalizzano i repubblicani che chiedono al presidente di chiamare il diavolo con il suo nome: terrorismo. Ciò che è certo è che non è Trump la causa di questo doppio trattamento. Anzi, Trump è una vittima dell’unico strumento carnefice a cui Trump deve la presidenza e i signori dell’Isis la fama: i nuovi media.

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