L’importanza di chiamarsi Paola Cortellesi – Per You-ng.it

Per gentile concessione di Young.

 

È domenica. La mattina è iniziata alle 11 e il telefono non accenna a squillare. Posso mettermi davanti al pc e scrivere amenamente di musica. Bella storia. E fra le tante cose che potrei scrivere di questo pazzo, un po’ malato, mondo musicale vorrei scriverne una che non scrive mai nessuno.
Ci pensavo giusto l’altra sera mentre ne fumavamo, dopo una pizza, con il mio amico Enrico Antonio.
Si parlava di musica e TV e Enrico mi accennava al nuovo programma di Laura Pausini e Paola Cortellesi.

– L’ho visto l’altra sera. Non è male. La Pausini è forte a cantare. La Cortellesi poi è un’ottima attrice.-
– Se è per questo, la Cortellesi è anche un’ottima cantante. Molto meglio anche della Pausini.- gli rispondo io stupito dal tono di voce stranito di chi ha scoperto il talento spropositato di Paola Cortellesi.
– Ma figurati!- mi risponde scettico Enrico Antonio. -Se fosse più brava allora perché canta tutto Laura? Ovvio perché la Cortellesi non regge il confronto.-
Tiro un sospiro triste all’udir di queste sì male parole. Dentro di me un brivido mi coglie. E penso.
Chissà cosa vuole dire vivere negli occhi di chi vanta una delle migliori vocalità del paese eppure viene poi accusata di non reggere il confronto con Laura Pausini, che, può piacere o no, ma se le viene un nodulo ogni plenilunio un motivo – per la miseria- ci sarà. Nulla contro la Pausini, che quando sono triste perché litigo con la mia morosa ascolto, mangiando Nutella. Il problema di gente che non sa una pippa tecnica canora e riempie gli stadi in Italia è un problema diffusissimo. E risultati si vedono, aihmé. Elisa? Noduli! Giusy Ferreri? Noduli (e desaparecida). Giuliano Sangiorgi? Noduli! Intendiamoci fin da subito, oh stronzetti del “critichi-la-gente-famosa-perché-non-sei-famoso-l’uva-è-acerba-quando-non-c’arrivi-blablabla”. No, vaffanculo. Non è di me che si parla. Non è di Laura. È di cosa vuol dire essere oro in un mondo di merda. Se per professionismo si intende “saper svolgere un’attività in maniera buona ed efficiente, affinché questa possa essere ripetuta nel tempo dando risultati di qualità crescente” – sì, il professionismo è questo -, allora va da sé che nell’Italia delle radio e dei dischi, c’è un evidente problema di qualità professionistica in ambito discografico. E a dirlo siamo il cattivissimo me, Mina e i foniatri.

Finiamo le birre, ci salutiamo ed Enrico se ne va. Rimango solo e continuo a pensare a Paola Cortellesi.
Ci penso e ci ripenso, googlo (neologismo, voce del verbo, googlare – dall’inglese to google) il suo nome e mi metto a cercare un qualcuno, un chiunque che si degni di dire che, oltre a essere un’eccellente attrice che spazia con grazia e eleganza dalla commedia al tragico, Paola è una delle migliori cantanti italiane del nostro tempo.
Non lo dice nemmeno la sua pagina wikipedia. Appunto, lo fa dire a Mina.
Anche su Youtube c’è pochissimo e, guarda caso, duetti con altre cantanti se ne vedono pochissimi. Ci credo. Tu discografico faresti cantare la tua Malika Ayane accanto a una che ti canta in faccia così che nemmeno Witney de no-artri?

Ma ti pare? chi se la fila anche solo a starci vicino mentre Paola canta.
Divento triste a pensare a quanto sarebbe stupendo se chi fa parte dei vertici discografici sapesse fare solo la metà delle cose in cui eccelle la Cortellesi. Conduzione, teatro, cinema, televisione, doppiaggio, canto.
Avete idea di quanto sarebbe piaciuta a Hollywood una come Paola Cortellesi?
E noi, che ce l’abbiamo qui e potremmo costruire su di lei programmi televisivi, festival di Sanremo e quant’altro, ecco, noi che facciamo? Le diamo uno stupidissimo David di Donatello e le facciamo fare la professionista. Badate, non la star. Non la diva. La professionista. Quella che, nell’ombra laboriosa dell’impegno e della ricerca professionale, rende tutto maledettamente bellissimo e – come solo i più grandi sanno fare – senza che nessuno se ne accorga. Tutto facile per Paola. Cantare, recitare. Tutto bellissimo come lo fa lei.
Se sei fortunata poi hai un pubblico educato nel tempo dai gorgheggi di Houston, dalla presenza scenica di Jackson o dall’ironia di Letterman. Ecco che diventi una star statunitense. E non perché sei in braccio a Maria ma perché hai dimostrato di avere competenze artistiche e performative di livello altissimo.
Se invece nasci e vivi in Italia e sei troppo brava per il mondo dello spettacolo, finisce che il provinciale e italico show-biz ha un po’ paura di te. Un po’ gli stai sul cazzo. Me lo immagino già il mondo dello spettacolo italiano che stizzito pronuncia Paola.
– Che è? Devi essere brava a fare tutto?! Smettila un po’ Paola, che qui dobbiamo lavorare tutti. E qui da noi si lavora meglio se lasciamo credere che anche una cassiera può diventare una cantante famosa. Chissene se poi la carriera della cantante cassiera dura due anni. Però qui si lavora e ci si aiuta tutti. Mediocri, sì. Ma insieme. Pure bellissima dovevi essere, Paola, mannaggia a te…-

Questo direbbe a Paola Cortellesi il nostro mondo dello spettacolo, se univoco potesse parlare.
E cos’altro potrebbe dire, il mondo dello spettacolo che altro non è che – come la politica, capiamoci…- lo specchio della nostra cultura. Veniamo educati alla musica durante le scuole dell’obbligo a suon di “My heart will go on” suonata con i flauti comprati a venti euro in cartolibreria. Lo sottolinea anche un vecchietto che recentemente ha vinto un Oscar come miglior colonna sonora e in America viene considerato uno dei più grandi compositori viventi: il maestro Ennio Morricone.
Ma che ci vuoi fare… siamo diventati amici di Maria e di Morgan e sentire cose alla radio che non ci impegnano e non ci ricordano quanto siamo pochevoli, alla fine della storia, ai più piace. La gente troppo brava è spesso narcisa e alla lunga o la aduli e finisci per creare un Olimpo sociale come la nuova Hollywood, oppure finisci per odiarla, accusarla di pedofilia e sperare che muoia.
Sono rari i casi delle persone eccezionali nelle arti performative e altresì bagnati da capo a piedi nel lago dell’umiltà e della discrezione. Paola Cortellesi è uno di quei casi. In un’altra vita è stata (sarà?) una star come lo è stata Whitney, come lo è Beyoncé. In questa, nel nostro paese, è solo un’incredibile professionista.

Triste pensare che cantanti italiane come Paola Cortellesi, se fossero nate in un sistema musicale anglofono avrebbero avuto tutt’altro corso e ben altro eco internazionale.
E sì, lo avrebbero avuto. Non venitemi a dire “E ma noi c’abbiamo Emma.” Dai.
Non esportiamo buona musica dai tempi di Volare. Mandiamo le burine agli Eurovision Contest. Due domande facciamocele.

Ripensando alla conversazione con il mio amico Enrico Antonio, sarebbe bastato fargli vedere questo video per mettere fine alla conversazione.

Sono le due cantanti migliori che abbiamo nel nostro squallidissimo e pochevole start system italiano. E manco lo sappiamo.

Potevo fargli vedere quel video e mettere fine alla questione.

Ma non l’ho fatto. E abbiamo cambiato discorso. Sono stato complice. Ora non voglio esserlo più.
Guardiamo in faccia la realtà e, con riverenza, chiniamo il capo di fronte all’importanza di chiamarsi Paola Cortellesi.

E aggiungerei: tante care cose.

Pedofilia e discografia moderna: i gusti musicali della mia sorellina – Per You-ng.it

Per gentile concessione di Young – Slow Journalism.

 

Avere una sorella è un dono prezioso, sebbene non raro, e avere un fac-simile genetico in casa, generalmente figlia della stessa generazione, può far molto riflettere su ciò che è il mondo e quello che è la società che ci circonda.
La mia sorellina si chiama Rebecca ed è 6 anni più piccina rispetto a me.

photocredit: A. Iacino
photocredit: A. Iacino

Come molti secondogeniti è migliore di me in tutto: è più intelligente, più educata, più diligente, più sveglia e più matura – e no, il fatto che sia una femmina non c’entra un cazzo -. Da buoni borghesi, i miei genitori iniziarono entrambi allo studio della musica e del pianoforte rispettivamente all’età di 5 anni. Quando Rebecca contava i suoi anni su un’unica mano io avevo già mollato il pianoforte per la chitarra e parevo bravino. A Rebecca il pianoforte non piaceva e la poca voglia di suonarlo faceva sembrare che non fosse portata per la musica. Per qualche anno vissi nell’illusione di essere più bravo di lei almeno in qualcosa ma, mentre preparavo la maturità, lesto mi dovetti ricredere perché Rebecca prese coraggio, mollò il pianoforte e all’età di 12 anni si mise a suonare il flauto traverso. E improvvisamente eccola muoversi agile fra una nota e l’altra ed esprimersi come mai l’avevo vista.

“Hai una naturale impostazione da flautista jazz. Sei molto talentuosa” le diceva spesso la sua insegnante.
Ed eccola dunque di nuovo a fare la secondogenita, quella brava. Quella migliore.

Sei anni di differenza sembrano tanti ma in realtà sul lungo periodo non lo sono affatto. Più cresciamo, più le differenze si assottigliano, le passioni si accomunano e i gusti si assomigliano. Ma non sempre è stato così. Parlando di musica, c’è stato un nero periodo in cui i miei gusti musicali cozzavano aspramente con le canzoni del cuore della mia dolce sorellina che, nel pieno dell’adolescenza, vantava una playlist che avrebbe fatto suicidare Keith Richards. E anche se dapprima alcuni titoli di canzoni e band mi facevano accapponare la pelle, col passare del tempo mi portavano a pensare su quanto i media avessero influenza sulle nuove generazioni e, vicendevolmente, in che modo i giovani influenzassero il mondo della musica e in particolare quello della discografia.

Il fatto che negli ultimi 25 anni il mondo della discografia sia entrato in crisi non è un opinione bensì un fatto.
Se apriamo una qualsiasi pagina di Wikipedia riguardante il maggior numero di vendite di album nella storia, scopriremo nostro malgrado che alcuni dei nomi più recenti a comparire sono ad esempio Britney Spears, Backstreet Boys e Spice Girls. La maggior parte degli album che hanno totalizzato vendite superiori ai 40 milioni di dischi venduti sono firmati da artisti in attività a cavallo fra l’inizio degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’90.

Possiamo inoltre notare una forte decrescita nel numero degli album venduti fra i vari fenomeni pop contemporanei rispetto ai loro predecessori moderni. Per fare un rapido ma non azzardato paragone, se Thriller di MJ vendette 65 milioni di copie, il suo nipotino hawaiano, conosciuto con il nome d’arte “Bruno Mars”, totalizza “solo” 8 milioni di copie per il suo primo album Doo-Wops & Hooligans. Se quindi la totale discografia di Michael Jackson quasi raggiunge il mezzo miliardo di copie vendute nel mondo, collezionando un innumerevole numero di dischi d’oro, di platino, di diamante, il buon Bruno dovrebbe riuscire a pubblicare altri 24 singoli come Treasure per riuscire a colmare anche solo la metà del divario.

Certo, i tempi sono cambiati e i metodi di fruizione musicale sono molto diversi rispetto al canonico vinile. Lo stream, quindi Youtube, Soundcloud, Spotify, Pandora, minacciano ogni giorno gli stores di dischi tanto da far chiudere Fnac a Torino e lasciare desolato il reparto dischi Feltrinelli tanto da renderlo un posto adatto per farsi una bella pomiciata con l’amorosa.
Eppure, se andiamo a fare le pulci alle statistiche di Youtube, sempre nostro malgrado scopriremo che fra le band più cliccate c’è sì Bruno Mars, ma prima di lui – o insieme a lui – ci sono One Direction, Justin Bieber, Miley Cyrus.

Screenshot from Youtube
Screenshot from Youtube

Youtube è d’altronde quel magico posto in cui le ricerche degli utenti si memorizzano e il loro insieme testimonia il fatto che le persone preferiscano Avril Lavigne ai Pink Floyd. Il che è particolare dal punto di vista economico: i Pink Floyd – grazie al cielo! – hanno totalizzato più vendite di Aprile Lavigna; allo stesso tempo è interessante dal punto di vista sociologico, poiché è indubbio che l’utenza preferisca visualizzare i video della seconda e che quindi sul margine mondiale, includendo le nuove – nuovissime – generazioni Avril sia più conosciuta dei PF.
Anche il numero di artisti prodotti è aumentato.
Negli anni ’70 le nuove uscite internazionali – parliamo di artisti e non di singoli – non erano più di 3 all’anno. Nel 2015 ogni anno MTV ne fa sfilare almeno una quindicina di nuovi, fra talent show e serie Tv – non dimentichiamoci che anche Ariana Grande è figlia della TV -, per poi dimenticarsene dopo meno di un lustro.
Quanti di voi ricordano Delay? Dove sono finiti i Tokio Hotel? Che fine ha fatto quel belloccio di Jesse McCartney? Chi cazzo è Ashlee Simpson?

Ma torniamo dunque alla mia sorellina, per cercare di disegnare una cornice a questo grigio quadro che è la discografia moderna.

Nonostante la sua attitudine per la musica e i suoi anni passati a studiare teoria e solfeggio, la mia sorellina nel 2010 ha 12 anni. Ha appena iniziato a suonare quello che diverrà il suo strumento e si è appena innamorata di un gruppo che si chiama One Direction. E’ passata dai Finley, ha corteggiato i Gemelli Diversi, un po’ ma non troppo, e ha avuto una mezza cotta per gli Zeroassoluto. Gli 1D (così li chiamano le fan) rubano però il suo cuoricino adolescente e se lo portano a spasso per due anni e mezzo. Quando torna a casa con il cofanetto speciale contenente l’album e il DVD degli 1D, con sguardo in preda alla disperazione le chiedo urlando: – Perchè? –
-Sono una Directioner – mi risponde lei con una faccetta tenera ma inorgoglita. Directioner, così si fanno chiamare le fan degli 1D. Io non me ne capacito e mi metto a fare ricerche su ricerche per capire come sia possibile che la mia brillante sorellina abbia perso la testa per un gruppo di ragazzetti che come loro cavallo di battaglia ha scelto un plagio di Summer Nights di Grease (ascoltare per credere). Dalle mie ricerche risulta che un’intera generazione è impazzita per gli 1D e le ragazzine che sono loro sfuggite è semplicemente perchè sono rimaste fedeli al loro precedente fidanzato immaginario: Justin Bieber.
Mi faccio quindi un esame di coscienza e mi chiedo cosa ascoltassi io all’età di 12 anni.
Nei miei ricordi di bambino noioso e disadattato riaffiorano componimenti classici: Requiem di Mozart, stagioni di Vivaldi e capricci del Paganini. Anche qualcosa di Mussorgsky – che piaceva tanto a papà – e tanto, tanto De Andrè.
Però poi scavo a fondo, cerco bene e mi sforzo di ricordare i momenti in cui cercavo di socializzare – in maniera ahimè fallimentare – con i miei compagnucci delle elementari e delle medie. Ed ecco che inizio a canticchiare sottovoce, quasi come me ne vergognassi: “c’è qualcosa di grande tra di noi. Che non puoi cambiare ma-a-ai. Nemmeno se lo vuoi”. E ancora: Nord Sud Oves Est, Cloro, Gli anni. Poi mi viene in mente anche qualcosa in inglese: Songs About Jane, Eminem e tanto, tantissimo RnB. Devo ammettere però che l’RnB lo guardavo più per i video pieni zeppi di gnocca: avevo appena scoperto la masturbazione, capitemi.
Torno quindi da mia sorella che con gli auricolari nelle orecchie borbotta “That’s what makes you beautiful” e le dico: guarda che questa roba smetterà di piacerti. Crescerai e non ti piaceranno più. Lei mi guarda in tralice, mi fa la linguaccia e si rimette a riascoltare gli 1D.

Sono passati 3 anni. Mia sorella è cresciuta, ora ascolta De André, i Modena City Rambles, Bruno Mars, i Tribalistas, gli Heymoonshaker e alcuni altri. Gli One Direction si stanno sciogliendo ma a Rebecca non frega più nulla. L’ho chiamata l’altro giorno per dirglielo e manco lo sapeva.

La morale della favola è che, a mio modesto e regale parere, l’industria musicale si sia impantanato nel meccanismo perverso del teen pop. Il fatto che da fine degli anni ’90 Britney Spears sia diventata un’icona per le ragazzine che volevano essere troie come lei e i ragazzini donarle il loro seme – me compreso. In molti dei miei sogni l’ho anche fatto – ha simboleggiato un vero e proprio sodalizio discografico fra gli adolescenti e le major.
Come prima dicevamo, i tempi sono cambiati e i metodi di fruizione anche. I soldi veri arrivano non più dai dischi bensì dalla televisione e dagli sponsor ed è molto più facile indottrinare esseri privi di senso critico a comprare magliette e fragranze piuttosto che convincere adulti a spendere soldi per acquistare un disco.
Questa pedofilia discografica sta tuttavia dimostrando non solo di generare prodotti che hanno vita breve, ma anche di non star riuscendo ad alimentare più i meccanismi fondamentali che permettono agli artisti di proseguire con una carriera stabile, alimentando ciò che c’è di sano nella discografia: i live, i concerti.
I concerti sono sempre meno perché le persone non comprano i biglietti.
Le persone non comprano i biglietti perché, ad eccezione delle big band che si possono permettere i grandi tour mondiali grazie alla loro carriera iniziata prima del ’95, sono solo le teen pop star (o le teen band) ad avere un budget sufficiente per muoversi su scala internazionale.
Quanti tour potrà però fare Violetta prima che il suo pubblico inizi ad avere le mestruazioni?
Dovrà quindi anche lei come Miley Cirus, per seguire la crescita anagrafica dei suoi fan, trasformarsi da ragazzina Disney a tossicaccia di strada che ti sbatti in un angolo sporco della Tiburtina?

Investire sui teenager è senz’altro comodo. Ma non dura. E io capisco senz’altro che le major non siano dei mecenate bensì delle aziende, ma a tutto c’è un limite e, soprattutto, è evidente che gli investimenti praticati negli ultimi 25 anni a eccezione di pochissimi, siano stati fallimentari. Bisogna quindi trovare dei compromessi e far sì che le generazioni venture siano educate a una musica e quindi a prodotti discografici che saranno capaci di accattivarli anche dopo che avranno imparato a risolvere un’equazione di secondo grado. E in quel compromesso che risiedono i grandi successi della musica pop. Come Beyoncè, come MJ e come Bruno Mars.

Per quanto ci riguarda, io e la mia sorellina il prossimo anno andremo a sentire Ed Sheeran. Piace a entrambi. Funziona. Farà carriera. Durerà.

photocredit: A. Iacino
photocredit: A. Iacino

Andrea Diprè: Intervista Esclusiva per Retro Magazine

Per gentile concessione di Retrò Online e Edizioni Retrò S.r.l.

 

Andrea Diprè è un avvocato, critico d’arte e youtuber italiano. Lo abbiamo intervistato per Retrò Magazine (il  video dell’intervista è disponibile al fondo dell’articolo) e ci siamo fatti raccontare come fa un avvocato esperto di arte figurativa a trasformarsi nell’imperatore dell’amoralità e diventare il profeta di una nuova corrente di pensiero: il dipreismo.

Chi è Andrea Diprè?

Sarebbe bene dire chi era Andrea Diprè.

Classe ’74, trevisano, Andrea Diprè inizia la sua carriera professionale come studente di giurisprudenza, passando per gli ambienti ecclesiali trevisani – tanto da autodefinirsi per un periodo “vescovo laico” – spera in un ruolo nella politica dei politicanti, ma quando la sacra raccomandazione viene a mancare decide di ripiegare sull’avvocatura. Diventa professionista e si iscrive regolarmente al foro di Treviso, da cui viene successivamente cancellato (non radiato, mantenendo dunque la qualifica di avvocato).

La carriera di avvocato però non ispira l’estro creativo di Diprè, che decide di dedicarsi al mondo dell’arte. Si afferma quindi come critico d’arte e lavora molto sia in Italia sia all’estero, firmando centinaia di recensioni, curando mezzo migliaio di mostre d’arte  e facendo scoprire al mondo alcuni artisti fino ad allora sconosciuti.
Andrea Diprè, il critico d’arte, vende al mondo un’immagine convinta e passionale di sé e del lavoro che svolge. Tutto fila liscio come l’olio per alcuni anni, tanto da permettere ad Andrea di fondare la sua rete televisiva privata (canale 865 di Sky, ora adibito alla trasmissione di sole chat erotiche) nella quale si prepone di diffondere le opere di artisti emergenti che faticano ad entrare nel business dell’arte.

La svolta digitale arriva con la pubblicazione su Youtube del video contenente la presentazione del defunto Osvaldo Paniccia, condotta da un Diprè che già iniziava già a inalare i fumi corrosivi di quello che lui stesso riconoscerà come il dipreismo. Il video ottiene un notevole successo e denota la galoppante tendenza da parte degli utenti di Youtube (e del web) a intrattenersi con ciò che è orrido, ma allo stesso tempo ridicolo.
Nel frattempo giunge una notifica giudiziaria a casa Diprè. Alcuni artisti e pittori accusano Andrea di aver loro esorto denaro, promettendo in maniera fraudolenta fama e richezze. Andrea Diprè si difende dicendo che il suo lavoro era vendere spazi televisivi e che le promesse fanno parte della retorica del venditore, ma i suoi patrocinati non ne vogliono sapere. Arrabbiatissimi, formano una class action per farsi risarcire dall’imputato critico d’arte. Diprè il dipreista segna qui la fine del vecchio Andrea Diprè: la class action (tutt’ora in auge) lo demoralizza a tal punto da abiurare, schifato, il mondo dell’arte figurativa, della cultura e della “borghesia”. Il critico d’arte e l’avvocato Andrea Diprè sono morti. Al loro posto sorride beffardo Andrea Diprè il dipreista.

Andrea Diprè e Youtube

Dopo il video del fu Osvaldo Paniccia, Andrea capisce che per avere un fortissimo impatto (e quindi potere) mediatico si deve estremizzare un aspetto della società che provoca sì ribrezzo ma anche curiosità e, in alcuni casi, addirittura riso. Colto dunque il gusto del Trash che aleggia in Italia, se ne serve per attuare il suo progetto e inizia così a girare video destinati al suo canale di Youtube, dando vita a Diprè per il sociale. Nel Diprè per il sociale, Andrea intervista e presenta fenomeni umani con evidenti squilibri mentali e/o sociopatie che, davanti al microfono del dipreista, urlano e recitano le loro fisime. Quindi Andrea Diprè e Rosario Muniz. Diprè e Giuseppe Simone. Il profeta dipreista intervista Giuseppe Sapio. E tanti altri ancora.

Come però spiega lo stesso Andrea nell’intervista, Dipré per il sociale è un mezzo. Non si vergogna Andrea Diprè di insultare i suoi co-protagonisti. “Muniz mi fa schifo. Non lo toccherei nemmeno se mi sparassero” ci dice con tono stizzito. E ancora“Simone è uno squilibrato. È un disadattato”.

Nonostante se ne serva, Andrea Diprè odia il trash e chi lo rappresenta e in questo odioso distacco indentifica l’ontologia della sua tipica divisa che da quattro anni ricopre la pelle consumata del sommo dipreista: “L’abito elegante e la cravatta rossa mi servono a sottolineare la differenza che intercorre fra me e gli orrori – o gli idioti, quando si parlava di pittori – che intervisto. Che siamo creature appartenenti a mondi diversi lo si deve capire subito già visivamente. Mi fanno schifo”.

Identificato il mezzo, va svelato il fine: il Diprè per Lei (for her nella sua versione internazionale). Nonostante le accuse sibilino la brama di denaro e l’avidità di fama di Diprè, lui stesso ci confessa senza troppi preamboli che, se prima a muoverlo erano solo i soldi strappati dalle tasche dei pittori, ora a spingerlo avanti e indietro per il globo è una e una sola cosa: il sesso. Segue così la seconda video rubrica di Diprè che ritrae in ogni video conversazioni (spesso e volentieri dal contenuto fortemente erotico) fra attrici del mondo dell’hard e/o ninfomani di provincia e l’avvocato Andrea Diprè. Affrancata dal concetto di opera d’arte mobile, il Diprè per lei si rivela un successo al pari (se non maggiore) di Diprè per il sociale. I nomi anche qui collezionati sono molti e spaziano da Sasha Grey alla nostrana Valentina Nappi.

Andrea Diprè e il dipreismo

I video su Youtube aumentano a dismisura e, come previsto dal dipreista, gli utenti crescono e di fronte alle scelte contenutistiche di Diprè si spaccano in due fronti: chi si dice essere dipreista e vede in Diprè un idolo-satiro, chi dice di odiare Diprè e vede in Andrea l’apoteosi dello squallore e della perversione che mal colorano la società.

È qui che il fenomeno web diventa caso sociale e Diprè realizza, anche se solo a livello teorico, l’apice del suo pensiero. Annuncia in un video, accompagnato da una delle sue assistenti, quali sono i tre precetti e fondamenti dell’esistenza di un uomo dipreista e su questi fonda la sua ideologia. Anzi no, religione. Al dipreismo, ci spiega l’avvocato, ci si approccia come una religione: o credi in Diprè o sei contro Diprè. Perché il dipreismo è così. Nega tutto e non riconosce nulla. La locuzione “non riconoscere” Diprè la usa più volte per descrivere la potenza distruttiva del pensiero dipreista. Sesso, droga e denaro. Questa la trinità del dipreismo che si affaccia su un mondo in cui ciò che conta si configura solo nei piaceri fisici, estetici. Il sesso come piena fruizione delle opere d’arti mobili e soddisfacimento delle proprie funzioni fisiologiche – sessuali. La droga come mezzo per esulare e trascendere il presente. E qui Andrea ci tiene a precisare, per non far sentire nessuno escluso: “Per droga non si intende solo lo stupefacente. Ma tutto ciò che è sostanza aliena e che non ci appartiene ma che ci aiuta a trascendere la condizione presente. Ti piace la cannella? Drogati di cannella. O di Nutella. O di eroina”. E infine l’elemento onnipresente, quello che Andrea ha sempre amato, dipreista o meno: il denaro. Qui però il denaro è un mero tramite e non assume una concezione di accumulo o di aspirazione ad una patrimonialità. Il denaro come mezzo per ottenere più sesso e più droga. Giunge anche una canzone inedita a suggellare l’esordio dipreista fra le ideologie occidentali. “Ho creato il mondo in cui viviamo. Nella mia vita sesso droga e denaro”. Se la canta Andrea Diprè mentre accarezza il corpo pubblico della porno-star di turno in compagnia del suo compare, il produttore Antonio Nava. Se la canta che nemmeno Razzi in “Famme cantà”.
Gli chiediamo se intende incidere i suoi pensieri su carta e seguire l’esempio del già profeta Maometto. O Ron Hubbard. Ma coerentemente all’estetismo privo di senso e significato ci dice che non gli interessa. “I libri sono comunque cultura. E la cultura non mi interessa più. La cultura non esiste. Io ho concepito e vi dono il dipreismo, dandovi un esempio di come vive un dipreista. Se volete capire che il dipreismo è la salvezza, bene. Altrimenti vaffanculo”.

Al di là delle auto proclamazioni, quello che pare evidente è che il caso sociale Andrea Diprè rappresenta più che un fenomeno, un sintomo. Il trash, la perversione sessuale e la perversione dell’uomo in quanto grottesco-orrido, è il manifesto di quanto l’occidente (l’Italia, in questo caso specifico) sia alla disperata ricerca di una nuova morale, che possa posarsi sulle contraddizioni di un mondo globalizzato, digitalizzato e sempre più cinico e scettico. L’occidente non è riuscito a convogliare l’umanità nei propri giardini e ora allunga lo sguardo verso la fine della sua egemonia. Con lui la morale occidentale. Gli strascichi della morale cristiana e di quella illuminista non hanno risentito così tanto gli insegnamenti dei filosofi tedeschi della sinistra hegeliana, che sono rimasti confinati nei saggi e fra le pareti dell’università. Rimangono però attaccati alle giacche questi brandelli di morale cristiana e mentre il popolo se li scrolla di dosso non sa da che parte andare, ogni tanto sbanda verso eccessi pleonastici che si nascondono dietro il culto assoluto dell’individuo.

Non è dato sapere se dietro Andrea Diprè il dipreista si celi un volto più intimo e meno nichilista, o se si comporti da dipreista anche mentre parla con i membri del suo nucleo familiare originario (Diprè è per ora scapolo). Ciò che però possiamo avanzare è che, sebbene decisamente discutibile, Andrea Diprè sia un – se vogliamo, tragico- esempio di coerenza intellettuale. Vivere come si pensa di dover vivere non è assolutamente cosa facile. E al di là dei valori e delle etiche personali, in Andrea Diprè si scorge una preoccupante coerenza interna, che non ci aspetterebbe né da professori né da politici, escluso Razzi. Razzi dipreista lo è già.

Tutte le opinioni espresse da Andrea Diprè durante l’intervista rappresentano il suo punto di vista e se ne assume tutte le responsabilità. La Edizioni Retrò S.r.l. e la testata “Retrò Online” se ne discostano e le riportano per il solo scopo giornalistico e informativo.

Guarda l’intervista completa per Retrò Magazine

Nero? Immigrato. Bianco? Espatriante. – Per Retro Magazine

Gentile concessione di Retro Magazine.

Qual è la differenza fra un profugo africano, su un barcone in fuga dalla guerra, in cerca di speranze, e un neo laureato all’aeroporto, in fuga dalla crisi, a caccia di un futuro?

Se lo chiede anche TheGuardian.com, che a metà marzo ha pubblicato un articolo in cui pone un’interessante domanda: Why are white people expats when the rest of us are immigrants?. Al di là dei problemi e dei pregiudizi di cui il lessico e il linguaggio sono responsabili – menzionati in questo articolo di Salto-BZ – , abbiamo provato ad approfondire la domanda proposta dal giornale inglese, chiedendoci se davvero sia possibile individuare una differenza vera tra i concetti di espatrio e immigrazione. E, se proprio dietro questa differenza, sussista il problema dell’integrazione degli immigrati.

1/Il colore dell’immigrato. Chi sono i bianchi, chi sono i neri?

Innanzitutto, anche per giustificare l’irruenza del titolo, si deve specificare chi si intende quando si dice “Neri” e chi quando si dice “Bianchi”. La connotazione del terminenegro, convenzionalmente, è riconosciuta come dispregiativa. La semantica di “negro” si riferisce ai miti della supremazia della razza bianca e agli anni in cui operava la tratta degli schiavi.  Questo nonostante l’etimologia e il valore negativo del termine “negro” siano tutt’oggi ampiamente discussi. In questo articolo, si voglia intendere la parola (meno osteggiata) nero come una finta allegoria di immigrato, laddove al triste suono della parola “immigrato” il nostro immaginario propone delle immagini di individui disperati e senza prospettive. Allo stesso modo, per convenzione, con “bianco” si intenda europeo o di origine europea (WASP), di religione e/o cultura cristiana, e dunque di estrazione “occidentale”.
I nostri bianchi sono perciò quelli che popolano prevalentemente l’Europa e il Nord America. I nostri neri, invece, popolano l’Africa, tutta. Ma sono anche provenienti dall’est europeo o dalla penisola araba. Sono orientali, indiani, filippini, turchi, mediorientali. Tutti abitanti di quel posto diffuso che gli Europei e i marines chiamano “Sud del mondo”. Tutti immigrati. Tutti neri.

2/Il colore dell’immigrato. Chi è l’immigrato? Chi è l’espatriante?

In secondo luogo, per cercare una valida risposta al quesito del The Guardian, vanno distinti i significati di immigrato eespatriante. Il vocabolo “immigrato” fa riferimento alla condizione di inferiorità economica di un territorio d’origine rispetto a un altro di destinazione. È quindi spesso legato al concetto di “lavoro”. E fino a qui, anche i bianchi sono, e sono stati, immigrati. Nel nostro caso specifico, ne sono testimoni le vaste comunità italiane createsi a partire dagli anni ’30 del Novecento nelle Americhe, in Germania e in Svizzera. Il termine “immigrato” assume però un valore semantico arrogantemente occidentale, quando viene associato al lemma politico “clandestino”. Lemma politico e non termine: la parola “clandestino”, a causa delle strategie comunicative che la politica ha operato negli ultimi 30 anni, ha completamente perso il suo significato etimologico e ne ha assunto una caratterizzazione statalista, a tratti xenofoba.
Da inizio degli anni Novanta, dopo la discesa in capo di Berlusconi e il consolidamento politico della Lega Nord, sul termine “clandestino” sono state costruite retoriche xenofobe e razziste. E se dapprima ci si aspettava una sinistra vigile sul lessico generalista, ecco spuntare alcuni manifesti del Pd, durante la campagna elettorale del 2009, che così recitavano: «Berlusconi ancora una volta ha ingannato gli italiani. Raddoppiati gli sbarchi degli immigrati clandestini».

Il termine clandestino implicita una criminosità che è non ontologica e propria dell’uomo, bensì creata dallo Stato e dalla legge che regola i rapporti fra migranti e istituzioni. La sua etimologia latina infatti non fa riferimento a migrazioni di sorta, ma denotava l’occultamento volontario: “chi/che sta nascosto di giorno”. Il compulsivo accostare l’aggettivazione “clandestino” a fenomeni migratori ha fortemente accentuato l’illegalità di alcuni fenomeni migratori, rientrando appunto in una semantica propria alla “cattiva politica”. Ed è proprio qui che nasce la presunzione dei bianchi che migrano, abbandonano il loro paese, ma oggi meno che mai si sentono immigrati: i bianchi non possono essere clandestini.  Per due semplici ragioni: hanno istituzioni che emettono passaporti riconosciuti nel mondo intero; se stanno partendo per l’estero, generalmente, hanno un reddito sufficiente per prendere un aereo e giungere così nel Paese ospitante in maniera sicura e, soprattutto, legale. Alla faccia dei gommoni. E così, espatriano.Ed ecco il lindo gemello dell’immigrato: l’espatriante. Che già dal termine si capisce, ha una una patria e quando sarà all’estero, gli mancherà e per essa proverà nostalgia.

Sorge dunque spontaneo il dubbio che la condizione di espatriante sia un sentimento interno e autoreferenziale dell’uomo che migra, e che quindi anche gli immigrati, i clandestini, si possano sentire espatriati. Ma no. La “patria” non è la “terra”. La “Patria”è quella di Manzoni: una d’ arme, di lingua e d’ altare, di memorie, di sangue e di cor. Come tutti i termini protagonisti di retoriche romantiche, è la patria è una sovrastruttura , anch’essa intrisa di occidentalismi. Per assaporarne il significato dunque bisogna essere occidentali, nel bene e nel male. Infatti contrapposta al termine “patria”, da cui proviene l’espatriante, giunge asettica la denominazione “territorio d’origine”, propria agli immigrati/clandestini. L’esclusività del termine patria, riservato a territori che promuovono un sistema di valori occidentali, racchiude un’interessante differenza fra coloro che chiamiamo espatrianti e coloro che additiamo come immigrati. L’espatriante la abbandona; l’immigrato la cerca, l’agogna. 

3/Il colore dell’immigrato. I cittadini e gli stranieri: un problema alla Torodov

La forza (e l’arroganza) culturale che animava i conquistadores è la stessa diffidente energia che fa sì che i cittadini ospitanti vedano gli immigrati come o invasori, ladri di donne e di lavoro – di lavoro, sarà poi vero? Leggi QUI – , o come soggetti in difficoltà, urgentemente da integrare socialmente e culturalmente. In entrambi i casi è implicita la supremazia della cultura che si trova a essere economicamente e tecnologicamente più forte: una tende a prevaricare l’altra in modi più o meno coercitivi. Riguardo agli immigrati e agli ospiti, spesso (specie alcune tifoserie politiche un po’ a destra) si parla di “adattamento” e “integrazione forzata”, il che denota la forte propensione degli occidentali a mostrarsi aperti alle culture straniere solo nei momenti di intrattenimento e di viaggio. Quando stanno a casa loro, gli Europei vogliono essere Europei e possibilmente vogliono che il vicino, se non Europeo, si comporti comunque come tale. E se non lo fa, ecco che scatta la xenofobia intrinseca, quella data dall’ignoranza nel suo senso lessicale: non conoscere, avere paura. Ed è esattamente in questo stagno colmo di orgoglio identitario che media tendenziosi e politici sguazzano lupeschi. Per questo è importante conoscere le parole e i loro significati, per riconoscere i lupi che le usano.

4/Il colore dell’immigrato. Ci vorrebbe un po’ di Xenia

Concludiamo rivolgendoci alle nostre (vere) origini culturali occidentali e quindi all’Antica Grecia – del buon pio immigrato Enea abbiamo già

parlato QUI. I Greci, che non erano nomadi e abitavano città-stato, benché non avessero un codice normativo che lo regolamentasse, avevano un sistema di valori che si ancorava alla natura solidale dell’uomo e ai sentimenti di solidarietà, rispetto, lealtà, conoscenza e onore. Un fulgido esempio di questo sistema assiologico – che pure oggi sembra utopia – è la xenía.

La xenía racchiudeva ciò che per i Greci significava “ospitalità”, vincolo tra ospiti e ospitanti, e potrebbe essere grossolanamente riassunta in tre regole base: che il padrone di casa rispetti l’ospite; che l’ospite rispetti il padrone di casa; che i due si scambino doni.I testi greci non parlano di immigrati o integrazione, bensì di stranieri, ospiti e rispetto. In un mondo in cui l’eroe era viaggiatore e l’ospite, talvolta, si dimostrava salvezza, i Greci cedono alla solidarietà preventiva, all’umanità: “che sia un re o sia un pastore, il mio ospite ricorderà bene di me“, e per il resto della vita gli ospiti saranno legati fra loro da un vincolo di amicizia più forte di qualsiasi altra cosa. Lo testimonia l’episodio (certamente a scopo didascalico) di Glauco e Diomede, anche più forte della più aspra delle guerre.

Che sia quindi bianchi o neri, immigrati o clandestini, con o senza patria, innanzitutto lo straniero dovrebbe essere ospite.

E noi per lui.