Nero? Immigrato. Bianco? Espatriante. – Per Retro Magazine

Gentile concessione di Retro Magazine.

Qual è la differenza fra un profugo africano, su un barcone in fuga dalla guerra, in cerca di speranze, e un neo laureato all’aeroporto, in fuga dalla crisi, a caccia di un futuro?

Se lo chiede anche TheGuardian.com, che a metà marzo ha pubblicato un articolo in cui pone un’interessante domanda: Why are white people expats when the rest of us are immigrants?. Al di là dei problemi e dei pregiudizi di cui il lessico e il linguaggio sono responsabili – menzionati in questo articolo di Salto-BZ – , abbiamo provato ad approfondire la domanda proposta dal giornale inglese, chiedendoci se davvero sia possibile individuare una differenza vera tra i concetti di espatrio e immigrazione. E, se proprio dietro questa differenza, sussista il problema dell’integrazione degli immigrati.

1/Il colore dell’immigrato. Chi sono i bianchi, chi sono i neri?

Innanzitutto, anche per giustificare l’irruenza del titolo, si deve specificare chi si intende quando si dice “Neri” e chi quando si dice “Bianchi”. La connotazione del terminenegro, convenzionalmente, è riconosciuta come dispregiativa. La semantica di “negro” si riferisce ai miti della supremazia della razza bianca e agli anni in cui operava la tratta degli schiavi.  Questo nonostante l’etimologia e il valore negativo del termine “negro” siano tutt’oggi ampiamente discussi. In questo articolo, si voglia intendere la parola (meno osteggiata) nero come una finta allegoria di immigrato, laddove al triste suono della parola “immigrato” il nostro immaginario propone delle immagini di individui disperati e senza prospettive. Allo stesso modo, per convenzione, con “bianco” si intenda europeo o di origine europea (WASP), di religione e/o cultura cristiana, e dunque di estrazione “occidentale”.
I nostri bianchi sono perciò quelli che popolano prevalentemente l’Europa e il Nord America. I nostri neri, invece, popolano l’Africa, tutta. Ma sono anche provenienti dall’est europeo o dalla penisola araba. Sono orientali, indiani, filippini, turchi, mediorientali. Tutti abitanti di quel posto diffuso che gli Europei e i marines chiamano “Sud del mondo”. Tutti immigrati. Tutti neri.

2/Il colore dell’immigrato. Chi è l’immigrato? Chi è l’espatriante?

In secondo luogo, per cercare una valida risposta al quesito del The Guardian, vanno distinti i significati di immigrato eespatriante. Il vocabolo “immigrato” fa riferimento alla condizione di inferiorità economica di un territorio d’origine rispetto a un altro di destinazione. È quindi spesso legato al concetto di “lavoro”. E fino a qui, anche i bianchi sono, e sono stati, immigrati. Nel nostro caso specifico, ne sono testimoni le vaste comunità italiane createsi a partire dagli anni ’30 del Novecento nelle Americhe, in Germania e in Svizzera. Il termine “immigrato” assume però un valore semantico arrogantemente occidentale, quando viene associato al lemma politico “clandestino”. Lemma politico e non termine: la parola “clandestino”, a causa delle strategie comunicative che la politica ha operato negli ultimi 30 anni, ha completamente perso il suo significato etimologico e ne ha assunto una caratterizzazione statalista, a tratti xenofoba.
Da inizio degli anni Novanta, dopo la discesa in capo di Berlusconi e il consolidamento politico della Lega Nord, sul termine “clandestino” sono state costruite retoriche xenofobe e razziste. E se dapprima ci si aspettava una sinistra vigile sul lessico generalista, ecco spuntare alcuni manifesti del Pd, durante la campagna elettorale del 2009, che così recitavano: «Berlusconi ancora una volta ha ingannato gli italiani. Raddoppiati gli sbarchi degli immigrati clandestini».

Il termine clandestino implicita una criminosità che è non ontologica e propria dell’uomo, bensì creata dallo Stato e dalla legge che regola i rapporti fra migranti e istituzioni. La sua etimologia latina infatti non fa riferimento a migrazioni di sorta, ma denotava l’occultamento volontario: “chi/che sta nascosto di giorno”. Il compulsivo accostare l’aggettivazione “clandestino” a fenomeni migratori ha fortemente accentuato l’illegalità di alcuni fenomeni migratori, rientrando appunto in una semantica propria alla “cattiva politica”. Ed è proprio qui che nasce la presunzione dei bianchi che migrano, abbandonano il loro paese, ma oggi meno che mai si sentono immigrati: i bianchi non possono essere clandestini.  Per due semplici ragioni: hanno istituzioni che emettono passaporti riconosciuti nel mondo intero; se stanno partendo per l’estero, generalmente, hanno un reddito sufficiente per prendere un aereo e giungere così nel Paese ospitante in maniera sicura e, soprattutto, legale. Alla faccia dei gommoni. E così, espatriano.Ed ecco il lindo gemello dell’immigrato: l’espatriante. Che già dal termine si capisce, ha una una patria e quando sarà all’estero, gli mancherà e per essa proverà nostalgia.

Sorge dunque spontaneo il dubbio che la condizione di espatriante sia un sentimento interno e autoreferenziale dell’uomo che migra, e che quindi anche gli immigrati, i clandestini, si possano sentire espatriati. Ma no. La “patria” non è la “terra”. La “Patria”è quella di Manzoni: una d’ arme, di lingua e d’ altare, di memorie, di sangue e di cor. Come tutti i termini protagonisti di retoriche romantiche, è la patria è una sovrastruttura , anch’essa intrisa di occidentalismi. Per assaporarne il significato dunque bisogna essere occidentali, nel bene e nel male. Infatti contrapposta al termine “patria”, da cui proviene l’espatriante, giunge asettica la denominazione “territorio d’origine”, propria agli immigrati/clandestini. L’esclusività del termine patria, riservato a territori che promuovono un sistema di valori occidentali, racchiude un’interessante differenza fra coloro che chiamiamo espatrianti e coloro che additiamo come immigrati. L’espatriante la abbandona; l’immigrato la cerca, l’agogna. 

3/Il colore dell’immigrato. I cittadini e gli stranieri: un problema alla Torodov

La forza (e l’arroganza) culturale che animava i conquistadores è la stessa diffidente energia che fa sì che i cittadini ospitanti vedano gli immigrati come o invasori, ladri di donne e di lavoro – di lavoro, sarà poi vero? Leggi QUI – , o come soggetti in difficoltà, urgentemente da integrare socialmente e culturalmente. In entrambi i casi è implicita la supremazia della cultura che si trova a essere economicamente e tecnologicamente più forte: una tende a prevaricare l’altra in modi più o meno coercitivi. Riguardo agli immigrati e agli ospiti, spesso (specie alcune tifoserie politiche un po’ a destra) si parla di “adattamento” e “integrazione forzata”, il che denota la forte propensione degli occidentali a mostrarsi aperti alle culture straniere solo nei momenti di intrattenimento e di viaggio. Quando stanno a casa loro, gli Europei vogliono essere Europei e possibilmente vogliono che il vicino, se non Europeo, si comporti comunque come tale. E se non lo fa, ecco che scatta la xenofobia intrinseca, quella data dall’ignoranza nel suo senso lessicale: non conoscere, avere paura. Ed è esattamente in questo stagno colmo di orgoglio identitario che media tendenziosi e politici sguazzano lupeschi. Per questo è importante conoscere le parole e i loro significati, per riconoscere i lupi che le usano.

4/Il colore dell’immigrato. Ci vorrebbe un po’ di Xenia

Concludiamo rivolgendoci alle nostre (vere) origini culturali occidentali e quindi all’Antica Grecia – del buon pio immigrato Enea abbiamo già

parlato QUI. I Greci, che non erano nomadi e abitavano città-stato, benché non avessero un codice normativo che lo regolamentasse, avevano un sistema di valori che si ancorava alla natura solidale dell’uomo e ai sentimenti di solidarietà, rispetto, lealtà, conoscenza e onore. Un fulgido esempio di questo sistema assiologico – che pure oggi sembra utopia – è la xenía.

La xenía racchiudeva ciò che per i Greci significava “ospitalità”, vincolo tra ospiti e ospitanti, e potrebbe essere grossolanamente riassunta in tre regole base: che il padrone di casa rispetti l’ospite; che l’ospite rispetti il padrone di casa; che i due si scambino doni.I testi greci non parlano di immigrati o integrazione, bensì di stranieri, ospiti e rispetto. In un mondo in cui l’eroe era viaggiatore e l’ospite, talvolta, si dimostrava salvezza, i Greci cedono alla solidarietà preventiva, all’umanità: “che sia un re o sia un pastore, il mio ospite ricorderà bene di me“, e per il resto della vita gli ospiti saranno legati fra loro da un vincolo di amicizia più forte di qualsiasi altra cosa. Lo testimonia l’episodio (certamente a scopo didascalico) di Glauco e Diomede, anche più forte della più aspra delle guerre.

Che sia quindi bianchi o neri, immigrati o clandestini, con o senza patria, innanzitutto lo straniero dovrebbe essere ospite.

E noi per lui.

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