La prima edizione del Digital Ethics Forum è andata!

Questo fine settimana si è conclusa la prima edizione del Digital Ethics Forum.
Voglio ringraziare di cuore tutt* i/le partecipanti. Ogni intervento ha contribuito a rendere i 3 giorni del Forum interessantissimi e ricchi di spunti di riflessione. Parlare di etica e di digitale è un dovere per una generazione di professionisti che vuole portare avanti un modello di innovazione che sia (soprattutto) sociale e sostenibile, per tutti. Siamo davvero orgogliosi di aver messo in moto questa piccola comunità che si interroga sulla natura etica di prodotti digitali e nuove tecnologie.
Un grazie sentito va agli sponsor che hanno reso tutto questo possibile: GBS – Global Business SolutionSynesthesiaTalent Garden Fondazione AgnelliAlan AdvantageICCOMSocialFareLorenzattoeLegacy. GRAZIE! 🙏
Grazie altresì alla Città di Torino, al Dipartimento di Informatica – Università degli Studi di Torino e al Politecnico di Torino per il loro prestigioso patrocinio.
Grazie Tommaso Portaluri e a CEST – Centro per l’Eccellenza e gli Studi Transdisciplinari per il supporto prezioso.
Grazie a Sloweb per la fiducia che ripone nei miei confronti.
Infine grazie a Giulia Balbo che ha la straordinaria capacità di prendere le mie idee e renderle realtà.

È l’inizio di una cosa bella.

Digital Ethics Forum 19

Riporto qui sotto il programma della prima edizione del Digital Ethics Forum!

A cura di SocialFare

A cura di GBS – Global Business Solutions

A cura di eLegacy

Arte digitale
A cura di Kold studio

Giorno 1 di conferenza -Innovazione sociale

Etica & Modelli di Business

Sono intervenuti: Pietro Jarre, Adib Mouchanan, Alberto Giusti
Ha moderato: Francesco Antonioli
Sono intervenuti: Carlo Blengino, Alberto Trivero, Nicola Sotira, Simone Malcangi
Ha moderato: Elena Beretta
Sono intervenuti: Antonio Bonaldi, Pietro Calorio, Mario Perini, Davide Sisto
Ha moderato: Paola Malvasio

Copyright e sistemi open source

Sono intervenuti: Giacomo Conti, Marco Ciurcina, Lucian Beierling
Ha moderato: Edoardo Lombardo

Giorno 2 di conferenza – Tecnologia web e mobile

Sono intervenuti: Francesco Ronchi, Aaron Syed, Ruggero Pensa
Ha moderato: Tommaso Portaluri
Sono intervenuti: Lucio Gamba, Norberto Patrignani, Fabiana Zollo, Federico Bottino
Ha moderato: Daniele Biolatti
Sono intervenuti: Alfredo Adamo, Lia Morra, Alessandro Ciofini, Andrea Basso
Ha moderato: Marco Roberti

Educazione digitale

Sono intervenuti: Lorenzo Armando, Luca Alberigo, Dunia Astrologo, Alberto Rossetti
Ha moderato: Jacopo Maria Vassallo

La bibbia delle fake news: guida alle fake news di Camisani Calzolari

Con piacere vi comunico che è finalmente disponibile “The Fake News Bible: Guida alle Fake News”, scritto dall’esperto di digitale Marco Camisani Calzolari.

Il libro è acquistabile su Amazon e altri store.

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Marco ha confezionato una guida alle fake news che affronta in concreto il tema della misinformation, della propaganda e delle notizie false, analizzando soprattutto le tecniche dialettiche utilizzate da chi le crea e le diffonde.
Come nascono le fake news? Chi crea fake news e perché lo fa? Come queste diventano virali? Quali tecnologie si utilizzano per distribuirle o per misurarne l’efficacia?
Bufale, click-bait, conspiracy theory, pseudo-scienza, storytelling, shitposting, satira e intrattenimento sono alcune delle principali categorie prese in considerazione nell’oceano tempestoso dell’informazione online.
Fra le ragioni per cui le fake news vengono create troviamo per esempio la volontà di influenzare l’opinione pubblica, influenzare il mercato e i decision maker, monetizzare il traffico o fare character Assassination.
Nell’ultima parte del libro, Marco si sofferma sulle tecniche di debunking e fa riflettere il lettore su alcune possibili soluzioni per combattere il fenomeno.

Lavorare all’editing del libro di Marco Camisani Calzolari mi ha dato la possibilità di approfondire enormemente un fenomeno che conoscevo poco, quello delle fake news, e di scoprire e conoscere un grandissimo esperto di digitale.

Bellissima esperienza editoriale che mi ha arricchito culturalmente e professionalmente.

Consiglio la lettura a chi si occupa di impresa, politica, mondo dei media o semplicemente a chi desidera vederci più chiaro su un fenomeno di cui negli ultimi anni si è parlato a lungo.mcc2.jpg

Se la campagna elettorale diventa marketing cross mediale

LEGGI L’ARTICOLO ORIGINALE SU L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE

Anche se i recenti sondaggi rivelano che la decisione su chi votare, gli italiani la prendano ancora sfogliando un vecchio giornale, è ingenuo negare che l’opinione, la doxa, affonda le sue radici nelle abitudini del quotidiano e quindi anche nel web, sui social e nei gruppi chiusi di Facebook o Whatsapp. Ricordiamo che dal 2008 a questa parte – come rivela lo stesso Obama intervistato da David Letterman per Netflix – le campagne sui social media hanno sempre acquisito maggior rilevanza e sono diventate un ottimo strumento, non solo per diffondere propaganda, informazioni corrotte o attacchi ad personam per screditare l’avversario, ma anche per segmentare (e analizzare) il pubblico degli elettori in gruppi dettagliati.

Abbiamo quindi, da una parte, partiti e movimenti guidati da agenzie di comunicazione private, che confezionano i loro messaggi con la stessa efficacia con la quale i marketers delle aziende turistiche tracciano le richieste sui motori di ricerca per proporre agli utenti alberghi e voli, secondo le loro preferenze. Creano contenuti originali, investono in campagne, fanno le stories su Instagram con i loro slogan, postano foto e GIF con i loro simboli crociati. Poi estraggono i dati delle campagne, li confrontano con la campagna precedente e verificano se la loro fanbase sta crescendo o diminuendo. Dall’altra abbiamo gli elettori-utenti. Compulsivi commentatori di notizie che non hanno letto. Aggressivi antagonisti verbali di programmi o candidati che non conoscono. Gli utenti-elettori che hanno fatto le rate per comprare l’ultimo modello lanciato dalla loro casa produttrice di smartphone preferita e fingono di non avere ormai più i soldi o il tempo per formare le loro opinioni fallaci al bar, in chiesa o nei salotti. E così se ne stanno da soli, sul web, con il loro costoso smartphone fra le mani. E nella loro solitudine digitale consumano le narrazioni dei partiti, che stanno d’altronde spendono ingenti cifre in marketing digitale e non possono permettersi di trasmettere messaggi poco efficaci. E quindi tutto viene esagerato, esacerbato o esasperato. I toni sono apocalittici o salvifici. I messaggi diffondo odio e paura. E proprio come anche il grande granitico manager si commuove quando a casa da solo guarda una commedia romantica, allo stesso modo l’utente, che fuori di casa sembrerebbe parte della società civile, quando si trova immerso nella solitudine del proprio schermo si trasforma. Viene coinvolto dalle ultra-narrazioni dei partiti e dei movimenti. Viene convogliato in un flusso di commenti, condivisioni, like e piccoli segni di falsa aggregazione virtuale. E questo gli dà l’impressione di sfogare le sue più intime paure e di farlo all’interno di un gruppo, impugnando una pseudo-ideologia e nascondendosi dietro lo scopo pubblico e sociale del dibattito politico. Ma come abbiamo scritto sopra, non c’è nessun dibattito. Sono voci sole che si urlano addosso o che applaudono a promesse favolistische della politica, che sa di non doversi più sforzare a tramandare agli utenti-elettori i punti cardine di un programma economico-politico, bensì può limitarsi a propinare loro una narrazione a cui aggrapparsi. Questo presupposto, “la solitudine” degli utenti-elettori, sembrerebbe spesso sfuggire agli acuti osservatori della politica.

La sinergia fra la solitudine degli uomini davanti agli schermi e l’impatto sociale delle piazze virtuali come Facebook o Twitter, ha creato un modo tutto nuovo di raccontare la politica e i prodotti elettorali, sempre più vicino allo storytelling, alla narrativa prestata al marketing, e sempre più lontano dalla cronaca, dal giornalismo che ricerca di fatti oggettivi. Ed è forse all’interno di queste solitudini che vanno analizzati e contestualizzati fenomeni che credevamo sconfitti, in decadenza o lontani. Quando siamo soli, di fronte ai nostri schermi, il web 2.0 ci propone un mondo così personalizzato da diventare lo specchio riflesso di noi stessi.

Mario Perini, psicoanalista co-fondatore di Sloweb, associazione nata a Torino, attiva nel mondo del web etico, descrive questa condizione emotiva come una fase di narcisismo di massa della società occidentale. Non sono più quindi gli animali sociali di Aristotele a recarsi alle urne, che hanno animatamente discusso con i propri simili nella realtà fisica, fino a poche ore prima del voto. Saranno invece gli utenti narcisi quelli che si recheranno alle urne. Usciranno dalla loro solitudine digitale, staccheranno gli occhi dai loro schermi, dai loro news feed che rafforzano le loro credenze, anche (soprattutto) quelle fallaci. Porteranno con sé non delle argomentazioni, bensì una narrazione politica che riesce a essere di massa e solipsista allo stesso momento.

Se a questo aggiungiamo che una volta concluse le elezioni non ci saranno – per la prima volta dall’inizio della Repubblica – rimborsi o rendicontazioni per ammortizzare i costi della campagna elettorale, scopriamo che oggi la politica è davvero più vicina al marketing aziendale di quanto sia mai stata prima.

Sloweb – piccola guida all’uso consapevole del web

Sono davvero lieto di annunciare l’uscita del libro: “Sloweb, piccola guida all’uso consapevole del web”, pubblicato da Golem Edizioni, a cura di Pietro Jarre e del sottoscritto.

Io e Pietro ci siamo conosciuti a un pitch day presso SocialFare e da quel giorno abbiamo iniziato a collaborare al progetto eMemory e insieme abbiamo ideato e fondato Sloweb.

Il libro sarà disponibile nelle librerie e negli store digitali a partire dal 31 marzo, ma è già possibile prenotarlo su AmazonLibreria Universitaria e altre librerie online.

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Il testo contiene i contributi di Guido AvigdorJacopo MeleCarlo BlenginoPaolo JarreGiovanna Giordano e Pietro Calorio.

La premessa è stata firmata da Enrico Deaglio, che ringraziamo con affetto e stima.

Sulla sezione Eventi del sito Sloweb, sono segnalate alcune occasioni in cui sarà possibile conoscere gli autori e approfondire le tematiche affrontate dal libro. Tra queste, sono felice di citare l’evento che si terrà al Circolo dei Lettori in data 17 maggio, dalle 18 alle 20.

La quarta di copertina del libro Sloweb

Nel mondo del web 2.0, dei social network, delle chat istantanee, dei selfie e del cloud di massa, sembra sempre più chiaro che la rete ha perso buona parte dei valori positivi che in principio voleva rappresentare, diventando un luogo di mercato, dove chi sta comprando ogni tanto è conscio di quel che sta facendo, ogni tanto no. E sempre si vende, inconsapevole. Un bosco, un luogo malfamato, pieno di borseggiatori e impostori, in cui spesso ci vengono offerte gratuite distrazioni in cambio dei nostri dati comportamentali, dei nostri profili e interessi, così da cedere i nostri dati personali e i dati di navigazione agli inserzionisti di tutto, condizionando giorno per giorno la nostra vita. È nostro dovere far sì che la tecnologia sia al servizio del benessere dell’uomo, essere attenti a non cacciarci in una condizione di moderna oligarchia digitale, secondo la quale l’uomo è al servizio di (poche e spesso chiuse) tecnologie private e quindi di multinazionali, che hanno come unico fine quello di massimizzare i profitti per pochi. Se torniamo a esercitare il diritto di gestire il nostro tempo, di riflettere, e di scegliere e agire in base alle nostre scelte e non in base alle strategie di qualche ufficio marketing, abbiamo una grande opportunità da cogliere. Non è troppo tardi, non è affatto presto.

Federico e Pietro

Tecnologia? La ispira Harry Potter

DALLA RUBRICA CAVALLI DI TROJAN PER L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE
Dal numero dell’Indice dei Libri del Mese di dicembre 2017

Vent’anni fa veniva pubblicato da Bloomsbury il primo volume di una delle saghe più importanti della letteratura contemporanea, quella di Harry Potter. Con i suoi 450 milioni di copie vendute, tradotte in 67 lingue, Harry Potter, oltre a ridefinire il concetto di besteller, ha costruito una vera e propria mitologia moderna che, mischiandosi con quella del Signore degli Anelli, ciò che tutt’oggi è l’immaginario del fantasy mondiale.
La storia del maghetto di Hogwarts appassiona e cresce un’intera generazione e con le sue storie di magia, di amicizia, di lotta contro il male, di emancipazione e di uguaglianza – ricordate la lotta contro le discriminazioni da parte dei maghi purosangue verso i “mezzosangue”? – assume quasi il ruolo di un vero romanzo di formazione. Fa dunque pensare come nelle innovazioni tecnologiche, che in effetti mai nella storia hanno subito un’accelerazione come quella a cui assistiamo ogni giorno, sia facile ritrovare certe funzioni, desideri, soluzioni, certe “magie”provenienti dal mondo potteriano.
Le più grandi aziende di tecnologia, che hanno avuto la più vasta crescita negli ultimi quindici anni, sono effettivamente compagnie spesso guidate da under 40 che, a dirla tutta, quando veniva pubblicata la prima edizione di Harry Potter non avevano più di vent’anni. Ed è facile pensare che dietro al design e allo sviluppo di certe funzioni che nell’ultimo lustro hanno ormai pervaso le nostre vite, ci siano riferimenti immaginativi o letterari che guardano alle stramberie che scaturivano dalle bacchette o dagli oggetti magici della saga potteriana.

Dave Catchpole

Divertente imaginare come nelle pagine di un libro di fine anni novanta si celassero le innovazioni tecnologiche che avrebbero segnato i primi anni duemila. Nel 1998 la madre di Ron Weasley inviava una “ramanzina” registrata al figlio tramite la formidabile “strillettera”. Nel 2009 viene creata l’app di messaggistica istantanea conosciuta come Whatsapp. Ogni giorno vengono mandate più di 200 milioni di note vocali. Per comunicare (oltre che per spostarsi) i maghi utilizzavano anche la Metro Polvere, che grazie alle fiamme di un camino, permetteva al mago di condurre una specie di video conversazione. La stessa funzione che meno di un decennio più tardi avrebbe permesso il servizio di fondato nel 2003 dagli estoni Jaan Tallinn, Ahti Heinla e Priit Kasesalu, Skype.
Nella saga di J. K. Rowling, i due gemelli, fratelli di Ron, consegnano, nel terzo libro della saga, la “mappa del malandrino” a Harry Potter. Apparteneva già al padre di Harry, James Potter, e permetteva a lui e ai suoi amici di girovagare per il castello, conoscendo in tempo reale sia la propria attuale posizione, sia gli spostamenti dei principali personaggi che abitavano il castello in tempo reale. Nel 2005 Google lancia il servizio Google Maps e fra non molto sarà possibile vedere la posizione dei nostri amici in tempo reale sulla mappa di Google. Facebook nel frattempo ha promesso l’arrivo delle immagini del profilo “dinamiche”, cioè che cambiano espressione a seconda del nostro umore. Un po’ come i quadri (o le figurine dei maghi famosi) appesi ai muri di Hogwarts.
Alcuni riferimenti sono addirittura ben evidenti. Per esempio l’incantesimo “Lumus”, grazie a un simpatico aggiornamento di Android, il sistema operativo promosso da Google, attiva la torcia dello smartphone. Ci sono inoltre risultati di due ricerche nel campo delle nanotecnologie che presentano alcune caratteristiche delle bacchette magiche.
Uno studio condotto dalla Columbia University ha dimostrato che grazie ai nanomateriali è ormai possibile immagazzinare e concentrare la luce e “spedirla”, evitando i fenomeni di dispersione. Insomma, come succedeva quando duellavamo i maghi di Hogwarts con le loro “bacchette”. Il primo studio, pubblicato da “Nature Nanotechnology”, riguarda un’antenna in grado di raccogliere e concentrare la luce solare, convogliandola poi in un punto specifico dello spazio.
E come dimenticare il mantello dell’Invisibilità? Chi pensa che l’invisibilità si ancora oggi un limite fantascientifico si dovrà ricredere di fronte all’Istituto per la scienza e la tecnologia della Corea del Sud che avrebbe messo a punto un “mantello” in grande di nascondere oggetti molto piccoli. Merito dei cristalli di calcite, che riescono a ingannare l’occhio umano. In passato si era già riusciti a “rendere invisibili” solo oggetti di dimensioni microscopiche, oggi il processo può essere applicato anche a oggetti di dimensioni molto maggiori.
Come sta succedendo per le innovazioni che riguardano l’intelligenza artificiale in relazione ai racconti di Asimov, la saga di Harry Potter ha regalato un immaginario ricco di fantasticherie che gli scienziati e gli sviluppatori non possono far altro che inseguire. Al fine di rendere verosimile tutto ciò che per uno scrittore dall’immaginazione d’oro pareva impossibile. Ed è forse proprio questa una delle prerogative che ci permetterà di sopravvivere alla rivoluzione delle macchine e dell’industria 4.0: l’immaginazione. La nostra propensione a narrare cose che non esistono e che non sono vere. Ma che forse un giorno lo saranno.
Così la magia ispira la tecnologia.

Arte Artificiale

DALLA RUBRICA CAVALLI DI TROJAN PER L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE
Dal numero dell’Indice dei Libri del Mese di ottobre 2017

Due cose sembrano destinate a crescere: la “stupidità” umana e “l’intelligenza” delle macchine. Iniziamo ormai a essere avvezzi all’idea che, in un futuro certamente prossimo, le macchine intelligenti potranno abilmente sostituire molte professioni automatizzabili o derivanti da un processo. E non si tratta solo di cassieri, camerieri, operai o braccianti perché nemmeno avvocati, traduttori, commercialisti, consulenti finanziari e analisti possono fare sonni tranquilli: tutte professioni potenzialmente razionalizzabili in algoritmi più o meno complessi in grado di processare un numero definito (anche se grande) di variabili.

Quelle che finora hanno goduto di una specie di incolumità dalla minaccia delle macchine, sono le professioni che richiedono talento, ossia i creativi e gli artisti. ‘arte è prerogativa umana, si pensa, e l’atto estetico della creazione è un processo che è impossibile da automatizzare. E se fino a qualche anno fa gli artisti, compositori o pittori, avrebbero trovato ridicola e folle l’idea di essere sostituibili da macchine, o anche solo di lavorare al loro fianco, oggi dovrebbero rivalutare la loro presunta prerogativa di esclusiva sulla produzione autoriale e guardare con consapevolezza e curiosità l’avvento dell’arte artificiale.
In verità, gli algoritmi già scrivono romanzi e poesie, disegnano e quest’anno anche la musica prodotta da intelligenze artificiali muove i primi passi degni di considerazione. Il primo singolo di musica artificiale è stato pubblicato da Sony in collaborazione con Flow Machines ed è stato creato da un algoritmo che è partito da una selezione di brani dei Beatles. Si intitola Daddy’s Car.

Anche Shimon, il piccolo robot creato da Gil Weinberg, direttore del Georgia Tech’s Center for Music Technology, è capace di comporre o suonare musica originale ed è stato addestrato con un catalogo musicale più esteso di quello dell’autore artificiale di Daddy’s Car, incamerando spartiti di jazz, musica classica, pop dai Beatles e Lady Gaga.
Risultati così impressionanti in ambiti apparentemente tanto umani come la composizione musicale sono possibili grazie a tecnologie come TensorFlow, il sistema più avanzato di machine learning creato da Google che dal novembre 2015 è diventato liberamente accessibile.
Già nel 2016 Google aveva mosso qualche passo nel mondo della musica, pubblicando una traccia composta dall’intelligenza artificiale sviluppata dal team GoogleMagenta.
La cosa interessante era che la traccia elaborata dalla macchina seguiva una struttura melodica e armonica moderna con variazioni sul tema che mostrava giù un complesso livello di composizione.

In un anno né è stata fatta di strada e viene da chiedersi cosa trasmetteranno le radio nei prossimi decenni. Insomma, queste macchine, oltre che sempre più intelligenti, diventano sempre più capaci di imitare comportamenti che pensavamo solo umani. Su The Guardian, Stuart Dedge commenta chiedendosi se, in futuro, non diventeremo schiavi di macchine che comporranno per noi melodie, sinfonie e hit. Direi di no: al contrario, l’intelligenza artificiale è una grande opportunità per proiettare il nostro intelletto verso nuove sfide. Sarebbe perciò bene iniziare a presumere la necessità di avere le conoscenze adatte per affrontare un mondo in cui l’intelligenza artificiale non può essere più trascurata o ignorata perché destinata a diventare una tecnologia che investe ogni angolo della nostra vita e del nostro essere/fare.
L’Università di Londra propone un nuovo corso in Machine Learning for Art and Music. È un inizio.

Sloweb 22 novembre – Storie e memoria. Il tempo del web

Dopo il grande successo del primo convegno Sloweb, tenutosi il 31 maggio presso Rinascimenti Sociali, questo mese, il 22 novembre presso il Cinema Fratelli Marx di Torino si svolgerà il secondo appuntamento promosso da Sloweb: “Storie e Memoria. Il tempo del web”.
Ancora una volta, sarà una tavola multidisciplinare interpellata da Sloweb a essere protagonista del dialogo. Saranno presenti esperti, giornalisti, manager e professori, i quali si alterneranno in interventi riguardanti l’importanza delle storie e della memoria nell’era digitale. L’evento inizierà alle 16 e si concluderà alle 19.

È possibile prenotarsi all’evento attraverso Eventbrite. Oppure segnalare la propria presenza attraverso l’evento su Facebook.

L’evento è organizzato con la collaborazione di Slowcinema, Mamre e il Nodo group.

Visita il sito di Sloweb per maggiori informazioni e consulta la pagina eventi Sloweb per rimanere sempre aggiornato sui prossimi appuntamenti.

La premessa

Viviamo in un periodo storico di profondi cambiamenti culturali e identitari che gravano intorno alla gestione dell’informazione, della conoscenza e dei dati. A causa del digitale gli strumenti che per secoli hanno contribuito all’evoluzione della civiltà umana stanno subendo una completa rivoluzione: gli archivi si trasformano in cloud; gli epistolari si riducono in chat; le foto scadono in selfie e tutto diventa pericolosamente liquido, quasi gassoso.

È nostro diritto e dovere fermarci e riflettere su come cambiano le storie e la memoria di ognuno di noi con l’avvento di nuove tecnologie e nuove abitudini; come salvare i valori, ciò che della storia passata può servire nel presente e nel futuro. Che legame esiste tra uso, o abuso, delle tecnologie e degli strumenti digitali e il deterioramento della nostra memoria? Come il web sta trasformando la nostra identità storica e la nostra capacità di farne strumento di miglioramento?

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Il programma

Federico BottinoIntroduzione

Pietro Jarre (Sloweb): Non c’è memoria senza selezione, non c’è libertà senza memoria. L’uso ecologico dei dati

Aldo Cazzullo (Rizzoli — Corriere della Sera): Dialogo tra un padre e i figli al tempo dello smartphone (Metti via quel cellulare) — video

Mario Perini (Il Nodo group): Memoria, identità: psiche e storie — video

Peppino Ortoleva (Università degli studi di Torino)Media, memoria, selezione

Gaetano Renda (Slowcinema): Storie, storie di cinema e film. La rivoluzione del digitale [Include la proiezione del cortometraggio Uscita di sicurezza]

Cynthia Sgarallino (La Stampa): Selezione e scelta dei materiali; la preparazione della mostra per i 150 anni de La Stampa

Lea Chambers Volpe (eMemory): Five key steps to use at best digital tools in preparing personal stories

Francesca Vallarino Gancia (Mamre Onlus): Sulle navi nello stretto di Sicilia. Storie da salvare

Il terrore ai tempi del clickbait

DALLA RUBRICA CAVALLI DI TROJAN PER L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE
Dal numero dell’Indice dei Libri del Mese di settembre 2017

Nell’era dei social network uno dei fenomeni che in assoluto alimenta di più il dibattito sordo degli utenti (il cosiddetto engagement) è la morte violenta e in particolare le uccisioni di massa. Poiché si tratta di un evento che si presta meglio di altri alla narrazione spettacolare e in certi casi fantasiosa, per non dire fantastica, coloro che da sempre si occupano professionalmente di diffondere e raccontare vere e false verità tendono ad approfittarsene per protagonismo o più semplicemente per lucro. Analizzando infatti gli articoli che narrano i recenti fatti di Barcellona, risulta infatti evidente, come già era avvenuto per Nizza, Parigi, Londra, una vera e propria dialettica ansiogena e islamofobica. Nei giorni che seguono qualsiasi attentato di matrice islamica su suolo europeo è comune incontrare titoli sui giornali pensati per comunicare ai lettori ansia, insicurezza, instabilità e la sensazione di essere minacciati. Già nel 2015 l’Associazione Carta di Roma condusse uno studio in cui si analizzavano 1.452 titoli di prima pagina a tema “terrorismo islamico” dei sei principali quotidiani nazionali. Il 47% dei toni era “allarmistico”, i servizi dei telegiornali riguardanti l’argomento erano quadruplicati e lo spazio delle notizie sul terrorismo era aumentato, a seconda dei giornali, dal 70% al 180%. Il Giornale e l’Avvenire guidavano la classifica. Di fronte agli episodi di terrorismo islamico sembra che il nostro senso di impotenza sia più intenso e pervasivo così da farci cadere nella dialettica dicotomica tanto cara all’Occidente post-Cristiano. Bene-male; salvatori-oppressori; martiri-terroristi; democrazia-stato totalitario. Eppure, persino in questa spartizione assiologica siamo pigri ed eurocentrici e nell’ultima decade ci siamo fatti ingenuamente guidare, nella raccolta e selezione dell’informazione, da aziende informatiche che operano nel mercato della comunicazione e dei contenuti web. Queste monetizzano la propria audience tramite le inserzioni pubblicitarie e stabiliscono la targettizzazione dei contenuti attraverso la profilazione degli utenti. Tanti click, tanti quattrini. Raccontare un’emozione che è già presente nell’ambito di un gruppo sociale o politico in modo ansiogeno porterà più click.

Gli utenti vengono perciò intrappolati in celle emotive-monoculturali in cui il senso critico risulta di fatto annichilito. Le redazioni lasciano spazio al sensazionalismo e alla tragedia; il giornalismo diviene teatro multimediale. Si è sviluppata dunque una vera e propria semantica del terrore islamico. Sono spesso usate parole come “kamikaze”, “attentato”,“mirino”, “distruzione”, “caos” e altri termini che dipingono una situazione fuori dal controllo. Il che è ulteriormente paradossale dal momento che che viviamo nel periodo storico in cui vi è il minor numero di morti per operazioni militari o paramilitari e quindi anche attentati terroristici. Ciò che tuttavia risulta  particolarmente scoraggiante è che questa dialettica  viene impiegata solo quando si parla di atti di (presunta) matrice islamica. Quando a pilotare l’auto è un suprematista bianco, affiliato a gruppi assimilabili al Ku Klux Klan, i titoli dei giornali sono calmi, razionali, rassicuranti. Si racconta di un “pazzo” che compie un gesto “folle”. In certi casi il soggetto non è l’attentatore, bensì la sua auto. L’auto-killer del suprematista bianco che travolge la folla. Anche Trump nelle sue dichiarazioni non usa la parola terrorismo o altre legate alla sfera semantica del terrore islamico. Dopo i fatti di Charlottesville, si scandalizzano i repubblicani che chiedono al presidente di chiamare il diavolo con il suo nome: terrorismo. Ciò che è certo è che non è Trump la causa di questo doppio trattamento. Anzi, Trump è una vittima dell’unico strumento carnefice a cui Trump deve la presidenza e i signori dell’Isis la fama: i nuovi media.

Il giorno in cui il computer scrive il romanzo

DALLA RUBRICA CAVALLI DI TROJAN PER L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE

Dal numero dell’Indice dei Libri del Mese di maggio 2017

Lo scorso mese avevamo parlato delle intelligenze artificiali che leggono, analizzano e categorizzano le trame, scelgono quali manoscritti pubblicare. Questo mese andiamo dall’altro lato della scrivania e parliamo delle macchine che scrivono narrativa. I software di scrittura automatica non sono di certo una novità.
Già da qualche anno questa tipologia di software è ricorrente nella attività editoriali digitali, soprattutto nel mondo delle news e dei comunicati. Fino a qualche anno fa gli esperimenti sulle intelligenze artificiali venivano, per l’appunto, condotti su testi non letterari; le notizie, gli articoli web, gli articoli di approfondimento e lo UGC (User Generated Content) costituivano il materiale che veniva dato in pasto alle IA affinché queste ultime fossero in grado di produrre del contenuto originale. I software di scrittura automatica per certi contenuti e certe mansioni vengono ampiamente utilizzati, riducendo lo sforzo di redazione umano. Oggi si pensa a estendere verticalmente il campo di scrittura assegnato alle macchine, sino a varcare la sacra soglia della narrativa, e, perché no, provare a far scrivere a una macchina qualche racconto breve, magari un romanzetto. Coloro che pensano che la letteratura sia una prerogativa umana stanno per subire un brusco risveglio e la tanto divinizzata e ipostatizzata “creatività”, risulta sempre più come una condizione statistica e non metafisica.
Altresì siamo portati ad associare l’idea di “creatività” a certi strascichi semantici dell’idealismo tedesco (genio, ispirazione, arte, eccettera). Tuttavia la ricerca sta procendendo verso una direzione secondo la quale la creatività potrebbe essere null’altro che un risultato matematico dato da una combinazione di informazioni filtrate e ordinate secondo una certa capacità critica e estetica, a sua volta deducibile dalla provenienza geografica e storico-culturale del soggetto.

robot scrittore
Proprio a questo proposito, Margaret Sarlej nel 2014 aveva condotto uno studio per l’Università australiana di New South Wales che aveva dato vita a MOSS (Moral Storytelling System). MOSS è un software in grado di scrivere favole in autonomia partendo da una determinata “morale” che si vuole trasmettere al lettore. MOSS può spaziare fra 22 emozioni che gli permettono di dare maggior profondità ai personaggi e un più forte coinvolgimento rispetto alla trama, oltre al fatto di garantire una coerenza con la morale prescelta al momento dell’avvio. Benché il software presenti alcune criticità e patisca certi casi di ambiguazione rispetto a personaggi, eventi o luoghi, il risultato del contenuto prodotto in automatico è sorprendente ed è senz’altro una storica base per il mondo delle writing machine.
D’altro canto, i problemi dati dalle ambiguazioni sono spesso causa della mancanza di un “senso comune” da parte della macchina: se un umano, per esempio, vede un altro umano in uno stato di sofferenza, questo evento generà nella mente del primo tristezza o pietà; una macchina deve essere istruita sulla tipologia di evento e sulla consequenzialità dell’emozione da provare (secondo il senso comune). Questo processo, alza l’asticella della complessità ma al tempo stesso ci aiuta a studiare come funziona la nostra mente e come procede nell’associazioni di informazioni il cervello umano, anche per quanto riguarda lo sforzo creativo.
Forse il risultato più significativo è stato raggiunto da un team giapponese di ricercatori della Future University Hakodate, i quali hanno iscritto al concorso letterario Nikkei Hoshi Shinichi (unico concorso aperto non solo a umani ma anche robot, animali e alieni) un computer, autore di un romanzo breve. I ricercatori giapponesi hanno fornito alla macchina modelli letterari più dettagliati, pre-settando personaggi ed eventi per dare più precisione alla redazione della storia e minimizzare i casi di ambiguità. Sta di fatto che l’opera dell’Intelligenza Artificiale ha superato le prime selezioni del concorso ed è giunta, con grande sorpresa di tutti, in finale. Sono stati presentati 1,450 romanzi di cui 11 robotici ma solo «Il giorno in cui il computer scrive un romanzo» è stato scelto.
Il romanzo della macchina, termina così: «Mi contorcevo di gioia, che ho sperimentato per la prima volta, e ho continuato a scrivere per l’eccitazione. Il giorno in cui un computer ha scritto un romanzo. Il computer, mettendo la priorità sulla ricerca della propria gioia ha smesso di funzionare per l’uomo».
Promessa o profezia?

Il mio agente letterario è un algoritmo

DALLA RUBRICA CAVALLI DI TROJAN PER L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE

Dal numero dell’Indice dei Libri del Mese di aprile 2017

Quasi mezzo secolo è passato da quando Chomsky scriveva le prime tesi sulla grammatica generativa e. Gli anni ’60 del novecento hanno visto un rapido evolversi dei linguaggi, idiomatici ma anche matematici e informatici. La scienze dell’informazione e dell’automazione in quegli anni affondano le proprie radici, le stesse che avrebbero poi costituito la rivoluzione dell’industria 4.0 in auge oggi. Ma se a un ingegnere di Ford poteva sembrare tutto sommato verosimile che nel futuro prossimo una macchina avrebbe sostituito tutti i suoi operai; risulta certamente difficile immaginare che Giulio Einaudi preventivasse il fatto che in quello stesso futuro, certi robot sono impiegati ad avvitare bulloni altri robot leggono – e selezionano – manoscritti.
Si chiama “data driven publishing” (editoria guidata dallo studio di dati aggregati) ed è uno degli orizzonti spaventosi e inconsueti che si stagliano davanti all’incerto futuro dell’editoria. L’analisi sulle opere letterarie non è tuttavia cosa nuova: Carlo Gozzi nel settecento aveva, in seguito a un ampio studio, ricondotto il numero delle trame possibili a 36. Secondo Christopher Booker, autore di The Seven Basic Plot Structures le trame scendono a 7. Stando però a una recente ricerca basata su 50 mila testi, condotta dal professore Matthew Jockers, dell’Università Nebraska-Lincon, solo il 10% dei risultati rispetto alle trame analizzate lascia pensare a sette archetipi di trame. Il 90% dei risultati lascia evincere che le trame archetipali siano solo 6.

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Il professore spiega dunque come, ammessa la razionalizzazione delle trame-archetipo, sia possibile sperimentare una vera e propria fenomenologia rispetto agli aspetti commerciali, sociologici e, ovviamente, editoriali di un best seller; rispetto ai suoi lettori di riferimento e al suo contesto storico culturale. Questo renderebbe quasi possibile la prevedibilità, dato un insieme di testi inediti, rispetto a quali possibili trame possano attecchire meglio o peggio su un dato pubblico in un certo contesto. Una start up tedesca, Inkitt, ha scommesso proprio su questo tipo di tecnologia e ha deciso di puntare tutto sull’automazione dello scouting letterario. Inkitt sostiene di aver fatto un’analisi comparata molto approfondita relativa a numerose trame di storici best seller. Questo studio ha prodotto dei dati che, in seguito a una comparazione con i testi più contemporanei, sarebbero in grado di essere razionalizzati in un algoritmo programmato con lo scopo di individuare e predire quale manoscritto abbia le carte in regola per diventare il prossimo best seller.
Fantascienza? No, si chiama machine learning. O rete neurale profonda artificiale, dir si voglia.
La scienza informatica è giunta a un livello per il quale non solo le macchine possono vantare una potenza di calcolo inenarrabile, ma riescono anche a creare delle connessioni complesse fra i vari dati immagazzinati, creando internamente ciò che noi umani chiamiamo “conoscenza”. Il machine learning è ciò che permette alle intelligenze artificiali di sviluppare una capacità di analisi e di logica, sempre più critiche. Sempre più umane. E a quanto pare alcune già leggono e analizzano trame. Come nel caso appunto di Inkitt che, intanto, il suo primo “best seller” lo pubblicherà con, in co-edizione con Tor Books. L’uscita del primo libro di narrativa selezionato da un algoritmo sarà una adult fiction firmata da un texano, Eric Swan, e la sua uscita è prevista per l’estate di quest’anno. Si intitola Bright Star. Si spera che lo legga anche qualche umano.