“LULA È LIBERO”: UN RACCONTO DA RECIFE SULLA LIBERAZIONE DELL’EX PRESIDENTE SOCIALISTA

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Siamo a Recife, beviamo un in riva alla spiaggia mentre il sole tramonta dietro i grattacieli. La notizia che lo stanno per liberare è nell’aria da giovedì pomeriggio ma la comunicazione ufficiale arriva intorno alle 17.
Io lo vengo a sapere da mia madre su Whatsapp.
Lo fa con una nota vocale e io posso sentire la sua voce commossa.

Abbandoniamo la spiaggia e andiamo verso il centro storico, dove è situato il nostro hotel.
Mentre camminiamo assistiamo a un crescendo di felicità che travolge la città: i clacson suonano, le persone negli autobus si sporgono dai finestrini per urlare come tifosi impazziti, nelle vie i musicisti e i percussionisti suonano a gran volume battute di Maracatú, donne e uomini ballano.
“LULA È LIVRE” ci urla un signore un po’ ubriaco che evidentemente vive per strada. Poco più avanti, ormai lontani dalla spiaggia bianca, una anziana signora ci abbraccia e ci dice che c’è speranza “Porque agora Lula è livre”.

lula livre: la liberazione di lula da silva
Inacio Lula da Silva – Presidente del Brasile dal 2003 al 2011 – scontava, dall’aprile del 2018 una condanna di 8 anni e 10 mesi per corruzione.

Più passa il tempo, più ci avviciniamo all’hotel, più le persone si accalcano nelle strade, tingendo di rosso i viali di Recife. Percepiamo che sta avvenendo un qualcosa di irripetibile e ci convinciamo subito che non possiamo stare in hotel come due gringos indifferenti. Dobbiamo scendere in strada anche noi.
Usciamo senza maglietta rossa ma contagiati dalla gioia di un popolo progressista che fino a ieri era orfano ma stasera ha ritrovato il padre.

Il controverso presidente brasiliano Jair Bolsonaro
Il controverso presidente brasiliano Jair Bolsonaro.

Un padre oppresso da un’ingiustizia fascista perpetrata ad hoc per eliminare il campione della democrazia brasiliana moderna dai giochi elettorali del 2018. Altro che Mani Pulite.
Quando raggiungiamo la piazza centrale una marea rossa si muove e balla di fronte a noi.
Trascorriamo la serata con un gruppo di giovani ricercatori dell’Università Federale i quali ci raccontano gli scempi politici di Bolsonaro, che ha ridotto i fondi per la scuola pubblica ed eliminato una serie di misure sociali anti povertà che avevano fatto conoscere al mondo Lula come il “miglior presidente della storia del Brasile”.

Luiz Inácio Lula da Silva, il presidente dei poveri, dei lavoratori, degli ultimi. Un Presidente di sinistra. Ma una vera sinistra! Una sinistra fondamentale, preistorica, che sa bene e mai dimentica il suo destino naturale: combattere la diseguaglianza, lottare contro la povertà, difendere gli ultimi dai soprusi dei primi.
La festa va avanti tutta la notte e la folla non pare scemare bensì aumentare con il passare delle ore.
Decidiamo di abbandonare la piazza dopo qualche ora per tornare finalmente in albergo. L’indomani torneremo in Italia per raccontare l’esperienza brasiliana che ci ha visti coinvolti alla Conferenza Brasiliana per il Cambiamento Climatico, come da programma, e che, a sorpresa, ci ha fatto assistere alla liberazione di uno dei più grandi leader del novecento.

Mentre torniamo, il tassista (che era poco prima in piazza a festeggiare con il popolo di Lula) ci dice una cosa a cui non riesco a smettere di pensare e che forse mai dimenticherò:
Quando uno lotta contro le ingiustizie delle volte può sentirsi solo, sfiancato e abbandonato. Ma la luce di chi lotta per costruire un mondo migliore, più giusto, delle volte riesce a penetrare le tenebre dell’egoismo e fa brillare tutto ció che c’è di buono nell’uomo e nel mondo.
Quella luce io la chiamo speranza”.
Ieri sera abbiamo osservato quel fascio di luce. Abbiamo vissuto la speranza.

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Soprattutto a Natale

É Natale. Le gocce di sudore stanno bagnando il cuscino. C’è il vecchio Antonio sdraiato nel letto, che vorrebbe toglierselo da sotto la testa quel cuscino umido, ma tossisce forte e non riesce a muovere le gambe. Senza cuscino non ci può stare perché, se sta con la testa in basso, c’è qualcosa fra il naso e la bocca che va a bloccargli il respiro. Lo desidererebbe però un cuscino che non sia così madido di sudore da bagnarsi la nuca a starci sopra. In casa c’erano solo due cuscini: quello sudato, che stava sotto la testa di Antonio; quello asciutto, che doveva essere nel letto nella camera degli ospiti. Che poi Antonio di ospiti non ne aveva mai, quella camera era una volta la camera di Annetta, sua figlia. Quando c’era la piccola Annetta, c’erano almeno una mezza dozzina di cuscini per tutta la casa. Lorella era sua moglie e teneva sempre i cuscini foderati, perché se arrivavano ospiti, diceva, era tutto più pratico. Quando era il periodo di Natale, Lorella foderava tutti i cuscini di rosso e Annetta disegnava dei grandi fiocchi di neve su fogli di carta e li appendeva con del nastro adesivo sul frigorifero, sui mobili, sul muro dell’entrata. Era ormai da un po’ di anni che a casa non c’era nessuno. La camera di Annetta era diventata la camera degli ospiti che non venivano mai; i muri e il frigo erano spogli e non c’era nessun foglio sul muro dell’entrata. Cuscini: solo più due. Uno umido che stava a bagnargli tutta la maledetta nuca e uno di là, nella camera degli ospiti. 

C’erano dei momenti in cui la tosse si calmava. Non smetteva ma si faceva più tenue, così Antonio riusciva a sentire quello che diceva la radio. Ora sta trasmettendo canzoni di Natale. Prima aveva la televisione ma, quando ancora le gambe gli funzionavano, era capitato che si fosse arrabbiato così tanto da darle un calcio e rompere lo schermo. Si era azzardato a guardare un servizio vecchio di un telegiornale, registrato in vhs. Nel servizio si parlava di un tizio che si era costituito alla giustizia dopo aver ucciso il proprio vicino. Il vicino si scopava la moglie di Antonio. Fosse stato per lui avrebbe ammazzato la moglie, non il vicino, ma non avrebbe mai fatto un dispetto così crudele ad Annetta. Era pure una brava persona il vicino. Però quella cosa di scopargli la moglie, proprio non doveva farla, diamine. 

La radio passava una canzone di Natale di John Lennon. Canti di gioia e pace, alla fine ti sparano. – Pensava Antonio. – Come a Ghandi. 

Anche il vicino cantava di gioia e pace. Era tenore nel coro gospel della chiesa. Uno che canta “May the blood of Jesus save me from all of my sins” può trascorrere i giovedì pomeriggio a scoparti la moglie? No, non può davvero. O meglio, forse non avrebbe dovuto. Il giovedì pomeriggio Antonio aveva le consegne al mobilificio e i fornitori gli facevano fare sempre tardi. Per Lorella c’era tutto il tempo di farsi sbattere dal quel canterino del vicino, farsi venire in faccia, lavarsi la colpa di dosso con una bella doccia e preparare la cena come nulla fosse mai successo. Antonio aveva subito annusato qualcosa di strano, perché per un paio di giovedì aveva provato a chiamare a casa per avvertire la moglie che avrebbe ulteriormente tardato e aveva trovato il telefono staccato. 

Ci vollero un paio di mesi prima che considerasse l’idea di essere un cornuto. Ce ne vollero altri due prima che decidesse di darsi una mossa per scoprire chi è che staccava il telefono ogni giovedì pomeriggio e poi scaricava seme adultero su sua moglie. 

Il piano fu di facile trama e decisamente banale, gli fece perdere ogni stima nei confronti della moglie, che se in gioventù gli era sembrata una energica giovane dalle idee rivoluzionarie, ora gli pareva un’oca Giuliva radical chic che riempie la propria frustrazione con il membro del vicino. Chiamò all’ora di pranzo per dire che avrebbe tardato assai quella sera e che Annetta sarebbe andata a fare cena dai nonni. Annetta era davvero a cena dai nonni, ma Antonio aveva chiamato i fornitori e aveva loro detto di incontrarsi il venerdì. Dopo aver pranzato con una bistecca di Fassone, andò alla casetta di caccia e prese il suo winchester a doppia canna. Lo mise in macchina e si diresse verso casa propria. 

Lorella aveva inserito dall’interno la chiave nella toppa e Antonio dovette sfondarla con un calcio per poter scorgere la moglie in ginocchio che si premeva la faccia contro i testicoli del vicino. All’udire il fragore dei cardini della porta infrangersi, Lorella si spaventó tanto da dare un involontario e improvviso colpo con la testa verso l’alto. I testicoli, da leccati, divennero colpiti e il vicino si trovò accasciato a terra, con i testicoli che gli dolevano e con la doppia canna del winchester che gli accarezzava la pancia.

Quando Antonio premette il grilletto, non pensò al fatto che stava uccidendo una persona. Pensò che stava bucando il pancione di quel vicino canterino che un minuto prima poggiava le palle sulle guance di Lorella. Pensò che così facendo avrebbe cancellato quel senso di insufficienza e quel sapore dell’essere stato cantonato. Lorella era ancora nuda, gettò un urlo e dopo pianse. Pensava che Antonio avrebbe ucciso anche lei, infatti si mise a singhiozzare chiedendo pietà al marito. Antonio non la guardò nemmeno. Mentre era voltato e pronto a varcare la soglia della porta, le disse solo che non l’avrebbe voluta vedere mai più. “Prenditi cura di Annetta come si deve, oppure la prossima volta torno e ammazzo pure te.” furono le ultime cose che disse alla moglie. Poi andò a costituirsi alla polizia, che nel frattempo era stata già avvertita dalla signora Bocca che stava al piano di sotto e aveva sobbalzato quando Antonio aveva sparato.

Quello di Antonio era un paesino e vicende come quelle erano meglio del cinema, che tanto per trovarne uno decente bisognava andare in città. Ma in città c’era l’aria sporca, nessuno ci andava mai. Così Antonio divenne una leggenda fra gli uomini (e anche fra qualche femmina amante dell’uomo rude) e in carcere era riverito e rispettato, anche dalle guardie. Perché di base Antonio era un lavoratore e nella sua vita si era dimostrato un brav’uomo. Un brav’uomo che aveva sbudellato il vicino che gli trombava la moglie con il suo winchester.

Quando uscì dalla prigione era già vecchio e dopo sei mesi anche malato. Lorella si era portata via tutti i cuscini, le fodere e le lenzuola. Peggio di tutto si era portata via Annetta e non gliel’avrebbe fatta più rivedere. Antonio voleva bene ad Annetta, ma proprio non ce l’aveva mai fatta a vedersi come un padre. O per lo meno cerca di convincersi di questa cosa. Gli mancava la piccola Annetta e i suoi disegni. Gli mancava averla per casa e prenderla in giro per la forma dei fiocchi di neve che disegnava. Non gli mancava certo educarla, preoccuparsi per lei, stare sveglio per curarla quando stava male o quelle robe lì. No, quello non gli piaceva proprio. Quella era roba che piaceva a Lorella. Era lei ad aver insistito per volere una creatura da crescere.

-Ora crescitela. Oca Giuliva. Crescitela da sola.- pensava Antonio, digrignando i denti. Poi però si addolciva e pensava che, al di là di tutto, quell’Annetta era figlia sua e anche se la madre era una donnicciuola da due soldi, qualcosa dal padre doveva averlo pur preso. E questo la rendeva un po’ più simpatica agli occhi del vecchio Antonio. 

L’ascolto della radio si è interrotto, sovrastato dalla tosse che si è riaccesa. Ancora più forte di prima. A ogni colpo di tosse, sangue gli cadeva dalla bocca e macchiava la coperta verde che gli copriva il corpo ma lasciava scoperti i piedi.

Ci volle un quarto d’ora prima che la tosse s’interrompesse e il dolore si lenisse. Torna la radio a farsi sentire e il conduttore esorta gli ascoltatori a trascorrere un felice natale e non perdere tempo a litigare perché ” il tempo insieme è prezioso”. Antonio la spegne e cerca di chiudere gli occhi e perdersi nel silenzio dei suoi pensieri. Si sta anche per addormentare, che sarebbe una manna, ma il citofono suona. È Sandro, che non suona per aprire, visto che le chiavi gliele ha date Antonio qualche mese prima, ma per avvertire che sta salendo le scale. Sandro è un amico di vecchia data di Antonio. In prigione non è mai andato a trovarlo ma quando è tornato al paese si è dimostrato un amico immutato. Da quando Antonio si era ammalato Sandro si era dimostrato disponibile ad aiutarlo e offrirgli umana compagnia. Antonio aveva la fama del burbero e all’inizio aveva detto che non voleva nessuno tra i piedi mentre moriva. In realtà voleva sinceramente bene a Sandro, non si sentiva giudicato da lui e la sua compagnia allietava la dolorosa solitudine della malattia. La malattia del corpo e dell’anima.

Quando arriva, Sandro apre la porta ed entra con un sorriso. Nelle mani tiene una bottiglia e una stecca di Malboro.

– Buon Natale, Antonio! Come andiamo oggi?

– Fermi. Allo stessi punto di ieri.

– La tua tosse?

– Batte. Forte. Sempre.

– E il medico lo hai chiamato?

– Non devo essere io a chiamare il medico ma il Signore a chiamare me.

– Oh quanto sei tragico.

– Non sono tragico. Sono vecchio.

Sandro ride e gli cambia il cuscino. Finalmente Antonio può stare con la testa asciutta. Stanno a parlare del più e del meno per un’oretta, finché Antonio non caccia Sandro fuori di casa.

– Basta. Mi hai rotto i coglioni ora. Voglio stare da solo. Vattene a casa dalla tua famiglia. –

Sandro sa che il tono fa parte del personaggio e mica si offende. Anzi, sorride, se lo prende in braccio e lo sposta dal divano al letto.

– Parcheggiami pure qui. Maledette queste gambe. Grazie però Sandro. Ecco, lasciami pure qui. Vattene ora.

– Va bene Antonio. Ti vengo a trovare domani.

– Se non vieni,  guarda è meglio.

– E invece verrò. Come sempre.

– Fa un po’ come ti pare guarda.

– Mi ha chiamato Annetta per farti gli auguri. Dice che il telefono è staccato.

– Il telefono lo stacco sempre.

– Beh allora magari richiamala.

– vediamo. Magari. Vattene ora.

– Che poi mi chiedo come tu faccia a non chiamare Annetta. Capisco Lorella, ma Annetta era una bambina.

– Fatti i cazzi tuoi Sandro.

– Ma a che diamine pensi allora tutto il giorno qui mentre io non ci sono.

– Di base a niente.

– Suvvia

– Alcune volte penso che al di là di quale sia la storia di ognuno, prima si vive poi si muore. Ecco, a questo penso.

– Pensieri allegri, eh?

– Pensieri veri.

– Torno a casa, Antonio. Cerca di riposare. Di nuovo Buon Natale

– Ciao, Sandro. Buon Natale anche a te e famiglia. Sei fortunato ad aver saputo subito come farne una bella. Io mica l’ho avuta sta fortuna.

Così pronuncia Antonio e Sandro non risponde più. È l’ultima volta che Antonio parla a qualcuno. Ma nessuno dei due ancora lo sa. Antonio morirà a Santo Stefano. L’indomani mattina. Sandro infatti sorride prima di andare via e promette ciò che non potrà mantenere: “ci vediamo domani”, così gli dice. Lascia la porta della camera da letto socchiusa alle spalle, richiude quella dell’entrata.

Fa freddo fuori e si preme la sciarpa contro il viso per coprirsi. Quando torna a casa, apre la porta e sua figlia Carlotta corre ad abbracciarlo.

– Eccoti, papà! Dov’eri?? Ti stiamo aspettando per iniziare a mangiare!

– Ero da Antonio!

– Anche a Natale devi fare il badante ai vecchino amici tuoi? – Lo canzona la figlia.

– Soprattutto a Natale.

Sciroppo d’acero

Lo sciroppo d’acero stava nello scaffale delle torte. Dio solo sa perché. Ogni volta lo cercavo nello scaffale dove ci sono le uova, poiché lì dovrebbe stare. Ma non c’era mai. Dovevo sempre farmi un giro completo prima di trovarlo. O peggio chiedere a qualche scaffalista.
– Scusa dov’è lo sciroppo d’acero? –
– E là. Terzo scaffale. Dove ci sono gli ingredienti per le torte. –
“Ma che cazzo ci fa lì?!” avrei voluto sbottare io. “Dovrebbe essere dove, cazzo, sono le uova!”
Ci penso sempre ma non lo faccio mai. Ci fai i pancackes con lo sciroppo d’acero. Mica le torte.
La spesa, io odio farla. Non la faccio mai infatti. Però lo sciroppo d’acero mi piaceva andarlo a comprare. E quel giorno ne avevo proprio voglia. Chissà perché, poi. Sarà stato per il colore forse: ambrato e luccicante, ecco. Cercavo sempre di prendere quello con l’etichetta rossa perché mi sembra che il rosso accentuasse l’ambrato dello sciroppo.
Io ci facevo sì i pancakes, ma quel diamine di sciroppo era delizioso anche berlo così, a canna. Liscio. Era maledettamente dolce, schifosamente buono.
Quella volta ero al Carrefour. Giunsi di fronte allo scaffale delle torte e acchiappai lo sciroppo con la mano. Lo feci dondolare fino a quando non lo posai sul piano di una cassa automatica. Ci va meno di due minuti a pagare un solo articolo. Infatti eccomi che dondolo nuovamente lo sciroppo d’acero, sventolando lo scontrino per farmi aprire le porte per poi mettermelo in tasca quando varco l’uscio e mi avviò per la strada.
Sono appena uscito quando vedo appoggiata ai lati del supermercato una ragazzina che, sì e no, avrà avuto una dozzina d’anni. Non molti di più. Si accoccolava contro il muro e si teneva le ginocchia strette al petto con le braccia. Passai e malapena mi accorsi di lei. Poi mi parlò, volsi lo sguardo e ben la vidi.
Aveva un occhio viola e un labbro rotto. Il colletto della camicia sgualcita che vestiva era sporco di terra e sangue e a fatica nascondeva un collo molto arrossato. A occhio e croce l’avevano percossa. Magari stuprata pure. “Per dio speriamo per lei di no” sospirai fra me e me e nel mentre angosciato la scrutavo.
– Una moneta per favore, per mangiare. – questo mi disse. Non le risposi nemmeno. Avevo due euro e cinquanta in mano. Rimasi qualche altro secondo a guardarla poi le porsi le monete. Lei le prese e mi ringrazio. Io le volsi le spalle e me ne andai a casa. Quando rincasai mi misi a preparare i miei pancakes. Erano buonissimi come al solito e impreziosita dal loro sapore soave, la serata passò e io non pensai nemmeno per un secondo di più alla ragazzina del supermercato.

Ci ripensai la mattina seguente.
Mi ero svegliato e avevo bevuto un po’ di quello sciroppo d’acero, così a canna liscio, e dopo aver divorato i pancakes avanzati della sera precedente. Uscì di casa e la vidi mentre sfrecciavo con la bicicletta. Stava rovistando in una pattumiera. Non rallentai nemmeno per vedere se fosse riuscita a trovare qualcosa.
Rivedendola, ripensai a quei brutti segni che aveva in volto e sul corpo. Qualcuno l’aveva malmenata, povera. Chissà chi. Perché. Una ragazzina che forse aveva dodici anni. O forse no, ma pochi di più. Non ne aveva sedici. Lo avrei capito se ne avesse avuti sedici, ma non li aveva. Era una ragazzina, piccola. Non aveva le tette, per capirci. Non che le avesse piccole, proprio non ne aveva.
Come si fa a picchiare una ragazzina così?
Ci rimuginai un altro po’ su poi fu una macchina che mi tagliava la strada, minacciando di disarcionarmi dalla bici, a distrarmi. Evitai il pazzo e la sua auto  e mangiai la strada a suon di pedalate.
Pensai a un sacco di altre cose quel giorno. Alcune di parecchio brutte. Ma non più alla ragazzina del supermercato che rovistava nella spazzatura. Giunsi in ufficio e la giornata volò via. Come quelle tante altre da lì in poi.
Febbraio sfumò. Arrivò marzo e i suoi fiori prematuri, perché faceva caldo e il sole sembrava già quello di aprile. Ci fu una settimana in cui sembrava già estate e così tutti stavano in giro senza giacche o maglioni, lasciando scoperte le braccia. I nordici, più audaci, anche le gambe. Andai altre volte a comprare lo sciroppo d’acero e altre volte la vidi, quella ragazzina malmenata, che rovistava nella spazzatura. Anche lei aveva con il caldo lasciato scoperte le braccia e ora mostrava i segni di graffi e piccole ustioni sulle braccia, oltre che quel suo solito viso emaciato madido, emaciato e malridotto. Quei giorni lì, era nero il suo occhio destro e in quel momento non avrei saputo dire se le annerivano ogni tanto il sinistro, ogni tanto il destro; oppure se veniva colpita nello stesso occhio almeno da un mese. Magari pure dalla stessa mano.
Quando passavo mi chiedeva sempre la stessa cosa che chiedeva a tutti:
– Una moneta per mangiare, per favore. –
Quando avevo una moneta gliela davo. Quando non ce l’avevo acceleravo il passo e nemmeno le rivolgevo parola per accennarle un “scusami, oggi non ce l’ho la moneta”. Che poi di che mi dovevo scusare? I soldi erano i miei, accidenti.
Mentre passavo però la guardavo sempre. Quasi come se volessi controllare che quei balordi stessero continuando a conciarla per le feste. Come se qualcosa di lei o delle sue ferite mi importasse. Guardavo quegli ematomi e quei graffi e più mi preoccupavo, più mi sentivo ipocrita. Svoltato l’angolo, mi sforzavo di non pensarci. E, diciamolo, non dovevo sforzarmi nemmeno molto.
Iniziai tuttavia a fare caso al fatto che, se ripassavo da quelle parti la sera, la ragazzina non la vedevo mai. Quando me ne accorsi, mi incuriosì e iniziai a fare degli esperimenti. Andavo a comprare lo sciroppo d’acero in momenti diversi della giornata. Se ci andavo la mattina cercavo di andarci presto alcuni giorni, tardi certi altri. Per capire a che ora la ragazzina arrivasse. Se andavo a comprare lo sciroppo di pomeriggio, provavo ad recarmi lì il più tardi possibile. Dopo qualche tentativo conclusi che la ragazzina era già presente alle otto e mezza di mattina. Alle sette di sera scompariva e per tutta la notte non si faceva vedere da quelle parti. Lo sapevo perché avevo controllato. Divorato dalla curiosità un paio di notti improvvisai una passeggiata notturna in realtà solo per controllare se alle tre, alle quattro o alle cinque di notte la ragazzina fosse tornata e dormisse lì, di fronte al supermercato. Eppure non c’era mai e solo alle otto il suo viso arrossato e le sue labbra spaccate facevano capolino sul marciapiede.
La mia immaginazione galoppava. Cosa faceva di notte quella ragazzina? Perché era di notte che la picchiavano. Non ce lo vedevo proprio a verificarsi, un episodio di violenza in mezzo al centro della città su un marciapiede stracolmo di gente. Quindi era di notte che quella ragazzina prendeva le botte. Ma chi gliele dava? mi chiedevo. Perché, poi? mi domandavo triste. In fondo era una ragazzina che non aveva nemmeno le tette. Che mai poteva fare di tanto riprovevole da meritarsi tutte quelle botte?
E poi perché di notte scompariva, giusto per farsi picchiare per poi tornare a fare l’accattona di giorno? Che senso aveva? Non glielo chiesi mai. Quando ci pensavo rabbrividivo all’idea che quella ragazzina era lì ed era vera, Dio solo sa quanto soffriva. Quella ragazzina era una storia andata male. Che stava andando forse peggio. Allo stesso tempo però mi sentivo sollevato, perché quei vestiti sgualciti su quel marciapiede mi sembravano così maledettamente lontani da me che anche solo sforzarmi di provare empatia per quell’anima mi sembrava sciocco. Tutto ciò che mi sembrava di poter provare era pietà. Commiserazione. E questo, devo ammetterlo, mi faceva sentire un po’ un verme. Ma lo eravamo tutti, vermi. Che davanti ai suoi occhi strisciavamo senza degnarla di una reale nota di preoccupazione o di solidarietà reale. Le davamo più o meno tutti una moneta, quando ce l’avevamo. E, mannaggia a noi, spesso non l’avevamo.

Passarono alcune settimane e venne un periodo in cui non la vedevo nemmeno di giorno. Sembrava essersi volatilizzata. Un po’ mi spiaceva non vederla ma sarebbe falso non ammettere che non vederla più mi faceva sentire meno turbato nei confronti di quello che è il mondo.
Riapparve in una domenica di aprile. Mi ero svegliato presto per fare i pancakes per me e per un paio di amici che avevano bivaccato sul mio divano tutta la sera. Mi mancava lo sciroppo d’acero, così uscì di casa e mi recai al supermercato. Era piovuto la notte precedente e il suolo era ancora bagnato. La ragazzina dodicenne stava lì, seduta per terra, dove ero solito trovarla nei mesi precedenti. Rannicchiata su se stessa, abbracciava le sue stesse ginocchia. La testa era china sulle braccia incrociate ma quando mi sentì passare alzò lenta il capo e con voce fioca mi disse come soleva fare:
– Una moneta, per favore. È per mangiare. –
Era la prima volta che la rivedevo dopo qualche tempo e se dapprima fu l’ansia a cogliermi, dopo mi sentì emozionato, sollevato e felice di vederla e sapere che stava bene. Certo aveva il solito viso tumefatto, i soliti graffi e la solita sporcizia addosso. Ma era viva. E questa cosa, per me, in quel momento, era una gran cosa.
Mi toccai le tasche ma non sentì al tatto la presenza di monete. Non ne avevo, in effetti.
Ci fu un momento di imbarazzo che colmai balbettando una stupidaggine. – Aspetta qui un attimo. – le dissi. Lei era lì per fare l’elemosina e ci sarebbe stata tutto il giorno: dove volevo che se ne andasse?
Entrai a passo svelto nel supermercato e riflettei sul fatto che quelle erano le prime parole che le avevo rivolto: “aspetta qui un attimo”. Mi sentì uno stupido ma questo mi aiutò a ricordarmi, per la prima volta, che lo sciroppo d’acero stava nello scaffale delle torte.
Mi precipitai lì e ne afferrai due confezioni. Pagai alle casse automatiche e uscì. Quando fui di nuovo davanti alla ragazzina le porsi una delle due bottiglie di sciroppo d’acero.
Lei mi guardò un po’ stupida, afferrò un po’ dubbiosa la bottiglia. Svitò il tappo e avvicinò lo sciroppo al naso per tastarne l’odoro. Con una voce che sentivo per la prima volta chiara, mi chiese: – Che cos’è? Non lo mai visto. –
– È sciroppo d’acero. Si usa per fare i pancakes ma è buono anche da bere così. –
Si portò lo sciroppo alla bocca e dalle labbra rosse di sangue bevette una sorsata. Dopo che ingoiò il liquido un sorriso comparve sul suo volto, mostrando che certi denti che c’erano più.
Chissà quante ne aveva prese, povera ragazzina.
– È buonissimo. – mi disse entusiasta, stringendo a sé la bottiglietta di sciroppo d’acero. Come se quella fosse la cosa più bella che avesse avuto per le mani negli ultimi tempi.
Le sorrisi, abbozzai un “prego. ciao”, me ne andai.
Non l’ho più vista dal quel giorno.
Ma ho una teoria al riguardo.
Bere e assaporare la squisitezza dello sciroppo d’acero ha aperto alla bambina gli occhi sulle possibilità della vita e del mondo. Si è recata prima dalla polizia e poi presso un ufficio di assistenza sociale e ha richiesto aiuto al sistema. Ora è a scuola con una famiglia adottiva che si prende cura di lei e le prepara ogni domenica i pancakes.

Oppure forse quei balordi gliene hanno date troppe una notte. Ed è morta.
Chi lo sa…
Me lo ricordo il suo sorriso senza qualche dente. Quella ragazzina che rovistava nella spazzatura mi sembrava proprio felice mentre sorrideva.
Quel maledetto sciroppo d’acero renderebbe felice chiunque in qualsiasi situazione.
Bevuto così, liscio. Altro che pancakes.

 

Farrucchero e crudismo

Qualche anno fa frequentavo una ballerina di pole dance, conosciuta durante un suo turno di lavoro, una sera piovosa di settembre a Milano. Era il 2012 e mi piaceva uscirci insieme. Mi piaceva il profumo che soleva portare e molto mi piacevano le suo petto prosperoso e turgido.
Me l’ha fatta ricordare la mia fidanzata qualche giorno fa, mentre mi rivelava la sua novella intenzione di diventare crudista.
– Voglio diventare crudista! –
– Cosa vuol dire crudista, Amore? Che mangi solo prosciutto crudo? –
La mia fidanzatina aveva riso alla battuta e risposto con un bacio. Con mia grande soddisfazione, tra l’altro, poiché la stessa battuta la proposi anni prima alla ballerina di pole dance, che tutt’altro che divertita, allora mi rispose in tono stizzito:- No, idiota. Non mangio cadaveri. I crudisti si cibano dei frutti della terra per come la terra li partorisce. Senza alterare chimicamente la loro composizione, già di per sé naturale e perfetta. –
Anche la ballerina di Pole era crudista. O meglio, anche lei, lo sta diventando. Ci vuole tempo per diventare crudisti. E’ una specie di percorso che uno inizia e non sa bene nemmeno se vuole concludere.
– Cioè senza cuocerli? –
– Sì, senza cuocerli. –
“ Come gli Homo Abilis! Fanculo il fuoco e si fotta l’evoluzione della specie. Ottimo. Un’altra squinternata.” Ma questo mi limitai a pensarlo, perché, insomma, capiamoci… certo non ero andato in quel locale per avere una discussione accademica sul nutrizionismo, quanto piuttosto per pucciare il mio biscotto. Facemmo sesso quella sera e un altro paio di volte, fino a quando io commisi il classico errore del pivello che si imbatte in quella che comunemente viene chiamata “gnocca”: mi ci misi insieme e divenne la mia morosa per quasi 4 mesi.
Il suo nome d’arte era Sharon, Lucrezia all’anagrafe.
I vecchi e bavosi clienti smaniano dalla voglia di sapere i veri nomi delle ragazze. Penso di essere l’unico che avrebbe invece preferito non saperlo: Lucrezia è proprio un brutto nome. Proprio non lo soffro il nome Lucrezia. Il suono mi risulta così cacofonico che anche solo provare a pronunciarlo, specie davanti a lei, senza ridere, era per me impossibile. Eravamo al cinema quando le chiesi: – Senti, non è che ti dà fastidio se ti chiamo Sharon anche quando siamo fuori dal locale?-
– Perché? Lucrezia non ti piace? –
– Figurati! Bellissimo il nome Lucrezia. Ci chiamerei mia figlia, se mai ne avessi una. Lucrezia Bottino. Senti come suona bene. – Articolai “Lucrezia” e un po’ mi venne da ridere. Sharon se ne accorse e il suo visino gentile si fece sospettoso e un po’ indispettito.
– E allora perché vuoi usare il nome che uso con i clienti? Sai, mi mette un po’ a disagio. Vorrei che mi chiamassi con il mio vero nome. –
– Il nome con cui ti ho conosciuto è Sharon. Il momento in cui i miei occhi hanno incrociato i tuoi, sapevano che era di Sharon quello sguardo. E’ Sharon la donna che attesi fino agli albori del sole mattiniero, perché finisse la sua notte di lavoro e potesse così venire via con me. Fu Sharon ad avvicinare il suo viso al mio e offrirmi le sue labbra. E’ Sharon che baciai. Lascia che mi rivolga a te come ho fatto quando ci siamo incontrati. Lo trovo molto romantico. –
I suoi occhi si addolcirono e con le labbra carnose mi schioccò un bacetto sulla guancia. Cosa non si fa per carpire il culo di una donna. Quante cazzate si dicono.
Lei stava a Rogoredo ma frequentava i corsi presso la Cattolica di Milano. Io in quel periodo vivevo in uno squallido bilocale a Milano, in zona Missori, perché per l’ennesima volta i miei mi avevano cacciato di casa, costringendomi (con i loro soldi!) ad affittare un buco lontano da casa.
– Sarebbe tanto comodo se durante la settimana, tornassi a dormire da te dopo il lavoro. La mattina a lezione, se la notte prima ho lavorato, non ci capisco nulla. –
Mi disse un giorno gonfiando il petto e facendomi gli occhi dolci.
– Ti secca se domani porto qualcosa di mio qui da te? –
“No! Puttanella maledetta, che fai continuamente leva sul mio psicotico desiderio di scoparti per ottenere quello che da me vuoi. E ora vuoi scroccare un tetto. Vuoi che ti accolga dopo che hai aperto le gambe, ti sei strusciata sul palo e dopo che hai accarezzato le gambe di quattro sessantenni che potrebbero essere tuo padre e tuo nonno. In più sei pure crudista e non credi nella bontà e supremazia del cibo cotto. Sei una pazza squilibrata. No! Mai. No che non la porti la tua roba a casa mia. O mi dai il culo adesso e domani te ne vai. Oppure vattene ora e basta!” pensai. Ma per Dio, in quel periodo il mio pene ragionava ad una velocità che era il doppio rispetto a quella del cervello e “Mi sembra un’ottima idea.” Fu quello che dissi. E lo dissi senza nemmeno guardarla in faccia, ma con gli occhi puntati sui suoi seni e i loro capezzoli turgidi, che, come pistole, puntavano verso di me.
Dopo averle detto sì, mi concesse il suo corpo (tranne il culo!) e l’indomani mattina se ne arrivò a casa con una valigia piena di vestiti e di “provviste”.
Mentre riempiva il frigo di finocchi, sedani, zucchine e pere, le chiesi perché aveva portato anche qualche scatoletta di fagioli precotti, di farro e di polenta.
“I cibi cotti affaticano l’organismo. Però non si possono togliere tutti di colpo. Uno al crudismo ci deve arrivare.” mi rispose guardando con gli occhi al cielo.
Accortasi delle mie evidenti lacune in ambito della cultura vegana/crudista, passò il primo giorno a spiegarmi quale sarebbe stata la sua dieta ideale e quale dieta avrebbe dovuto fare per arrivare a mangiare solo frutta e verdura cruda.
Mentre mi spiegava queste cose, sferragliava con le mie pentole e si cucinava un po’ di polenta che avrebbe poi condito con sale e paprika.
“ Ma che fa? Mi prende in giro? Non era crudista?! Perché si sta cucinando la polenta?” pensai inebetito dalla mia logica coerente, tipica degli onnivori e delle persone sane di mente, che del cibo non fanno una questione etica bensì estetica.

-Perché non ti fai un frutto. O un finocchio crudo? Se sei crudista…- le chiesi quindi, curioso.
-Perché il finocchio crudo l’ho già mangiato. La frutta la mangio dalle 8 am alle 4 pm. Così ho meno tempo per, eventualmente, sgarrare e mangiare roba cotta alla quale, mannaggia, mi hanno fatto abituare.-rispose lei.
– Eh, appunto. Sono le tre! –
– Lo so. Ma ho voglia di polenta. –
Polenta, sale e paprika.
Delizia.
In quel momento capì una cosa che solo chi vive con chi è patito di diete può capire: le persone si danno regole, per infrangerle, poi dunque sentirsi in colpa e infine autogiustificarsi per la cosa.

Quella stessa notte, mi rivelò di essere stata grassoccia nei primi 12 anni dell’infanzia, durante i quali aveva sviluppato un rapporto morboso con le schifezze alimentari e i dolciumi. Mi raccontò di quando, a scuola, i bambini la prendevano in giro chiamandola “scrofa” o “cicciabomba”. Mi rivelò che allora le piaceva un ragazzino con gli occhi blu e che quando lei gli si confessò, lui le rispose “Mi dispiace. Sei troppo grassa. Non mi piacciono le ragazze grasse.”
– Dovrebbe vedermi ora. Si mangerebbe le mani. – concluse lei accarezzandosi la forma dei seni e dei fianchi, al fine di sottolineare il fatto che nel frattempo era cresciuta bene.
– Voglio diventare crudista anche per questo. Se mi obbligo a mangiare solo cibi crudi e naturali, automaticamente escludo ogni forma di zucchero che non sia già presente nella frutta. E’ lo zucchero la vera droga! Quello raffinato. Quello bianco, più bianco della cocaina. Ci uccidono con quel maledetto zucchero! –
Sul fatto che lo zucchero raffinato sia un’arma di distruzione di massa, tutt’oggi non sono granché convinto, ma sul fatto che per certi individui possa essere una droga mi dovetti subito ricredere. Per lei lo zucchero era davvero una droga. Sharon era certamente tossica di zucchero e, se avesse potuto, probabilmente, lo avrebbe anche sniffato. Anzi, il fatto che io non lo sappia, non vuol dire che mai sia successo.
Sharon aveva da poco tempo abbracciato la filosofia del crudismo e da nemmeno un anno si era data al veganesimo. Non aveva quindi ancora, in realtà, sconfitto quel demone che da bambina le aveva fatto guadagnare l’appellativo di “ciccia-bomba”. E ogni tanto, quel diavolo ancora tornava a sussurrarle nell’orecchio e faceva salire la sua brama di dolci a livelli difficilmente contenibili. Ogni tanto Sharon riusciva a controllarsi e tentava di arginare il desiderio di torte e pasticcini, tritando una mela fra i denti, o una manciata di fragole. Certe volte però la frutta non bastava e quindi Sharon cedeva allo zucchero bianco. Quando questo succedeva però, Sharon aveva la necessità psicologica di mascherarlo, e quindi di mischiare lo zucchero a qualcosa di generalmente riconosciuto come salutare.
fu così che nacque il Farrucchero.

Cos’è il farrucchero?

Una sera infausta, l’isteria zuccherosa di Sharon la colse quando la dispensa era ormai vuota e priva di delizie. Il suo cuore fece un tonfo e nello stesso momento l’ingegno suo lavorò come mai prima d’allora ed elaborò un capolavoro dell’arte povera della pasticceria.

– Se cucino del farro, senza sale, e a questo aggiungo lo zucchero in cottura, questo diventerà dolce. Il farro è un cereale, come il mais, non posso soffiarlo ma posso scaldarlo e addolcirlo con una valanga di zucchero – esclamò.
La dedizione le costa venti minuti e buttato giù il primo boccone, il sapore esplose in una frase che non ho mai inteso se seria o ironica.

“Buono questo Farrucchero!”

Morte Social

-E’ morto… –

-Eco. Lo so.- rispondo incalzante ad Anita che scrolla il suo social’s feed muovendo il pollice dal basso verso l’alto.

-Lo stanno condividendo tutti.-

-Secondo me a Facebook fanno i gran salti di gioia quando muore una celeb. Sai quanti click racimolano-

-I salti di gioia li fanno anche gli utenti: qualcos’altro circa cui piangere- risponde un po’ stizzita Anita, che ora si è alzata dal letto e si infila i calzini.

-Perché dici così? I lettori mica lo fanno per soldi, FaanPage sì!-

-Lo fanno comunque per qualcosa in cambio. Qualcosa con cui possano acquistare un po’ di soddisfazione.-

-Attenzione da parte degli altri?-

-No, molto meno. Un like.- E dopo avermi risposto con un tono che a me è sembrato triste, si allontana dalla camera da letto in cucina, con addosso solo le mutande e i calzini, tenendo scoperti i seni turgidi. La vedo scomparire dietro la porta della camera da letto ma dal vetro della porta miro la sua sagoma che si allunga per prendere qualcosa in alto e poi si china per posarlo a terra. Rimane in cucina per qualche minuto Anita, mentre io continuo a scorrere post sulla scomparsa di Eco.

“E’ morto il mio scrittore preferito”, “E’ morto il maestro.”, “Addio, insegna agli angeli a scrivere”, “Maestro, che la rosa ti accompagni.”

Eco odiava il Nome Della Rosa. Lo odiava proprio quel romanzo.

Ci rimugino su e divento anch’io mesto. Penso a quanto sia triste morire per essere pianto da un gregge che poi non è il tuo.

Interrompe i miei tristi pensieri l’udire il brontolio della caffettiera e, dopo poco, la vista di Anita che è tornata in camera dal letto, portando con sé due tazzine di caffè.

-Gli imbecilli sui social di cui parlava, ora lo piangono. Eco ingrato.-

-Secondo me sai cosa si dovrebbe fare tutte le volte che muore qualcuno di importante?- Mi chiede Anita togliendosi i calzini e posando i seni sul mio petto.

Facciamo così l’amore. E pazienza che è morto il grande e sempiterno Umberto Eco. A tutti capiterà. Prima o poi. Quindi chissenefrega, ecco.
Proprio come avrebbe voluto lui.

Tutta colpa di Fabri.

E’ tutta colpa di Fabrizio. “Fattela una bici” “La bici è il mezzo del futuro” “Stai sicuro che ti piacerà…” Una manovra di persuasione durata mesi, fatta di ghigni beffardi quando il Fabri arrivava prima del mio autobus, e di frasette buttate lì. -Aspetti l’autobus con me?- -Ma va, sono in bici. L’avessi avuta anche tu…facevamo una passeggiata… – O ancora: -Fabri devi darci un attimo perché stiamo cercando parcheggio e non si trova un cazzo- -Eh, sfigati. Io sono in bici. Non ho avuto problemi.- “Fanculo a ‘sta cazzo di bici.” pensavo io. La pazienza è la virtù dei forzi; e come una goccia che cade nello stesso esatto punto della precedente, scavando lentamente nel mio cervello, Fabri non si era mai arreso e piano piano, giorno per giorno, innestava e coltivava nei miei pensieri l’idea di ciclo-munirmi. Venne aprile e portò i fiori. Il sole cantava caldo nel cielo e le fredde giornate di inverno sbiadivano nei cassetti della memoria. Io e Fabri uscivamo da una riunione e diretti verso casa – lui in bici io a piedi – camminavamo sulla strada deserta mentre il tramonto si consumava alle nostre spalle, colorando il cielo di rosa e di arancio. -Caspita, pensa che bello se anche tu fossi in bici e ci facessimo una super pedalata verso il tramonto. Non fa caldo, non fa freddo. Sarebbe una serata perfetta per un bel giro in bici. Sì, ci vorrebbe proprio. Peccato non ce l’hai. Beh dai, ognuno c’ha le convinzioni sue. E’ giusto così. Vai pure verso la metro che io mi faccio la ciclabile che costeggia il Po’. E’ quasi tutta in fiori. Album dei Little Dragons e via! A pedalare tra i fiori e il tramonto! Ciao, Fede! A domani.- Quella fu l’ultima goccia. Fabri aveva vinto. Il padrone di casa aveva accennato a biciclette e passeggini relegati in soffitta. Per la paura dei secondi, in soffitta non c’ero mai andato. Così, una volta giunto a casa, vinsi la paura dei passeggini, salii in soffitta e rovistai fra le porcherie che l’ex inquilino del mio appartamento aveva abbandonato. Cucine. Due. Mobili, un’infinità. Bambole. Libri. Vestiti vecchi. Borsoni. Piatti. E, nemmeno a farlo apposta, ecco due bici. Una Mountain-Bike senza ruote e una Lady da corsa degli anni ’70 colore blu metallizzato. Di bici io non ci capisco un cazzo, quindi penso: “Domani ci porto Fabri qui e vede un po’ se quei due telai sono davvero delle biciclette utilizzabili.” Fabri il giorno dopo arriva e insieme andiamo in soffitta. Dà un’occhiata alle bici. E no, non sono utilizzabili. Mi dice che la Lady da corsa degli anni ’70 potrebbe esserlo se ci cambiamo un po’ di cose. “E’ una bella bici, tra l’altro. Guarda un po’ che culo che c’hai! Hai vinto una bici da corsa vintage. Questa sì che è una bella bici.” La tiriamo quindi fuori. Le diamo una lavata e la portiamo sul ballatoio del mio appartamento. Fabri mi dice che ci vogliono meno di 100 euro per metterla a posto e insiste sul fatto che quella è una bella bici. “Massì guardala! E’ proprio una Lady del ’70. Da corsa! C’ha pure il manubrio da corsa. Guarda che bella bici da corsa vintage che ti sei trovato.” Io penso che sticazzi, 100 euro ce li ho e non posso nemmeno spendere tutti i miei soldi in pizza. Qualche giorno dopo andiamo da Decathlon e compriamo i pezzi da ricambio per rendere la bici cavalcabile. L’indomani Fabri viene da me, si porta un set di chiavi inglesi – simbolo del vero uomo (adulto) – e si mette a sferragliare. E’ tutto contento Fabri mentre mi mette a posto la bici e sorride gaio, dai rossori della sua folta barba. Qualche ora dopo la bici e pronta e, per Dio, non manca che provarla. Nel frattempo, l’entusiasmo di Fabri ha convinto un po’ anche me e, mentre spengo una sigaretta, penso che in fondo un po’ di moto non può che farmi bene. Massì, proviamola sta bici. Inforchiamo e partiamo. Appena superiamo l’angolo di casa, Fabri articola la frase che, in realtà, io avrei dovuto riconoscere come funesto avvertimento. Scendere dalla bici, tirare un cazzotto a Fabri, e scappare a prendermi un taxi. Questo avrei dovuto fare. E invece no. -Poi guarda, la prima volta che la provi, considerato che è stata ferma per tanto tempo, magari succedono cose strane. Ma vai tranquillo. E’ normale.- dice Fabri. Io lo ascolto e, vigliacco, tapino, continuo a pedalare. All’andata tutto normale. Io e Fabri pedaliamo fianco a fianco e l’aria che mi sbatte contro il petto mi fa ricordare quando, infante nella mia Valle, con la bicicletta di mio padre andavo al campetto in via Rubattera a spaccarmi di calcetto. Fabri addirittura si offre di provarla la mia bici. Facciamo così cambio per qualche isolato ed ecco la seconda frase che avrei dovuto di nuovo cogliere come premonitrice. -Dobbiamo ancora farci qualche lavoretto. Non è ancora a posto a posto. Ma per oggi può andare. A casa ci torni.-
Giungiamo quindi in ufficio, lavoriamo filati tutto il pomeriggio e quando arrivano le sette, io devo recarmi in C.so Galieo Ferraris per un meeting. L’incontro dura meno del previsto e per le sette e venti sono libero di tornare a casa. C’è il sole. Ci sono i fiori. C’è la bicicletta che, perdiana, è una Lady da corsa del ’70 blu metallizzata.
“Non potrà che essere piacevole.” penso. Non potrei essere stato più nel torto.

Ci vogliono infatti giusto cinque minuti per rendermi conto che in realtà il viaggio di ritorno sarebbe stato un disastro. Perdo il bullone che tiene avvitato il pedale sinistro, che inizia a ballare fastidiosamente sotto il mio piede. Invidioso, il pedale destro si sgancia anch’esso e inizia a grattare contro una parte del telaio. “Massì” penso io “è una Lady del ’70. Qualche acciacco ce l’ha per forza.” Continuo a pedalare. Mi dimentico però di un mio piccolo problema inerente al senso dell’orientamento. Per farvela breve, io ho un pessimo senso dell’orientamento. Ma pessimo davvero. Penso sia un danno neurologico perché ero epilettico da piccolo. Riesco a perdermi nella villa dei miei zii. Non ho ancora imparato la strada per raggiungere la mia casa al mare, giungendo dal mare. Sono un fottuto disastro. E’ troppo tardi quando mi rendo conto che, sì sto pedalando stoico, ma non so verso dove. Do un occhiata al navigatore e maledetto sia il giorno in cui ho deciso di comprare il Nokia Lumia. Il navigatore funziona di merda e non riesce a rilevare la mia posizione. Chiedo indicazioni e con sconforto scopro che sono finito a Torino Nord, oltre Porta Palazzo. Io abito in zona Bengasi. Profondissimo Torino Sud. Bestemmio appassionatamente. Mi giro su me stesso e torno indietro. Se sono finito a nord e devo andare a sud, basterà tornare indietro. Sto cazzo. Dopo altri venti minuti di pedalata scopro che sono di nuovo sulla direzione sbagliata. Mi arrendo e chiedo indicazioni. Mi risponde un signore gentile, ciclista anche lui, che dopo avermi dato indicazioni mi guarda impietosito e mi dice:- Da qui non puoi prendere nessuna ciclabile. E’ un po’ di strada da fare. Ti ci vorrà un po’. Occhio alle macchine.- Devo raggiungere Porta Nuova e poi percorrere tutta via Nizza. Il tramonto c’è ancora ma c’è anche foschia, quindi la luce non riproduce strabilianti colori. Non ci sono i fiori. Non c’è l’aria sul petto. Fa freddino. Le automobili sfrecciano alla mia sinistra e i loro specchietti attentano tutti alla mia vita. E, croce delle croci, ho dimenticato in ufficio gli auricolari. Sconsolato pedalo. E pedalo. I pedali ballano e grattano. Le ruote cigolano. Il sellino è così scomodo che inizio a temere di dover dire, una volta arrivato a casa, alla mia ragazza che ho avuto un’esperienza gay. Poi eccolo, il fato. Eccolo a peggiorare enormemente le cose. Nello scendere da un marciapiede, la ruota anteriore subisce un contraccolpo che fa cedere una camera d’aria, sgonfiandosi quasi completamente. Il contraccolpo lo subiscono anche i miei polsi, che si indolenziscono. Dovrei scendere dalla bici e portarla a mano per non danneggiare ulteriormente la ruota ma la mia voglia di rincasare è così alta, che mi sto già ritenendo un eroe per non aver mollato per strada la bici e preso un cazzo di Taxi. Continuo così a pedalare cercando di poggiare il peso sulla ruota posteriore piuttosto che su quella anteriore. Ma la Lady blu metallizzato del ’70 ha il manubrio da corsa. E’ quindi basso. E stare in posizione eretta vuol dire non potersi appoggiare al manubrio correttamente. “Da piccolo sapevo andare senza mani!” penso fiducioso delle mie capacità motorie. Stacco le mani e accelero il ritmo delle pedalate. Funziona. Per i primi 7 secondi. Poi sbuca una macchina da un parcheggio e per evitarla sono costretto a buttarmi in avanti per sterzare rapidamente. La ruota sgonfia non regge la brusca virata. E io volo a terra. L’autista dell’automobile scende lesto dall’auto. Mi dà una guardata per accertarsi che io sia vivo e che non ci sia sangue. Io sono vivo, sangue non ce n’è. Biascica un “Tutto okay, ragazzo. Apposto così!”, torna in auto, mette in moto e se ne va. Io mi rialzo. Inforco di nuovo la bici ma stavolta poggio le mani, seppur lievemente, al manubrio. Giunto a Sommariva, i freni smettono di funzionare correttamente e – ‘sto giro per evitare una signora con bambino a seguito – impatto contro un cassonetto della plastica, che cade dal marciapiede e finisce sulla strada. “Questo è Dio che mi sta punendo per qualcuno che ho trattato male questa settimana.” penso sconfitto. Raccolgo la bici. Raccolgo la plastica. Rimetto in piedi il cassonetto e lo trascino di nuovo sul marciapiede. Casa dista 5 minuti a piedi. Scendo dalla bici, metto la mano sinistra sul manubrio e cammino al fianco della Lady degli anni ’70, fino a casa.

Varcata la soglia, Adelia – la mia sopracitata ragazza – mi fa notare che puzzo e che sono tremendamente sporco, di sangue, di sudore e di sporcizia. “La bici non fa per me.” penso. Butto le chiavi sul tavolo -alle quali ho anche aggiunto la chiave che apre il catenaccio per proteggere la Lady da corsa del ’70 dai ladri -, la guardo con occhi stanchi e arreso borbotto:- E’ tutta colpa di Fabri.