Federico Bottino

47th Lunch Seminar @ Nexa Center – Internet and Society

Copyright e contenuti intellettuali: l’esperienza di Yeerida – Federico Bottino (ceo Yeerida)

Con gentilezza, Francesco Ruggiero mi ha invitato a tenere un Lunch Seminar presso il centro Nexa, in gennaio. Alla sua richiesta rispetto a quale fosse l’argomento che preferissi trattare, ho risposto che sarebbe stato interessante parlare di come siamo abituati a concepire il copyright e come saremo costretti a vederlo trasformarsi. Yeerida, il primo sito per leggere gratis contenuti editoriali, ne è d’altronde esempio fulgido.
L’evento si terrà mercoledì 25 gennaio dalle ore 13 fino alle 14. Potrete sentirmi blaterare sulle evoluzioni (in senso di piroette)del copyright e del suo gemello scemo, il diritto d’autore, mentre trangugiate bocconi. Imperdibile, insomma.
Questo è il link all’evento di Event Brite (è possibile prenotarsi, entro oggi). Qui invece potete visitare la pagina Facebook ufficiale del Nexa.

Segue il link per la diretta streaming sul portale del Politecnico di Torino: http://nexa.polito.it/upcoming-events

Riporto qui una breve introduzione presente sul sito del Nexa, al fine di introdurre il mio intervento di mercoledì.

Il terzo millennio ha portato grandi cambiamenti nelle nostre abitudini e nei nostri gesti quotidiani, cambiando il nostro modo di intendere cose che prima sembravano semplici.
Nel caso del copyright dei contenuti intellettuali, eravamo abituati a proiettare la nostra idea di contenuto nel corpo fisico del media che lo avrebbe diffuso. Un testo letterario veniva visto come un libro, una composizione come un cd, un articolo come un foglio di giornale, un corto o lungo-metraggio come una pellicola.
Le moderne tecnologie di diffusione di contenuti come lo streaming e il web 2.0 ci costringono a fare lo sforzo di separare queste due entità che abbiamo sempre tenuto insieme, intendendo l’informazione intellettuale come assoluta e indipendente, rispetto al suo (facoltativo) supporto fisico.
Tutto ciò ci costringe a pensare a nuove strutture del diritto d’autore e dei diritti connessi che guardi non più, prevalentemente, al possesso dell’oggetto fisico che distribuisce l’informazione, bensì all’utilizzo o la semplice fruizione dell’informazione stessa.

Biografia di Federico Bottino:

Federico José Bottino ha 24 anni e si occupa di comunicazione digitale e scrittura creativa. Dopo essersi diplomato presso il liceo classico di Susa, ha studiato Giurisprudenza, collaborando con lo studio legale Ciurcina-Tita. Pubblica una raccolta di racconti nel 2013, da allora è autore per diverse testate online, curando blog su cultura, spettacolo e innovazione. Nel 2015 ha ideato e fondato Yeerida, la prima piattaforma di free streaming letterario, a oggi ricopre il ruolo di CEO di Yeerida Italia s.r.l.
Nel 2015 abbandona giurisprudenza per studiare ICT.

Questo articolo verrà aggiornato e il video della diretta sarà embeddato in fondo, casomai qualcuno fosse interessato a fruirne dei contenuti ma non avrà modo di essere presente mercoledì.

Cos’è il Nexa Center:

Il Centro Nexa su Internet & Società del Politecnico di Torino (Dipartimento di Automatica e Informatica) è un centro di ricerca indipendente e interdisciplinare che studia Internet e il suo effetto sulla società. Il Centro Nexa nasce dalle attività di un gruppo di lavoro multidisciplinare – tecnico, giuridico ed economico – formatosi a Torino nel 2003 e che da allora ha ideato, progettato e realizzato diverse iniziative, tra cui: Creative Commons Italia (2003-presente), CyberLaw Torino (2004), Harvard Internet Law Program Torino (2005), SeLiLi il servizio licenze libere per creatori e programmatori (2006-2013), COMMUNIA, la rete tematica europea sul pubblico dominio digitale finanziata dall’Unione Europea (2007-2011), Neubot, progetto di ricerca sulla neutralità della rete (2008-presente), e LAPSI, la rete tematica europea sulle informazioni del settore pubblico, anch’essa finanziata dall’Unione Europea (2010-2012). Il Centro Nexa ha inoltre svolto un ruolo chiave nel lancio, nel maggio 2010, di uno dei primi portali di dati pubblici in Europa, http://dati.piemonte.it. Da ottobre 2014 ad ottobre 2016 il Centro Nexa ha coordinato il Global Network of Internet & Society Research Centers (NoC), rete che favorisce la cooperazione tra i più importanti centri Internet & Società a livello globale.

Nel mese di aprile 2012, il Centro Nexa ha inaugurato “Rivoluzione Digitale”, corso del primo anno presso il Politecnico di Torino incentrato sul tema “Internet & Società”, interamente progettato dal co-direttore del Centro Nexa, Juan Carlos De Martin e realizzato coinvolgendo diversi membri dello staff del Centro Nexa, nonché ospiti esterni.

Il Centro Nexa interagisce con la Commissione europea, organismi regolatori, governi locali e nazionali, nonché con imprese e altre istituzioni – attento a preservare la sua indipendenza accademica e intellettuale e con un riguardo specifico per gli aspetti di policy delle proprie ricerche.

I Garanti del Centro Nexa – tra i quali il prof. Charles Nesson, co-fondatore e co-direttore del Berkman Center for Internet & Society della Harvard University, e altri eminenti studiosi ed esperti – si riuniscono a Torino almeno una volta l’anno per valutare l’attività compiuta nei dodici mesi precedenti e per dare al Centro Nexa (direttori, staff e fellow) il ì beneficio del loro giudizio in merito al lavoro svolto e alle priorità per il futuro.

 

 

Per restare aggiornati sulle attività del Centro Nexa su Internet & Società:

– Twitter: @nexacenter
– Facebook: http://facebook.com/nexa.center
– Mailing list degli annunci Nexa: https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa-announce

Facebook e l’antibufala. Non è post verità ma post editoria

Ha pochi giorni la notizia secondo la quale Facebook ha annunciato guerra alle bufale, inserendo un pulsante adibito alla segnalazione delle notizie dubbie.
Il contenuto segnalato verrebbe, secondo M.Z. controllato da una società terza di fact checking. Se individuato come bufaloso sarà quindi impossibile sponsorizzarlo per raggiungere utenti in forma massiva, altresì gli algoritmi di selezione contenuti dovrebbero far sì che il contenuto falso compaia molto meno sui feed degli utenti. Una censura soft che smaschera la reale identità del gruppo di Mark Zuckemberg: un editore.
https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fzuck%2Fposts%2F10103338789106661&width=500
Leggevo oggi su Linkiesta Andrea Coccia che fa un’arringa in favore del sacro ruolo del giornalista e di come Facebook non debba prendere il posto del The Guardian, definendo negativamente l’ontologia di Facebook come un “non editore”. Andrea cita la metafora del bar e parla di Facebook come una grande piazza in cui tutti si scambiano informazioni.
Nella forma in qui si pensa a Facebook come un servizio web che giova dalla larga (e contemporanea) presenza di più utenti che si scambiano informazioni, questa, la metafora del bar, non sembra una cosa così stupida.
Se invece si pensa Facebook come una 4.0 industry che non appartiene alle categorie tradizionali, sulle quali si dannano (ancora) certi giornalisti e certi opinionisti del mondo del business, sì evincerà facilmente come The Social Network sia quello che io appello con preoccupazione post-editore.
Vai tra’. Ora ti spiego.

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Cos’è un post editore?

Iniziamo dalle basi. Cos’è un editore. Ovvero un editore è un soggetto che opera nel settore dei contenuti testuali, audio, visivi o multimediali. Sceglie, seleziona, edita, distribuisce, promuove e infine monetizza i suoi contenuti. E sottolineo l’aggettivo – ora pronome – “suoi”, poiché verrà poi ripreso nel ragionamento per ragioni facilmente già intuibili di copyright.
La rete di contenuti di Facebook si poggia e si alimenta su tre concetti fondamentali, uno più tradizionale, uno moderno, uno davvero contemporaneo: interesse sociale, (free) self publishing, sensazionalismo e capacità di ingaggio.
Facebook che è di base un content provider, ha da sempre settato i suoi algoritmi per favorire i fenomeni di viralità. La viralità è spesso data dall’interesse sociale e di attualità di un determinato contenuto e dalla capacità di un set di keyword (parole chiave e parole correlate) di diventare un hot trend, ovvero un contenuto che scala l’utenza in mediamente poco tempo. Da sempre l’editoria, per incrementare le vendite punta a produrre contenuti rivolti a trend che sappiano attirare l’utenza. Fin qui…
Allo stesso tempo, Facebook è una piattaforma che ha come motore del suo traffico l’UGC (User Generated Content), sfruttando un’opzione che dal 1931 a oggi è diventato sempre più socialmente accettato: il self publishing.
Su Facebook, ogni utente è al tempo stesso un autore di contenuti oltre che un fruitore di contenuti. Questo rende a tutti gli effetti Facebook al tempo stesso sia un editore che un media.
Se però un editore tradizionale ha come obiettivo (in teoria!) quello di creare contenuti di presunta qualità, sfruttando un trend per attirare un bacino critico, Facebook fa il contrario: parte dal presupposto di stimolare il bacino più grande possibile di utenti e solo successivamente si chiede che tipo di contenuto è riuscito a farlo.
Per Facebook, ciò che è fondamentale in un contenuto è la capacità sensazionalistica di ingaggiare il più persone possibili e provocare in loro una reazione. Di per sé, questo reazioni sono analizzabili e scalabili (diciamolo pure) e danno la possibilità agli algoritmi di selezione di favorire (o sfavorire) certi o altri contenuti.
La dichiarazione di Mark lascia intendere che la metodologia rimarrà immutata e verrà inoltre applicata a contenuti informativi come appunto le notizie, coinvolgendo una struttura terza eletta dall’imperatore Mark per praticare fact-checking.
Questo rende a tutti gli effetti Facebook un vero e proprio editore che, nonostante distribuisca e promuova materiale editoriale approvigionato da utenti volontari, non pratica un controllo, un editing o una metodologia di selezione per avere quella che gli utenti potrebbero identificare come una linea editoriale. La linea editoriale di Facebook è dettata dagli stessi autori che, non subendo una selezione hanno le dita libere di correre sulla tastiera e diffondere qualsivoglia contenuto, purché raggiunga il numero maggiore di utenti possibili, e possibilmente, che li intrattenga per più tempo possibile. Il copyright di questi contenuti tuttavia viene co-gestito da facebook al momento della pubblicazione.
Inoltre la capacità di un contenuto di intrattenere e attirare gli utenti si trasla per le casse di facebook in potere economico e capacità di alzare i prezzi dei propri contenuti pubblicitari, senza retrocedere alcunché agli utenti.
Ed è proprio questo che rende Facebook un post editore: la condizione di monetizzare contenuti auto-pubblicati, senza retrocedere nulla al proprio autore che vede la propria condizione di autore soddisfatta non dall’autorevolezza riconosciutagli (anche per mezzo di pecunia) ma dalla capacità di scuotere emotivamente i lettori e accumulare punti engagement.

La fortuna di servizi come Facebook sono proprio i giornalisti che non fanno i giornalisti ma fanno gli scrittori

Cavalcando l’onda emotiva dell’ultimo ventennio, nel giornalismo la verità ha ceduto il passo al fine di favorire una cosa che fa fatturare molto di più, la visibilità.
Se fino agli anni ’80 il mantra del giornalismo era costituito dalla narratio dei fatti (duri e crudi, alla Oriana Fallaci), oggigiorno il discriminante è il numero di lettori ingaggiati (non raggiunti, ingaggiati. Engagement, quella roba lì). Inteso questo narcisistico meccanismo che da Travaglio in poi ha segnato ogni volto che figuriamo nel pensare a un giornalista, Facebook, per mezzo di una finissima strategia editoriale e comunicativa, se li è inculati di brutto.
Innanzitutto li ha tranquillizzati. Quegli altri e i loro capi.
Facebook ha assicurato loro di non essere un editore e non volerlo mai diventare. Lo ha fatto perché quando iniziavano a chiederglielo, c’aveva gli Istant Articles in sviluppo (o in fase test, chessoio) e doveva convincere i giornalisti e gli editori che sarebbe stato bellissimo essere tutti inglobati dalla grande infrastruttura che è Facebook, dando la possiblità agli utenti di accedere ai contenuti giornalistici direttamente dalla piattaforma di Mark.
I giornalisti, noti cervelli fini e analisti impeccabili, ci sono cascati con tutte le scarpe e dopo aver consegnato il loro spazio informativo al social network – non solo con gli instant article: se andate a vedere le fonti di traffico dei più grandi giornali scoprirete che Facebook ha anni fa superato Twitter (e google) per quanto riguarda la provenienza del traffico sulle news. – e ora che il potere dell’informazione sociale rivendicano la loro cosiddetta autorevolezza. L’autorevolezza dei giornalisti. Fa ridere solo a scriverlo. Rivendicano questa loro autorevolezza senza chiedersi però dove fosse questo sacro valore quando Mosca Tse-Tse e PiovegovernoLadro fondavano le basi comunicative e editoriali per quello che sarebbe stato 7 anni dopo il secondo partito della politica italiana, visto che poco più di un lustro fa illustri giornalisti parlavano di internet come uno spazio lontano dall’editoria.
Chissà che fra qualche anno non si parlerà di Facebook appunto come editoria 3.0.
O post editoria.

L’ AI di google translate inventa un nuovo linguaggio per tradurre meglio.

Leggi l’articolo originale su Quotidiano Piemontese.

A inizio settimana scrivevo di Amazon Go e di come i cassieri farebbero bene a trovarsi un qualcosa di meglio da fare. Oggi ripropongo la stessa riflessione ai traduttori e interpreti. Visto che l’Intelligenza Artificiale di Google ha appena inventato un nuovo linguaggio (interlinguaggio) per migliorare la qualità (e l’efficienza) della traduzione.
Ricordo la mia professoressa di greco. Ci preparava alla maturità classica. Ci citava Gilles Mènage e diceva che una traduzione poteva essere bella e infedele oppure brutta e fedele. Si riferiva alla caratteristica letterale o libera della traduzione; aveva in testa i grandi autori greci e latini. Ci preparava alla maturità.
Che fosse bella o brutta, fedele o infedele, tutti hanno sempre pensato che la capacità di tradurre da una lingua all’altra, non tralasciando quelle sfumature idiomatiche spesso difficili da rendere nella lingua in cui si traduce, fosse unicamente una prerogativa umana. Abbiamo canzonato per anni google translate e la sua (in)capacità di fare una traduzione decente.

Oggi però Google Translate ha raggiunto una storica tappa nella fantascientifica trama che vede la macchina avvicinarsi all’uomo e alle sue capacità umane. L’IA di Google Translate fonda un nuovo linguaggio per aiutarsi a tradurre meglio da una lingua all’altra.

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Ftechinasia%2Fvideos%2F1273081122730298%2F&show_text=0&width=400

Lo stesso video spiega come sia stato possibile per l’IA di Google “inventare” un nuovo linguaggio per facilitarsi a tradurre i “paia” di idiomi coinvolti e fa un interessante raffronto con la comunanza logica fra coreano e giapponese.
In sostanza, per una macchina lo sforzo di ricreare ogni combinazione possibile fra i varie lingue è talmente arduo che è la macchina stessa a utilizzare una interlingua con cui confrontarsi con l’idioma di provenienza, per poi tradurre da questa stessa interlingua verso l’idioma desiderato. Questo concetto non è nuovo e lo troviamo spesso citato nei testi riguardanti la traduzione automatica appellato come Lingua Pivot , risale circa agli anni ’50 e la sua metodologia è utilizzata da molti metodi di traduzione, operando sui testi tradotti veri e propri parsing.
Quello che dunque deve farci brillare gli occhi è il fatto che a inventare questa nuova lingua pivot, non sia stato un ricercatore o un dottore di linguistica e traduzione, bensì un (super)computer. Il linguaggio di Google Translate è creato da Google Translate e compreso solo da Google Translate stesso.
La vera rivoluzione consiste nel merito degli ingegneri informatici di aver introdotto nei sistemi di Google Translate una rete neurale capace di analizzare le frasi come blocchi unici e non più come insieme di elementi ab soluti.
Per esempio se la rete neurale ha imparato a tradurre dall’Italiano al Giapponese e dal Giapponese all’Inglese, conseguentemente la rete sarà in grado di tradurre dall’Italiano all’Inglese. Questo permette quindi al sistema di Google Translate di scalare il sistema rapidamente e tradurre in un numero sempre maggiore di linguaggi, aumentando la velocità di analisi e la qualità dell’output.

Al di là del fascino di star vedendo nascere un vero linguaggio comune universale, quello che ci deve far riflettere è la reale possibilità da parte delle IA di raggiungere risultati paragonabili a quelli umani, dissipandone l’esclusività.

Secondo i ricercatori di Google non c’è dubbio sul fatto che il team di Google Translate sarà in grado di allenare una singola macchina di rete neurale volta alla traduzione che funziona su più di 100 lingue. E parlano di un futuro prossimo. Molto prossimo.
Rincara la dose il co-fondatore di Tilde, il quale assicura che la tecnologia di traduzione neurale funziona già bene e già sta portando dei risultati, specie quando andiamo a trattare testi semplici. Mette un po’ le mani avanti dicendo che comunque rimaniamo a un punto nel quale la traduzione umana può cogliere differenze semantiche, sfumature idiomatiche e caratteristiche lessicali che per una moltitudine di fattori che per ora sfuggono al calcolo degli algoritmi sono difficili da determinare. Ancher per un supercomputer.

Google Translate a oggi supporta 103 lingue e ogni giorno traduce più di 140 miliardi di parole ogni giorno.

Pensabile quindi che l’attività di traduzione sia sempre più rivolta alla consulenza , al fine di allenare sistemi di deep learning o per controlli ex post. Questo per lasciare spazio alle macchine, così che possano imparare da noi a essere migliori di noi.

Core Values. Il Vaticano che sfida la complessità del web – Per QP

[Leggi l’articolo completo su Quotidiano Piemontese – Core Values]

Siamo a Roma io e Jacopo Maria Vassallo, quel 4 di novembre. Ci siamo alzati presto, per recarci a Core Values. Dopo una non proprio breve passeggiata e una colazione, un po’ troppo repentina per essere chiamata “colazione”, eccoci finire i resti di un croissant, con le schiene appoggiati a mura non più Italiane. I nostri sguardi si arrampicano sull’obelisco di Piazza San Giovanni in Laterano. Ci circonda il rumore di mercedes e audi nere che fanno il giro della piazza e si fermano solo per scaricare top manager e chairman da tutto il mondo. Noi, che siamo arrivati a piedi, ce ne saremo poi andati con un normalissimo taxi bianco.
Ci mettiamo in fila e conosciamo un professore dell’Università di Perugia che si occupa di complessità. Gli stiamo simpatici, decide di sedersi vicino a noi. Con lui avremmo poi commentato una parte della conferenza e ci saremmo dunque fatti una minima idea di quanto ardua sia la sfida lanciata dal Vaticano, raccolta dai padroni della comunicazione digitale internazionale: la trasmissione dei valori nell’era tecnologica del digitale.

Core Values Yeerida
ph. F. Bottino

Cos’è Core Values

Core Values è un’iniziativa promossa e patrocinata dalla Segreteria per le Comunicazioni della Santa Sede, recentemente inaugurata da Papa Francesco, dalla Pontificia Università Lateranense e dalla Tela Digitale. Lo scopo dell’iniziativa e far sorgere, alimentare e dunque promuovere una riflessione sulla necessarietà di infondere valori nelle comunicazione digitali, al fine di dare i giusti strumenti etici alle nuove generazioni.
Le menti del Vaticano propongono una ben ampia domanda: “quali sono le trasformazioni che la rivoluzione digitale porta con sé, quali i valori che ci devono sostenere?”.
Non penso di fare nessuno spoiler, se vi dico che nessuno fra i big presenti ha saputo fornire una risposta anche solo lontanamente soddisfacente.
L’incontro si è svolto nell’ Aula Magna Benedetto XVI .

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I relatori hanno spiegato come si possono sfruttare le nuove tecnologie per indurre gli utenti ad assumere atteggiamenti responsabili. Hanno fatto, a esempio, vedere il prototipo di una chiave d’accensione di un’automobile che funziona solo se il tasso alcolico del guidatore è a norma di legge.
Hanno parlato di come il digitale può dare nuova rilevanza e nuove analisi a problemi sociologici che affliggono la nostra società. Hanno discorso su come la comunicazione attraverso mezzi digitali sia una potente occasione per incanalare messaggi in un sistema media many to many. Si è citato l’importantissimo ruolo del carattere multimediale dei contenuti e quindi di nuove forme di narrazione e comunicazione interattiva. In certi casi di comunicazione all’interno di una realtà aumentata, e dunque delle nuove frontiere della proiezione identitaria degli individui, non più online, bensì onlife: una dimensione in cui vita digitale e analogica si mischiano e si aumentano vicendevolmente, espandendosi una nei confini dell’altra.

I relatori hanno spiegato come si possono sfruttare le nuove tecnologie per indurre gli utenti ad assumere atteggiamenti responsabili. Hanno fatto ad esempio vedere il prototipo di una chiave d’accensione di un’automobile che funziona solo se il tasso alcolico del guidatore è a norma di legge.
Hanno parlato di come il digitale può dare nuova rilevanza e nuove analisi a problemi sociologici che affliggono la nostra società. Hanno discorso su come la comunicazione attraverso mezzi digitali sia una potente occasione per incanalare messaggi in un sistema media many to many. Si è citato l’importantissimo ruolo del carattere multimediale dei contenuti e quindi di nuove forme di narrazione e comunicazione interattiva. In certi casi di comunicazione all’interno di una realtà aumentata, e dunque delle nuove frontiere della proiezione identitaria degli individui, non più online, bensì onlife: una dimensione in cui vita digitale e analogica si mischiano e si aumentano vicendevolmente, espandendosi una nei confini dell’altra.

La fisicità dei valori versus la complessità del web

Perché è questo, secondo me, uno dei punto principali.
Mi spiego, approfondendo la ragione della mia domanda sulla stratificazione delle informazioni.
Per prendere un esempio caro alla Chiesa, parlando dunque di Valori Cristiani, facciamo riferimento a un sistema assiologico talmente consolidato che si interseca così tanto con la nostra immaginazione etica, da diventare cultura. Questo processo di culturalizzazione dei valori, viene reso possibile dalla presenza di testi fisici che descrivono l’applicazione di questi valori. Questi testi danno ai valori una cosmologia credibile (soprattutto per la cultura di riferimento). Questa fa sì che i valori vengano ripresi in testi satellite o indipendenti, talvolta conseguenti, che si fondano però sullo stesso sistema assiologico. Un esempio di questa subordinazione assiologica fra due opere conseguenti e di natura differente è dato dal rapporto fra il Nuovo Testamento e la Divina Commedia di Dante.
La Divina Commedia riprende dei valori descritti nel suo testo di riferimento (il Nuovo Testamento) e li ripropone dandone una lettura, per l’epoca, moderna.
A sua volta la Divina Commedia giunge a noi grazie a testi di studio, critica e citazione, contribuendo alla formazione della nostra cultura; che di fatto è cristianizzata.
Vige sempre, tuttavia, la fisicità del supporto mediatico (testo), il quale, nella sua fisicità, trova rimedio alla stratificazione delle informazioni successive.
Il web non ha ancora ovviato a questo problema, ovvero il sistema di raccolta delle informazioni e quindi dei testi non applica dei filtri per manipolare la permanenza di questo testo nel flusso principale di informazioni. Questo fa sì che un’informazione, anche testuale, non possa da sola consistere nel fondamento (o nella perpetuazione) di un valore. E che a sua volta quest non sia in grado di esercitare un’ influenza culturale sufficientemente proiettata nel lungo periodo, da permettere la nascita di contenuti satellite conseguenti, che hanno la funzione di ammodernare i valori e dar loro nuovi fruitori e nuovi orizzonti.
Il flusso continuo di informazioni eterogenee, assieme alla loro conseguente stratificazione, è solo uno degli aspetti della complessità del web.
I valori hanno bisogno di un manifesto sempre accessibile per sussistere. Per diffondere questo manifesto e, affinché sia efficace, dobbiamo prima chiederci come affiggerlo in alto, laddove nessuno possa metterci sopra qualcos’altro.
Riusciremo a civilizzare (in senso stretto) l’internet solo quando questo smetterà di essere un non-luogo e quindi verrà trattato come una vera e propria estensione territoriale, che necessita degli stessi processi teoretici, che sono stati necessari per intendere il mondo analogico nella sua natura complessa.
Che, fuori metafora, vorrebbe poi dire:
“prima troviamo un modo per affrontare e governare il web semantico nella sua reale complessità al fine di rendere i giusti contenuti sempre accessibili, con facilità, al fine di creare un meccanismo vero di diffusione culturale, poi pensiamo a quali valori infondergli”.
Come fare?
Non ne ho idea.

Topolino insegna che tutto è possibile. Intervista Allo Sceneggiatore, Regista Roberto Gagnor – Per Retroonline.it

Leggi l’articolo originale su Retrò Online.

Roberto Gagnor scrive per Topolino dal 2003. Ha firmato più di 140 storie Disney, tra cui Topolino e il Surreale Viaggio nel Destino e il ciclo della Storia dell’Arte di Topolino. Ha studiato regia presso i Film&TV Workshops di Rockport (USA) e sceneggiatura presso il VII Corso RAI-Script a Roma. Nel 2011 ha vinto “Talenti in Corto” con il cortometraggio Il Numero di Sharon. Il suo primo film da sceneggiatore, SommerAufDem Land, è uscito nel 2012 in Germania. Insegna sceneggiatura cinematografica all’Accademia 09 di Milano e all’ Ist. Antonioni di B.Arsizio. Collabora con Il Post, QUI la sua pagina autore.

L’intervista a cura di Federico Bottino, per Retrò Online.

Come e cosa cambia circa lo “scrivere” quando l’agognata attività intellettuale inizia, finalmente, a produrre tanto denaro quanto basta per vivere? Cos’è che fa diventare uno scrittore un “professionista”?

Innanzitutto ti passano tutta una serie di idee e convinzioni romantiche, per lo più stereotipi, della serie lo-scrittore-scrive-solo-quando-ha-voglia, di notte, sotto divina ispirazione… Tutte bugie. Lo scrittore professionista scrive sempre. Ed è proprio scrivere tanto in maniera costante, tenace che trasforma la penna di un novellino in uno strumento degno di un professionista. Tutti parlano di ispirazione e di vena artistica ma nessuno spiega che fare questo mestiere vuol dire che se quando devi scrivere l’ispirazione non ce l’hai, impari a fartela venire. E non puoi mai permetterti di arrenderti. Inizi a capire che questa professione è un’altalena emotiva: ogni tanto “scrivere” risulta la cosa più facile del mondo, altre volte la più insoddisfacente e dolorosa. Alcuni pensano che andando avanti con gli anni questo effetto a intermittenza svanisca o si smussi, ma non è così. Invecchiando, semplicemente, l’altalena continua ad oscillare da una parte all’altra, ma su piani professionali diversi. A tal proposito, ricordo sempre uno sceneggiatore di Hollywood che era solito dire “Non è che stai avendo successo… stai rischiando di fallire a livelli più alti.”. E per questo che credere in se stessi e in ciò che si scrive diventa un elemento fondamentale per andare avanti. Fiducia e disciplina, per me sono questi gli ingredienti principali di un professionista.

Fiducia e disciplina, okay. Questi gli ingredienti dello scrittore per lo scrittore. E lo scrittore per il mercato?

La mia parola d’ordine in tal caso è “versatilità”. Il monotematismo non giova quasi mai. Soprattutto nei nostri anni, così dinamici, veloci, lunatici e, perché no, anche un po’ instabili. Non si può mai sapere in che direzione andrà il mercato, per questo è importante sapersi adattare e sapersi reinventare anche in campi nuovi. Certo, la versatilità richiede sforzo e impegno ma premia.
Ti faccio il mio esempio. Io adoro scrivere per Topolino e quando devo iniziare una storia per Topolino sono felice come un bambino; e dunque, se ci sono altri impegni da svolgere, sta sicuro che inizierò dal Topo, ma sii altrettanto certo che non potrei mai fossilizzarmi solo su Topolino. Fossilizzarsi non è mai utile: non lo è né a livello economico né letterario. Sempre nel mio esempio, le altre cose che scrivo nutrono il mio lavoro su Topolino mentre la disciplina di scrittura, l’attenzione al dettaglio, la precisione che ho imparato a Topolino valorizza il mio altro lavoro.

Topolino, Topolino, Topolino. I tuoi occhi chiari si illuminano e sorridono quando nomini Topolino. E se non vado errato, lavorare per la redazione di Topolino è un sogno che coltivi fin da pargoletto, quando, metodico, ti occupavi di Topolino come accanito lettore e non (ancora) come seriale sceneggiatore. Prova a raccontarcela, questa storia d’amore infinita.

[sorride] Io sono cresciuto con Topolino. Ho imparato a leggere su Topolino. Mi piaceva da matti e, all’inizio, disegnavo tantissimo.

Non ho mai avuto un talento formidabile per il disegno, ma facevo le medie quando mandai un fax alla redazione di Topolino nel quale chiedevo a Giorgio Cavazzano consigli su come migliorare i miei disegni. Giorgio Cavazzano era (e lo è tuttora) il mio mito e allora fece la mia felicità rispondendo al fax e consigliandomi la lettura di alcuni libri americani sui fumetti per imparare. Io li comprai, ma questi erano stati tradotti male dall’inglese. Così fui costretto a imparare bene l’inglese per studiare al meglio i libri di testo. In realtà più studiavo e meno disegnavo. I disegni lasciavano piano piano spazio a scene scritte e descritte: scrivevo sempre di più e di tutto. Giunse quindi un momento in cui mi ritrovai a farlo seriamente, a livello professionale, e fu durante uno stage di sceneggiatura presso la RAI che incontrai due sceneggiatori Disney: Giulia Conti e Giorgio Martignoni. Chiesi loro se potessi mandare dei soggetti alla redazione. Spedito il materiale, la redazione mi rispose quasi subito e iniziai dunque, con immensa gioia da parte mia, a far parte della redazione di Topolino. E’ lì che ho imparato davvero. Non avendo frequentato la scuola interna alla ex Accademia Disney, ho dovuto imparare quasi da autodidatta, studiando per conto mio, scrivendo tantissimo, sbagliando tantissimo e facendomi bocciare soggetti su soggetti. Come si suol dire, ho imparato con le cattive. Il mio entusiasmo era e continua ad essere intatto come quando ero bambino e, mentre ingranavo con le sceneggiature e imparavo il mestiere, mi accorsi che, invece, c’erano alcune cose che grazie al mio amore senza tempo per Topolino mi riuscivano molto facili e naturalmente, come il linguaggio, il rispetto per i personaggi , l’amore per i personaggi (perché se non ami i personaggi di Topolino, non puoi scrivere per Topolino).

Giuro che non sei il primo adulto a cui luccicano gli occhi quando si parla di Topolino. Siamo sicuri sia un fumetto per bambini?

In teoria Topolino è un fumetto per bambini: il nostro target e 8-10 anni. Nella pratica è un fumetto per tutti. A qualsiasi età si legge Topolino, infatti abbiamo una fortissima percentuale di adulti fra i lettori. Questo però, oltre ad essere bellissimo, è anche una matrice di complicazioni per noi sceneggiatori, perché bisogna saper usare un linguaggio assolutamente democratico, che non annoi gli adulti ma che sia rivolto (formalmente) ai bambini. Il che non vuol dire scrivere cose necessariamente semplici o forzatamente banali, perché i bambini non vanno trattati come sciocchi: capiscono tutto, se gli si danno spunti interessanti comunicati in maniera intelligente. La difficoltà sta proprio in quello. Però me la sento di dire che se impari a scrivere per Topolino, poi tutto il resto è facile.

Approfondiamo il Topolino letto dagli adulti. Quanta “satira” (se così vogliamo chiamarla) c’è in Topolino, le cui storie vengono ambientate in una società antropomorfa?

Beh, un po’ ce n’è. E’ inevitabile per certi versi, quando si parla o ci si riferisce a cose del mondo reale. Poi sicuramente c’è anche, in parte, l’idea di accompagnare con Topolino i grandi argomenti dell’attualità. Sicuramente l’intenzione non è quella di fare satira ma di scrivere storie di Topolino; essendo però il mondo reale il serbatoio dal quale si attingono le idee per dare vita alle storie, la satira diventa un ingrediente obbligato per leggere la società, senza scadere nella polemica.

A proposito di polemica, ma Topolino e Minnie non sono sposati. Dunque convivono!?

Topolino e Minnie sono fidanzati. Di certe cose i personaggi di Topolino non accennano neanche e noi sceneggiatori ci troviamo nel mezzo di una convenzione che dura da quasi un secolo. Per quanto la società guardi ad un antropomorfismo certe cose proprie dell’uomo non vengono (volutamente) trattate dai personaggi, ad esempio il sesso. Ma anche la malattia, la religione e la politica sono assenti. E devono esserlo. Alcuni se ne lamentano e considerano l’omissione come una limitazione. Invece è il contrario: i personaggi di Topolino acquistano un valore universale proprio perché non vestono nessuna casacca. Nessuna. Topolino è di tutti e deve rimanere di tutti. Capisci quindi la responsabilità che ne consegue: se scrivi male una storia di Topolino stai rovinando un qualcosa che invece è bello da 80 anni.

Eppure l’assenteismo di certe tematiche sociali e/o politiche potrebbero lasciare presagire un disimpegno sociale a difesa di personaggi astratti che devono rimanere intonsi. E’ così?

Sì e no. Il fatto è che Topolino a suo modo fa politica, ma è una politica individuale che quasi sfocia nell’educazione civica. Topolino non butta cartacce per terra. Topolino non taglia la coda. Magari la taglia Paperoga ma viene subito sgridato. Gastone non la fa perché è fortunato. Pippo non sa dov’è la coda. Paperino trova già chiuso. Questa per me è politica: il rispetto di alcune regole naturali che ci rifletti su e pensi “basterebbero quelle”.

Insomma non dovrebbe essere Topolino a schierarsi per un’ideologia, bensì dovrebbe la politica schierarsi dalla parte di Topolino?

Assolutamente sì. Un humus base di regole di convivenza civile che devono essere intramontabili, poi si dovrebbe partire da lì per costruire. Se tu leggi una storia di Topolino degli anni ’30 e la paragoni ad una scritta ieri, ti accorgerai che Topolino ha una sua dirittura morale e che è sempre la stessa. Vorrei poter dire la stessa cosa della politica…

Quindi è l’universalità la chiave dell’eterna giovinezza di Topolino?

Sicuramente i valori a cui fanno riferimento i personaggi Disney sono concetti che vanno oltre il tempo e la società. Una gag satiresca, ad esempio, fa ridere qui e ora. Fra dieci anni nessuno la capirà. Topolino esercita il discorso contrario.

Ma quindi il fine ultimo di Topolino vuole essere paideutico oppure ludico? Non puoi rispondere “entrambe”.

Assolutamente ludico… ma anche paideutico! [ride] Le due cose sono imprescindibili.
Certo, devi far ridere. Alcune storie nascono da un’idea sciocca che ti fa ridere quando la pensi e continua a farti sbellicare mentre la scrivi. Il fatto è che quando hai a che fare con dei personaggi, già consolidati nel tempo, che incarnano certi valori umani (ed è qui l’antropomorfismo di cui parlavamo) è ovvio che la narratio seguirà uno svolgimento che ha un qual ché di morale. Non essere coerenti circa i personaggi e la loro moralità vorrebbe dire tradire il personaggio.
Per farti un esempio, io non sono d’accordo con alcuni ritratti risalenti agli anni ’70 che dipingono Paperon de’ Paperoni, oltre che come un uomo d’affari, anche come un “fregone” truffaldino. Questa descrizione è sbagliata. Infedele al personaggio. Paperone è un uomo d’affari, ogni tanto gioca ruvido, ma mai sporco. Per questo è stato inserito l’antagonista Rockerduck, proprio per rimarcare la genuinità di Paperone. La figura di Zio Paperone vuole infatti incarnare il valore del self made man (carissimo alla cultura americana) che tirandosi su le maniche e lavorando sodo tira su una vera e propria fortuna. Quello di Paperone è un impero fondato sull’iniziativa imprenditoriale e sulla fatica del lavoro. In una storia Paperone perde la memoria e dunque viene privato di ogni sua fortuna. Lui cosa fa? Ricomincia la sua scalata da capo, senza demordere o scoraggiarsi. E ci riesce, perché è Paperon de’ Paperoni.
Quindi, per concludere, sì, è innegabile la presenza di una vera e propria paideutica in Topolino.

Concludiamo. Dato il valore paideutico, qual è il più bell’insegnamento che trasmette Topolino?

Topolino insegna che tutto è possibile, che tutte le cose sono possibili e ognuna di queste può essere fatta se ci si impegna a dovere, senza mai dare per scontato che fare quella qualsivoglia cosa sia impossibile, che è un atteggiamento molto italiano. L’ho vissuta io quando cercavo di fare questo lavoro: tutti che mi dicevano “Vuoi fare lo sceneggiatore Disney? Figurati se ci riesci, impossibile!”. E’ tipico dell’Italia la critica a chi prova e fallisce. Quando invece da mettere alla gogna non sarebbe chi fallisce ma chi non vuole provare. Beh, eccomi a dire no. No, non è impossibile. Si deve sudare sette camicie, bisogna prendere tanti pullman, tanti treni, tanti aerei e si deve lavorare tanto su se stessi. Sicuramente Topolino è un esempio di questa buona tenacia perché è un entusiasta curioso del mondo. Magari Topolino non è molto talentuoso in qualcosa, ma sta zitto e prova, si impegna, e magari ci riesce pure meglio degli altri che stavano lì a guardare, aspettando che capitolasse.
L’Italia ha bisogno di questo e Topolino lo incarna molto bene.

Pagina autore su topolino.it di Roberto Gagnor.

Il 25 aprile è di tutti (anche dei mafiosi e di Lucky Luciano) – Per You-ng.it

Per gentile concessione di Young – Slow Journalism.

 

Era ormai un anno fa quando, con il mio amico Tato,  in treno attraversavamo il verde dell’Italia da Torino a Villa San Giovanni. Venivamo traghettati da una nave fino a Messina e da lì era un altro treno a portarci a Palermo. O Palemmo, come preferite. Da Palermo, fu un altro treno a trasformare il verde in oro e portarci dentro il cuore di Sicilia, a Roccapalumba. Lì incontrammo Claudio e la sua auto degli anni novanta ci guidò verso Lercara Friddi. Avrei scoperto solo l’ultima notte che quella era la cittadina natale del fondatore della mafia moderna: Lucky Luciano.
Passammo poco meno di una settimana insieme e il tempo non bastò a terminare la demo dell’album inedito al quale insieme io e Claudio stavamo lavorando. Finimmo per registrare la demo di un solo brano ma riuscimmo ad approfittare delle belle giornate per dare un assaggio alla Sicilia dorata. Sconfinammo spesso nell’agrigentino e bivaccammo per più pomeriggi sugli irti colli dell’entroterra siciliano. Il nostro weekend di composizione si affacciava sul 25 aprile che era il giorno della nostra ripartenza per la prima capitale.
– Dovete per forza tornare il 25 aprile? Facciamo una grigliata per festeggiare con gli amici. Una bella scampagnata. È proprio un peccato, sapete? Il 25 aprile è proprio una bella festa. Riesce sempre una bella scampagnata. – insisteva dolcemente Claudio. E ci avrebbe senz’altro convinto, se non fosse stato per il fatto che Yeerida bolliva in pentola e io necessariamente dovevo tornare.
– La prossima volta torno per un mese. – gli promettevo fiducioso. E non solo per terminare il nostro album ma perché, in quei giorni, della Sicilia mi innamorai e pensai per tanti momenti di non tornare più. Della Sicilia mi innamorai come ci si innamora di una donna conosciuta in vacanza a San Rafael, cioè con la consapevolezza che o scapperai con lei verso il Messico, oppure la abbandonerai per sempre e la rivedrai – se la rivedrai – quando sarà troppo tardi. Mi feci stregare dalla primordiale bellezza della campagna Siciliana. Pure mi affascinarono le donne e gli uomini siciliani. Mi rapì la storia bastarda di un’isola in cui tutti i grandi, prima o poi, attraccavano. La Sicilia faceva loro concepire le grandezze dell’universo e se essi riuscivano a sopravvivere all’amena isola, le loro idee avrebbero mosso il mondo. Il mio colpo di fulmine culminò la sera del 24 aprile dove in un pub pulito e ben illuminato Giovanni, pittoresca caricatura di Lercara Friddi, mi raccontò una storia che terminava proprio con il 25 aprile 1942.
Lercara Friddi è un paesino di poco più di 7000 abitanti e tutte le piccole comunità tendono a mitizzare – nel bene e nel male – i compaesani che sono diventati storia. Per Lercara Friddi la storia l’aveva fatta Lucky Luciano.
Giovanni mi raccontò che la sopravvivenza ad un feroce accoltellamento in Staten Island gli meritò il soprannome “Lucky” che antecedeva il suo nome.
– Gli americani gli dicevano “tu sei lucky!”, e sarai “lucky” per sempre. – pronunciava Giovanni facendo grandi gesti.
Così fu. Lucky Luciano fondò quella che sarebbe passata alla storia come la Mafia moderna e diventò uno dei padroni del commercio di eroina, del contrabbando dell’alcol e gran “mecenate” della prostituzione. Queste brutte cose gli costarono qualche anno di carcere a New York.
Ebbe amici noti dentro e fuori il mondo della criminalità organizzato, Frank Costello e Al Capone erano praticamente suoi amici d’infanzia. Con loro, si spartì la città, quella sporca ma sgargiante New York degli anni ’30.
Lucky Luciano era famoso per essere un gentiluomo prestato alla criminalità. Cortese, mediocremente acculturato, pacato e diplomatico era riuscito a insinuarsi anche nelle sfere alte della politica e dello spettacolo. Ricordiamo le sue scampagnate notturne nei night club con Sinatra e George Raft. Soprattutto era noto agli americani per la sua tremenda influenza in terra sicula dove veniva considerato un imperatore.
– Altro che zio d’America. Lucky Luciano era un’istituzione. Qui da noi, o eri fascista o eri con Lucky Luciano. E ti assicuro, i fascisti non duravano molto. Non gli davamo vita facile. No, noi no. – continua Giovanni con il suo racconto e la sua elegia a uno dei più importanti mafiosi della storia. E quando gli chiedo se non gli sembra fuori luogo dimostrare sì tanta ammirazione nei confronti di un criminale, Giovanni mi risponde con veemenza: – No. Non è fuori luogo. Tu dici così perché sei giovane e non conosci la vecchia Mafia. Tu conosci solo la mafia che c’è adesso, ma quella non è la Mafia. È criminalità senza valori. La nuova mafia non guarda in faccia nessuno, non ha più un codice d’onore. La vecchia mafia, no. Ce l’aveva un codice d’onore. E a te sembrerà una bestemmia ma la Vecchia Mafia proteggeva gli oppressi e i poveri. Difendeva la Sicilia dai fascisti. Gli oppressori erano loro, i fascisti di Roma; i poveri eravamo noi. Lucky Luciano ha costruito un impero dal nulla e ha mandato tanti soldi qui in Sicilia per sfamare le famiglie povere. In cambio tu gli giuravi fedeltà e servizio se e quando necessario. Lo stato non ti dava questa protezione. Lo stato ti affamava. Lucky Luciano invece pensava alla povera gente perché lui è dalle strade povere che arrivava. La vecchia mafia non era come quella che c’è adesso, no.
Io quelle parole non le capisco e inizio a guardare Giovanni in sottecchi perché, alla mia mente da nordico torinese, il ragionamento di quel grottesco uomo anziano mi pare insensato. Colluso. Giovanni è però molto empatico e si rende conto dell’avanzata del mio pregiudizio, della mia diffidenza. Allora addolcisce nuovamente la voce e prosegue la sua storia.
– Era il 1942 e Lucky Luciano stava al fresco nel carcere di Sing Sing. La polizia lo aveva beccato e le sue amicizie in politica non erano bastate. Hitler nel frattempo avanzava e mirava a conquistare tutta l’Europa. Quasi ci riusciva. I servizi segreti americani avevano bisogno di un uomo che avesse il potere di guidare gli alleati al fine di praticare lo sbarco. Ci volevano uomini che conoscessero l’isola come il palmo delle loro mani e che fossero in grado, laddove ci sarebbe stato il bisogno, di stare zitti. Coprire l’avanzata degli alleati in silenzio, senza cedere al crudele martello delle SS e dei fascisti, quelli duri, che erano rimasti ai tempi del prefetto di ferro. Ci volevano Siciliani fedeli, omertosi e che avessero a cuore la propria terra e la propria libertà. Questi uomini portavano al collo un fazzoletto giallo e una L cucita su un lembo. La L stava per Lucky Luciano, il quale schiocco di dita risuonò lungo tutto l’oceano, fino arrivare qui, a Lercara, dove gli uomini di Salvatore (nome di Luciano alla nascita) erano pronti a guidare gli alleati fino a Messina. –
Mentre Giovanni mi racconta queste cose, io sono un po’ incredulo e controllo su wiki. Chissà che quello che sta dicendo Giovanni non sia il frutto della quarta media bionda. Effettivamente però wiki fa menzione di questo presunto aiuto prestato agli americani dagli sgherri di Lucky Luciano. Giovanni, non curante della mia diffidenza, continua: – Al nord i partigiani hanno avuto i loro meriti. Scappavano in montagna, ho letto, e combattevano i fascisti aiutando gli inglesi e i francesi a organizzare i contrattacchi. Si sono organizzati da soli quei partigiani. Deve essere stato difficile per loro. Qui da noi non c’è mai stato bisogno perché c’era Lucky Luciano che ci pensava e che voleva bene alla Sicilia. Ci proteggeva lui. Qui in Sicilia pochissimi sono stati i soprusi fascisti contro la popolazione perché gli occhi e le orecchie di Lucky erano ovunque e lui i soprusi non li sopportava proprio. Gli uomini come Lucky Luciano o Vito Cascio Ferro non piacevano ai fascisti. Al secondo il duce mando come regalo Mori, il prefetto di ferro. Ma c’è da dire che la politica proibizionista e il totalitarismo autocratico dei fascisti non piaceva a Cosa Nostra. E, infatti, Lucky Luciano e i suoi uomini l’hanno poi fatta vedere a quei fascisti di merda. Hanno guidato la liberazione. La Sicilia è libera dal fascismo grazie a due forze istituzionali che amiamo e abbiamo amato: l’esercito americano e l’esercito di Lucky Luciano. –
La conclusione di Giovanni è solenne e il suo pugno e posato sul petto, all’altezza del cuore, mentre parla.
In quel momento mi resi conto di due cose. La prima fu intendere la grande differenza culturale fra me e i miei connazionali isolani, che sì, sono italiani come me e voi, ma appartengono a una cultura storica, di sudditanza, diversa. Che possiamo studiare ma non riusciremo a comprendere.
La seconda: tendiamo spesso a parlare del fascismo come una forza criminale che ha perdurato nei luoghi, nei tempi e in certe persone. Sbagliamo. Il fascismo non era una forza criminale ma diritto positivo prestato al peggior potere totalitario. Il fascismo, nella sua particolarità, e gli altri regimi nazisti e/o totalitari rappresentavano una minaccia per tutti i cittadini liberi e nessuno venne meno al compito di ribellarsi a questo potere perverso. Chi rinunciò alla lotta, in un modo o nell’altro morì. Chi combatté, ci liberò. Il fascismo non era criminale ma era statale, pubblico. Tant’è che persino gli stessi criminali insorsero contro di lui.
Quella sera, grazie al racconto di Giovanni, mi sentii con il cuore vicino anche ai siciliani collusi, ai siciliani omertosi. Perché lottiamo giorno per giorno per alleviare la vita delle persone dalla criminalità organizzata. Per farlo abbiamo bisogno di uno Stato che si curi dei suoi cittadini e che non li lasci in balia di fascini sinistri. Ho sempre avuto il mito della partigianeria come fenomeno di estrema vita attiva politica e ho spesso denigrato la poca partecipazione della cittadinanza meridionale alla liberazione dal regime fascista. Ma forse ha ragione Giovanni. Forse sono io che non conosco la Vecchia Mafia e i suoi valori.
Non c’era bisogno di partigiani. C’erano già gli uomini di Lucky Luciano che volevano bene alla Sicilia libera. E la Sicilia libera vuole loro bene ancora oggi.

In questo giorno di festa e di cittadinanza, alla mente mi torna il sorriso di Giovanni di Lercara Friddi. La chitarra di Claudio, il taccuino di Tato. Mi tornano in mente le parole venerande di Giovanni e della funzione sociale della vecchia mafia. E quindi mi sento di ringraziare gliirringraziabili. Perché sebbene siamo nemici, di legge e di cultura, c’è stato un momento preciso in cui abbiamo unito le forze per essere liberi. I partigiani (giustamente!) divennero l’icona dell’insurrezione popolare contro il regime. I mafiosi di Lucky Luciano però furono la chiave per il successo degli alleati. E fu grazie agli alleati che le armi nazifasciste vennero deposte.
Mentre il corpo di Benito veniva appeso in piazzale Loreto, Lucky Luciano brindava a Napoli. Brindava alla sua nuova libertà – dopo lo sbarco venne rilasciato – e, sicuramente, brindava a un nuovo giorno. Più libero.

Buon 25 aprile.

Nella democrazia non ho più fiducia. E non per uno sciocco referendum, ma per il Brasile (Anteprima) – per Tagli

Questa è un anteprima. Puoi leggere l’articolo completo su Tagli – Paperblog.

 

Sono amareggiato, sconsolato. Questa domenica 17 aprile, mi ha seriamente danneggiato l’anima e ha messo a dura prova la mia identità. Sì, la mia identità, perché io sono per metà italiano e per metà brasiliano.
E guarda caso, il 17 aprile, mannaggiaazzeus, la storia mi ha dato prova del triste capolinea della democrazia in Brasile, della sua vanagloria in Italia.

Il discorso è inaspettatamente complesso. Cerco di spiegarlo. Cercherò di essere sintetico e fluente. Non intendo quindi soffermarmi sui dettagli tecnici poiché, in questo mio discorso, non sono importanti.
Quindi, tu, feticista dei dati e dei tecnicismi linguistici affrettati a fare il tuo commento di merda, mentre sei sul cesso. Pulisciti, vattene e lasciaci parlare. Poiché sono i concetti a essere preoccupanti, non i loro dettagli.

Semplicisticamente, Dilma in Brasile sta subendo un impeachment dovuto inizialmente a uno scandalo conosciuto come Lava Jato (comunissima e umanissima corruzione, chi non ce l’ha?) che vede coinvolti moltissimi nomi della politica e delle alte dirigenze di alcune importanti imprese fra le quali Petrobras.
Guarda caso, Petrobras è una delle pochissime compagnie petrolifere che fa concorrenza alle sette sorelline statunitensi che, povere cucciole, non riescono a penetrare nel mercato sudamericano per colpa, fin’ora, di Mujica, Chavez e Dilma.
Lo sapete che il Sud America, fra tutti il Venezuela, è praticamente il nuovo Medio Oriente per quanto riguarda il petrolio?
Chissà se lo sapeva la Globo (il più grande media brasiliano) e alcuni esponenti della destra (fascista?) brasiliana?
Loro che hanno palesemente corrotto giornalisti, funzionari, politici e deputati per prendere il Lava Jato e usarlo come ariete contro Dilma.Nel Lava Jato sono coinvolti tutti. Tutti. Uomini di ogni partito, dirigenti di molteplici aziende.
Inutile dirvi che quando la corruzione viene fuori è altresì merito del governo che promuove le indagini e vanta un sistema di controllo efficace.
Il PT, il partito di Dilma, ha governato d’altronde per una decade e non solo ha fatto emergere la corruzione in Brasile, tirandosi pure un po’ la zappa sui piedi, ma ha anche sfamato i milioni di poveri introducendo per la prima volta nella storia del Brasile piani pubblici di salute e primo mantenimento.
Fame Zero.
Lula way.
Scuole pubbliche e borse di studio per i poveri.
Servizi di fognature e di elettricità nelle favelas.
Tassazione dei grandi patrimoni.
Fondazione di una banca statale e conferma della partecipazione statale alla più grande azienda petrolifera del continente.
Risultato? In dieci anni il Brasile entra nel BRIC, fonda assieme a Cina&co. un fondo bancario internazionale che mira ha essere concorrente dell’FMI e diventa un modello di sviluppo per il mondo intero.

È dagli anni ’50 che gli USA insistono con gli Stati dell’America latina per esercitare un insano potere sui territori ricchi di materie prime. Nota è la compiacenza della destra conservatrice di tutta l’America latina, soprattutto quella che vive ancora nell’ottica del latifondo, e come Teddy Cruz prega evangelicamente Gesù e odia i negri.
Nota è la sua compiacenza nel vendersi agli affari americani pur di andare al potere.
Spesso con la forza.

Nella democrazia non ho più fiducia. E non per uno sciocco referendum, ma per il Brasile

Questa volta in Brasile è la volta di due tizi: Aecio Neves e Eduardo Cunha. Il primo perde le elezioni nel 2014 e gli rode così tanto che sente il bisogno di vendicarsi della presidentessa dei poveri. Il secondo, Eduardo Cunha, è un deputato di un partito antagonista al PT, coinvolto in molti scandali relativi a frode fiscali, corruzioni e contraffazione di prove. Coinvolto anche nel Lava Jato, ovvio.
Cunha in portoghese vuole dire “pezzo di legno o ferro che si infila in spazi per diverse utilità”. Così. Just to let you know.
Aecio accusa Dilma di aver governato male il Paese, di aver fronteggiato male la crisi – Eh?! Che droga usi, Aecio? – e di vantare una classe dirigente all’interno del partito totalmente corrotta.
Eppure Dilma non è direttamente coinvolta nel Lava Jato (né in altri scandali).
Prendersela tuttavia con chi è al governo è un maledetto trend. Si sa: il governo per definizione è sempre uno stronzo. Anche quando ti fornisce il cibo, l’istruzione e si batte per il tuo piano di salute.”Fora o PT ! Fora o PT !“. Fuori il PT, il Partido dos Trabalhadores, gridano i sostenitori di Aecio.
Con che cazzo mangerete e chi ve le darà le borse di studio quando il PT se ne andrà? Visto che siete dei porelli, non c’avete un Real per andare a farvi una gastroscopia e se vi viene un tumore, o avete una copertura sanitaria, o siete ricchi o morite male? Conoscete degli esempi di governi di (estrema) destra che hanno sostenuto campagne per i diritti sociali? Ma fottetevi!” vorrei urlare a loro io dall’Europa. “Noi ce l’abbiamo la salute pubblica. Zitti e imparate. Sfigati“.

I pazzi urlano al di là dell’oceano che ha vinto la Costituzione e con lei la democrazia. Ha vinto perché Dilma sta per essere destituita benché eletta e dunque esercitante di rappresentanza popolare.
Dilma, che non ha commesso reati (sapete cos’è l’impeachment?), che non è coinvolta direttamente nel Lava Jato, che ha fin’ora ben governato quella che fin’ora era la più grande economia brasiliana, ecco, Dilma che viene osteggiata da Aecio e Cunha, capi della rivolta. I capi del golpe.
E la plebe è lì.

Nella democrazia non ho più fiducia. E non per uno sciocco referendum, ma per il Brasile
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Pedofilia e discografia moderna: i gusti musicali della mia sorellina – Per You-ng.it

Per gentile concessione di Young – Slow Journalism.

 

Avere una sorella è un dono prezioso, sebbene non raro, e avere un fac-simile genetico in casa, generalmente figlia della stessa generazione, può far molto riflettere su ciò che è il mondo e quello che è la società che ci circonda.
La mia sorellina si chiama Rebecca ed è 6 anni più piccina rispetto a me.

photocredit: A. Iacino
photocredit: A. Iacino

Come molti secondogeniti è migliore di me in tutto: è più intelligente, più educata, più diligente, più sveglia e più matura – e no, il fatto che sia una femmina non c’entra un cazzo -. Da buoni borghesi, i miei genitori iniziarono entrambi allo studio della musica e del pianoforte rispettivamente all’età di 5 anni. Quando Rebecca contava i suoi anni su un’unica mano io avevo già mollato il pianoforte per la chitarra e parevo bravino. A Rebecca il pianoforte non piaceva e la poca voglia di suonarlo faceva sembrare che non fosse portata per la musica. Per qualche anno vissi nell’illusione di essere più bravo di lei almeno in qualcosa ma, mentre preparavo la maturità, lesto mi dovetti ricredere perché Rebecca prese coraggio, mollò il pianoforte e all’età di 12 anni si mise a suonare il flauto traverso. E improvvisamente eccola muoversi agile fra una nota e l’altra ed esprimersi come mai l’avevo vista.

“Hai una naturale impostazione da flautista jazz. Sei molto talentuosa” le diceva spesso la sua insegnante.
Ed eccola dunque di nuovo a fare la secondogenita, quella brava. Quella migliore.

Sei anni di differenza sembrano tanti ma in realtà sul lungo periodo non lo sono affatto. Più cresciamo, più le differenze si assottigliano, le passioni si accomunano e i gusti si assomigliano. Ma non sempre è stato così. Parlando di musica, c’è stato un nero periodo in cui i miei gusti musicali cozzavano aspramente con le canzoni del cuore della mia dolce sorellina che, nel pieno dell’adolescenza, vantava una playlist che avrebbe fatto suicidare Keith Richards. E anche se dapprima alcuni titoli di canzoni e band mi facevano accapponare la pelle, col passare del tempo mi portavano a pensare su quanto i media avessero influenza sulle nuove generazioni e, vicendevolmente, in che modo i giovani influenzassero il mondo della musica e in particolare quello della discografia.

Il fatto che negli ultimi 25 anni il mondo della discografia sia entrato in crisi non è un opinione bensì un fatto.
Se apriamo una qualsiasi pagina di Wikipedia riguardante il maggior numero di vendite di album nella storia, scopriremo nostro malgrado che alcuni dei nomi più recenti a comparire sono ad esempio Britney Spears, Backstreet Boys e Spice Girls. La maggior parte degli album che hanno totalizzato vendite superiori ai 40 milioni di dischi venduti sono firmati da artisti in attività a cavallo fra l’inizio degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’90.

Possiamo inoltre notare una forte decrescita nel numero degli album venduti fra i vari fenomeni pop contemporanei rispetto ai loro predecessori moderni. Per fare un rapido ma non azzardato paragone, se Thriller di MJ vendette 65 milioni di copie, il suo nipotino hawaiano, conosciuto con il nome d’arte “Bruno Mars”, totalizza “solo” 8 milioni di copie per il suo primo album Doo-Wops & Hooligans. Se quindi la totale discografia di Michael Jackson quasi raggiunge il mezzo miliardo di copie vendute nel mondo, collezionando un innumerevole numero di dischi d’oro, di platino, di diamante, il buon Bruno dovrebbe riuscire a pubblicare altri 24 singoli come Treasure per riuscire a colmare anche solo la metà del divario.

Certo, i tempi sono cambiati e i metodi di fruizione musicale sono molto diversi rispetto al canonico vinile. Lo stream, quindi Youtube, Soundcloud, Spotify, Pandora, minacciano ogni giorno gli stores di dischi tanto da far chiudere Fnac a Torino e lasciare desolato il reparto dischi Feltrinelli tanto da renderlo un posto adatto per farsi una bella pomiciata con l’amorosa.
Eppure, se andiamo a fare le pulci alle statistiche di Youtube, sempre nostro malgrado scopriremo che fra le band più cliccate c’è sì Bruno Mars, ma prima di lui – o insieme a lui – ci sono One Direction, Justin Bieber, Miley Cyrus.

Screenshot from Youtube
Screenshot from Youtube

Youtube è d’altronde quel magico posto in cui le ricerche degli utenti si memorizzano e il loro insieme testimonia il fatto che le persone preferiscano Avril Lavigne ai Pink Floyd. Il che è particolare dal punto di vista economico: i Pink Floyd – grazie al cielo! – hanno totalizzato più vendite di Aprile Lavigna; allo stesso tempo è interessante dal punto di vista sociologico, poiché è indubbio che l’utenza preferisca visualizzare i video della seconda e che quindi sul margine mondiale, includendo le nuove – nuovissime – generazioni Avril sia più conosciuta dei PF.
Anche il numero di artisti prodotti è aumentato.
Negli anni ’70 le nuove uscite internazionali – parliamo di artisti e non di singoli – non erano più di 3 all’anno. Nel 2015 ogni anno MTV ne fa sfilare almeno una quindicina di nuovi, fra talent show e serie Tv – non dimentichiamoci che anche Ariana Grande è figlia della TV -, per poi dimenticarsene dopo meno di un lustro.
Quanti di voi ricordano Delay? Dove sono finiti i Tokio Hotel? Che fine ha fatto quel belloccio di Jesse McCartney? Chi cazzo è Ashlee Simpson?

Ma torniamo dunque alla mia sorellina, per cercare di disegnare una cornice a questo grigio quadro che è la discografia moderna.

Nonostante la sua attitudine per la musica e i suoi anni passati a studiare teoria e solfeggio, la mia sorellina nel 2010 ha 12 anni. Ha appena iniziato a suonare quello che diverrà il suo strumento e si è appena innamorata di un gruppo che si chiama One Direction. E’ passata dai Finley, ha corteggiato i Gemelli Diversi, un po’ ma non troppo, e ha avuto una mezza cotta per gli Zeroassoluto. Gli 1D (così li chiamano le fan) rubano però il suo cuoricino adolescente e se lo portano a spasso per due anni e mezzo. Quando torna a casa con il cofanetto speciale contenente l’album e il DVD degli 1D, con sguardo in preda alla disperazione le chiedo urlando: – Perchè? –
-Sono una Directioner – mi risponde lei con una faccetta tenera ma inorgoglita. Directioner, così si fanno chiamare le fan degli 1D. Io non me ne capacito e mi metto a fare ricerche su ricerche per capire come sia possibile che la mia brillante sorellina abbia perso la testa per un gruppo di ragazzetti che come loro cavallo di battaglia ha scelto un plagio di Summer Nights di Grease (ascoltare per credere). Dalle mie ricerche risulta che un’intera generazione è impazzita per gli 1D e le ragazzine che sono loro sfuggite è semplicemente perchè sono rimaste fedeli al loro precedente fidanzato immaginario: Justin Bieber.
Mi faccio quindi un esame di coscienza e mi chiedo cosa ascoltassi io all’età di 12 anni.
Nei miei ricordi di bambino noioso e disadattato riaffiorano componimenti classici: Requiem di Mozart, stagioni di Vivaldi e capricci del Paganini. Anche qualcosa di Mussorgsky – che piaceva tanto a papà – e tanto, tanto De Andrè.
Però poi scavo a fondo, cerco bene e mi sforzo di ricordare i momenti in cui cercavo di socializzare – in maniera ahimè fallimentare – con i miei compagnucci delle elementari e delle medie. Ed ecco che inizio a canticchiare sottovoce, quasi come me ne vergognassi: “c’è qualcosa di grande tra di noi. Che non puoi cambiare ma-a-ai. Nemmeno se lo vuoi”. E ancora: Nord Sud Oves Est, Cloro, Gli anni. Poi mi viene in mente anche qualcosa in inglese: Songs About Jane, Eminem e tanto, tantissimo RnB. Devo ammettere però che l’RnB lo guardavo più per i video pieni zeppi di gnocca: avevo appena scoperto la masturbazione, capitemi.
Torno quindi da mia sorella che con gli auricolari nelle orecchie borbotta “That’s what makes you beautiful” e le dico: guarda che questa roba smetterà di piacerti. Crescerai e non ti piaceranno più. Lei mi guarda in tralice, mi fa la linguaccia e si rimette a riascoltare gli 1D.

Sono passati 3 anni. Mia sorella è cresciuta, ora ascolta De André, i Modena City Rambles, Bruno Mars, i Tribalistas, gli Heymoonshaker e alcuni altri. Gli One Direction si stanno sciogliendo ma a Rebecca non frega più nulla. L’ho chiamata l’altro giorno per dirglielo e manco lo sapeva.

La morale della favola è che, a mio modesto e regale parere, l’industria musicale si sia impantanato nel meccanismo perverso del teen pop. Il fatto che da fine degli anni ’90 Britney Spears sia diventata un’icona per le ragazzine che volevano essere troie come lei e i ragazzini donarle il loro seme – me compreso. In molti dei miei sogni l’ho anche fatto – ha simboleggiato un vero e proprio sodalizio discografico fra gli adolescenti e le major.
Come prima dicevamo, i tempi sono cambiati e i metodi di fruizione anche. I soldi veri arrivano non più dai dischi bensì dalla televisione e dagli sponsor ed è molto più facile indottrinare esseri privi di senso critico a comprare magliette e fragranze piuttosto che convincere adulti a spendere soldi per acquistare un disco.
Questa pedofilia discografica sta tuttavia dimostrando non solo di generare prodotti che hanno vita breve, ma anche di non star riuscendo ad alimentare più i meccanismi fondamentali che permettono agli artisti di proseguire con una carriera stabile, alimentando ciò che c’è di sano nella discografia: i live, i concerti.
I concerti sono sempre meno perché le persone non comprano i biglietti.
Le persone non comprano i biglietti perché, ad eccezione delle big band che si possono permettere i grandi tour mondiali grazie alla loro carriera iniziata prima del ’95, sono solo le teen pop star (o le teen band) ad avere un budget sufficiente per muoversi su scala internazionale.
Quanti tour potrà però fare Violetta prima che il suo pubblico inizi ad avere le mestruazioni?
Dovrà quindi anche lei come Miley Cirus, per seguire la crescita anagrafica dei suoi fan, trasformarsi da ragazzina Disney a tossicaccia di strada che ti sbatti in un angolo sporco della Tiburtina?

Investire sui teenager è senz’altro comodo. Ma non dura. E io capisco senz’altro che le major non siano dei mecenate bensì delle aziende, ma a tutto c’è un limite e, soprattutto, è evidente che gli investimenti praticati negli ultimi 25 anni a eccezione di pochissimi, siano stati fallimentari. Bisogna quindi trovare dei compromessi e far sì che le generazioni venture siano educate a una musica e quindi a prodotti discografici che saranno capaci di accattivarli anche dopo che avranno imparato a risolvere un’equazione di secondo grado. E in quel compromesso che risiedono i grandi successi della musica pop. Come Beyoncè, come MJ e come Bruno Mars.

Per quanto ci riguarda, io e la mia sorellina il prossimo anno andremo a sentire Ed Sheeran. Piace a entrambi. Funziona. Farà carriera. Durerà.

photocredit: A. Iacino
photocredit: A. Iacino

Andrea Diprè: Intervista Esclusiva per Retro Magazine

Per gentile concessione di Retrò Online e Edizioni Retrò S.r.l.

 

Andrea Diprè è un avvocato, critico d’arte e youtuber italiano. Lo abbiamo intervistato per Retrò Magazine (il  video dell’intervista è disponibile al fondo dell’articolo) e ci siamo fatti raccontare come fa un avvocato esperto di arte figurativa a trasformarsi nell’imperatore dell’amoralità e diventare il profeta di una nuova corrente di pensiero: il dipreismo.

Chi è Andrea Diprè?

Sarebbe bene dire chi era Andrea Diprè.

Classe ’74, trevisano, Andrea Diprè inizia la sua carriera professionale come studente di giurisprudenza, passando per gli ambienti ecclesiali trevisani – tanto da autodefinirsi per un periodo “vescovo laico” – spera in un ruolo nella politica dei politicanti, ma quando la sacra raccomandazione viene a mancare decide di ripiegare sull’avvocatura. Diventa professionista e si iscrive regolarmente al foro di Treviso, da cui viene successivamente cancellato (non radiato, mantenendo dunque la qualifica di avvocato).

La carriera di avvocato però non ispira l’estro creativo di Diprè, che decide di dedicarsi al mondo dell’arte. Si afferma quindi come critico d’arte e lavora molto sia in Italia sia all’estero, firmando centinaia di recensioni, curando mezzo migliaio di mostre d’arte  e facendo scoprire al mondo alcuni artisti fino ad allora sconosciuti.
Andrea Diprè, il critico d’arte, vende al mondo un’immagine convinta e passionale di sé e del lavoro che svolge. Tutto fila liscio come l’olio per alcuni anni, tanto da permettere ad Andrea di fondare la sua rete televisiva privata (canale 865 di Sky, ora adibito alla trasmissione di sole chat erotiche) nella quale si prepone di diffondere le opere di artisti emergenti che faticano ad entrare nel business dell’arte.

La svolta digitale arriva con la pubblicazione su Youtube del video contenente la presentazione del defunto Osvaldo Paniccia, condotta da un Diprè che già iniziava già a inalare i fumi corrosivi di quello che lui stesso riconoscerà come il dipreismo. Il video ottiene un notevole successo e denota la galoppante tendenza da parte degli utenti di Youtube (e del web) a intrattenersi con ciò che è orrido, ma allo stesso tempo ridicolo.
Nel frattempo giunge una notifica giudiziaria a casa Diprè. Alcuni artisti e pittori accusano Andrea di aver loro esorto denaro, promettendo in maniera fraudolenta fama e richezze. Andrea Diprè si difende dicendo che il suo lavoro era vendere spazi televisivi e che le promesse fanno parte della retorica del venditore, ma i suoi patrocinati non ne vogliono sapere. Arrabbiatissimi, formano una class action per farsi risarcire dall’imputato critico d’arte. Diprè il dipreista segna qui la fine del vecchio Andrea Diprè: la class action (tutt’ora in auge) lo demoralizza a tal punto da abiurare, schifato, il mondo dell’arte figurativa, della cultura e della “borghesia”. Il critico d’arte e l’avvocato Andrea Diprè sono morti. Al loro posto sorride beffardo Andrea Diprè il dipreista.

Andrea Diprè e Youtube

Dopo il video del fu Osvaldo Paniccia, Andrea capisce che per avere un fortissimo impatto (e quindi potere) mediatico si deve estremizzare un aspetto della società che provoca sì ribrezzo ma anche curiosità e, in alcuni casi, addirittura riso. Colto dunque il gusto del Trash che aleggia in Italia, se ne serve per attuare il suo progetto e inizia così a girare video destinati al suo canale di Youtube, dando vita a Diprè per il sociale. Nel Diprè per il sociale, Andrea intervista e presenta fenomeni umani con evidenti squilibri mentali e/o sociopatie che, davanti al microfono del dipreista, urlano e recitano le loro fisime. Quindi Andrea Diprè e Rosario Muniz. Diprè e Giuseppe Simone. Il profeta dipreista intervista Giuseppe Sapio. E tanti altri ancora.

Come però spiega lo stesso Andrea nell’intervista, Dipré per il sociale è un mezzo. Non si vergogna Andrea Diprè di insultare i suoi co-protagonisti. “Muniz mi fa schifo. Non lo toccherei nemmeno se mi sparassero” ci dice con tono stizzito. E ancora“Simone è uno squilibrato. È un disadattato”.

Nonostante se ne serva, Andrea Diprè odia il trash e chi lo rappresenta e in questo odioso distacco indentifica l’ontologia della sua tipica divisa che da quattro anni ricopre la pelle consumata del sommo dipreista: “L’abito elegante e la cravatta rossa mi servono a sottolineare la differenza che intercorre fra me e gli orrori – o gli idioti, quando si parlava di pittori – che intervisto. Che siamo creature appartenenti a mondi diversi lo si deve capire subito già visivamente. Mi fanno schifo”.

Identificato il mezzo, va svelato il fine: il Diprè per Lei (for her nella sua versione internazionale). Nonostante le accuse sibilino la brama di denaro e l’avidità di fama di Diprè, lui stesso ci confessa senza troppi preamboli che, se prima a muoverlo erano solo i soldi strappati dalle tasche dei pittori, ora a spingerlo avanti e indietro per il globo è una e una sola cosa: il sesso. Segue così la seconda video rubrica di Diprè che ritrae in ogni video conversazioni (spesso e volentieri dal contenuto fortemente erotico) fra attrici del mondo dell’hard e/o ninfomani di provincia e l’avvocato Andrea Diprè. Affrancata dal concetto di opera d’arte mobile, il Diprè per lei si rivela un successo al pari (se non maggiore) di Diprè per il sociale. I nomi anche qui collezionati sono molti e spaziano da Sasha Grey alla nostrana Valentina Nappi.

Andrea Diprè e il dipreismo

I video su Youtube aumentano a dismisura e, come previsto dal dipreista, gli utenti crescono e di fronte alle scelte contenutistiche di Diprè si spaccano in due fronti: chi si dice essere dipreista e vede in Diprè un idolo-satiro, chi dice di odiare Diprè e vede in Andrea l’apoteosi dello squallore e della perversione che mal colorano la società.

È qui che il fenomeno web diventa caso sociale e Diprè realizza, anche se solo a livello teorico, l’apice del suo pensiero. Annuncia in un video, accompagnato da una delle sue assistenti, quali sono i tre precetti e fondamenti dell’esistenza di un uomo dipreista e su questi fonda la sua ideologia. Anzi no, religione. Al dipreismo, ci spiega l’avvocato, ci si approccia come una religione: o credi in Diprè o sei contro Diprè. Perché il dipreismo è così. Nega tutto e non riconosce nulla. La locuzione “non riconoscere” Diprè la usa più volte per descrivere la potenza distruttiva del pensiero dipreista. Sesso, droga e denaro. Questa la trinità del dipreismo che si affaccia su un mondo in cui ciò che conta si configura solo nei piaceri fisici, estetici. Il sesso come piena fruizione delle opere d’arti mobili e soddisfacimento delle proprie funzioni fisiologiche – sessuali. La droga come mezzo per esulare e trascendere il presente. E qui Andrea ci tiene a precisare, per non far sentire nessuno escluso: “Per droga non si intende solo lo stupefacente. Ma tutto ciò che è sostanza aliena e che non ci appartiene ma che ci aiuta a trascendere la condizione presente. Ti piace la cannella? Drogati di cannella. O di Nutella. O di eroina”. E infine l’elemento onnipresente, quello che Andrea ha sempre amato, dipreista o meno: il denaro. Qui però il denaro è un mero tramite e non assume una concezione di accumulo o di aspirazione ad una patrimonialità. Il denaro come mezzo per ottenere più sesso e più droga. Giunge anche una canzone inedita a suggellare l’esordio dipreista fra le ideologie occidentali. “Ho creato il mondo in cui viviamo. Nella mia vita sesso droga e denaro”. Se la canta Andrea Diprè mentre accarezza il corpo pubblico della porno-star di turno in compagnia del suo compare, il produttore Antonio Nava. Se la canta che nemmeno Razzi in “Famme cantà”.
Gli chiediamo se intende incidere i suoi pensieri su carta e seguire l’esempio del già profeta Maometto. O Ron Hubbard. Ma coerentemente all’estetismo privo di senso e significato ci dice che non gli interessa. “I libri sono comunque cultura. E la cultura non mi interessa più. La cultura non esiste. Io ho concepito e vi dono il dipreismo, dandovi un esempio di come vive un dipreista. Se volete capire che il dipreismo è la salvezza, bene. Altrimenti vaffanculo”.

Al di là delle auto proclamazioni, quello che pare evidente è che il caso sociale Andrea Diprè rappresenta più che un fenomeno, un sintomo. Il trash, la perversione sessuale e la perversione dell’uomo in quanto grottesco-orrido, è il manifesto di quanto l’occidente (l’Italia, in questo caso specifico) sia alla disperata ricerca di una nuova morale, che possa posarsi sulle contraddizioni di un mondo globalizzato, digitalizzato e sempre più cinico e scettico. L’occidente non è riuscito a convogliare l’umanità nei propri giardini e ora allunga lo sguardo verso la fine della sua egemonia. Con lui la morale occidentale. Gli strascichi della morale cristiana e di quella illuminista non hanno risentito così tanto gli insegnamenti dei filosofi tedeschi della sinistra hegeliana, che sono rimasti confinati nei saggi e fra le pareti dell’università. Rimangono però attaccati alle giacche questi brandelli di morale cristiana e mentre il popolo se li scrolla di dosso non sa da che parte andare, ogni tanto sbanda verso eccessi pleonastici che si nascondono dietro il culto assoluto dell’individuo.

Non è dato sapere se dietro Andrea Diprè il dipreista si celi un volto più intimo e meno nichilista, o se si comporti da dipreista anche mentre parla con i membri del suo nucleo familiare originario (Diprè è per ora scapolo). Ciò che però possiamo avanzare è che, sebbene decisamente discutibile, Andrea Diprè sia un – se vogliamo, tragico- esempio di coerenza intellettuale. Vivere come si pensa di dover vivere non è assolutamente cosa facile. E al di là dei valori e delle etiche personali, in Andrea Diprè si scorge una preoccupante coerenza interna, che non ci aspetterebbe né da professori né da politici, escluso Razzi. Razzi dipreista lo è già.

Tutte le opinioni espresse da Andrea Diprè durante l’intervista rappresentano il suo punto di vista e se ne assume tutte le responsabilità. La Edizioni Retrò S.r.l. e la testata “Retrò Online” se ne discostano e le riportano per il solo scopo giornalistico e informativo.

Guarda l’intervista completa per Retrò Magazine

Nero? Immigrato. Bianco? Espatriante. – Per Retro Magazine

Gentile concessione di Retro Magazine.

Qual è la differenza fra un profugo africano, su un barcone in fuga dalla guerra, in cerca di speranze, e un neo laureato all’aeroporto, in fuga dalla crisi, a caccia di un futuro?

Se lo chiede anche TheGuardian.com, che a metà marzo ha pubblicato un articolo in cui pone un’interessante domanda: Why are white people expats when the rest of us are immigrants?. Al di là dei problemi e dei pregiudizi di cui il lessico e il linguaggio sono responsabili – menzionati in questo articolo di Salto-BZ – , abbiamo provato ad approfondire la domanda proposta dal giornale inglese, chiedendoci se davvero sia possibile individuare una differenza vera tra i concetti di espatrio e immigrazione. E, se proprio dietro questa differenza, sussista il problema dell’integrazione degli immigrati.

1/Il colore dell’immigrato. Chi sono i bianchi, chi sono i neri?

Innanzitutto, anche per giustificare l’irruenza del titolo, si deve specificare chi si intende quando si dice “Neri” e chi quando si dice “Bianchi”. La connotazione del terminenegro, convenzionalmente, è riconosciuta come dispregiativa. La semantica di “negro” si riferisce ai miti della supremazia della razza bianca e agli anni in cui operava la tratta degli schiavi.  Questo nonostante l’etimologia e il valore negativo del termine “negro” siano tutt’oggi ampiamente discussi. In questo articolo, si voglia intendere la parola (meno osteggiata) nero come una finta allegoria di immigrato, laddove al triste suono della parola “immigrato” il nostro immaginario propone delle immagini di individui disperati e senza prospettive. Allo stesso modo, per convenzione, con “bianco” si intenda europeo o di origine europea (WASP), di religione e/o cultura cristiana, e dunque di estrazione “occidentale”.
I nostri bianchi sono perciò quelli che popolano prevalentemente l’Europa e il Nord America. I nostri neri, invece, popolano l’Africa, tutta. Ma sono anche provenienti dall’est europeo o dalla penisola araba. Sono orientali, indiani, filippini, turchi, mediorientali. Tutti abitanti di quel posto diffuso che gli Europei e i marines chiamano “Sud del mondo”. Tutti immigrati. Tutti neri.

2/Il colore dell’immigrato. Chi è l’immigrato? Chi è l’espatriante?

In secondo luogo, per cercare una valida risposta al quesito del The Guardian, vanno distinti i significati di immigrato eespatriante. Il vocabolo “immigrato” fa riferimento alla condizione di inferiorità economica di un territorio d’origine rispetto a un altro di destinazione. È quindi spesso legato al concetto di “lavoro”. E fino a qui, anche i bianchi sono, e sono stati, immigrati. Nel nostro caso specifico, ne sono testimoni le vaste comunità italiane createsi a partire dagli anni ’30 del Novecento nelle Americhe, in Germania e in Svizzera. Il termine “immigrato” assume però un valore semantico arrogantemente occidentale, quando viene associato al lemma politico “clandestino”. Lemma politico e non termine: la parola “clandestino”, a causa delle strategie comunicative che la politica ha operato negli ultimi 30 anni, ha completamente perso il suo significato etimologico e ne ha assunto una caratterizzazione statalista, a tratti xenofoba.
Da inizio degli anni Novanta, dopo la discesa in capo di Berlusconi e il consolidamento politico della Lega Nord, sul termine “clandestino” sono state costruite retoriche xenofobe e razziste. E se dapprima ci si aspettava una sinistra vigile sul lessico generalista, ecco spuntare alcuni manifesti del Pd, durante la campagna elettorale del 2009, che così recitavano: «Berlusconi ancora una volta ha ingannato gli italiani. Raddoppiati gli sbarchi degli immigrati clandestini».

Il termine clandestino implicita una criminosità che è non ontologica e propria dell’uomo, bensì creata dallo Stato e dalla legge che regola i rapporti fra migranti e istituzioni. La sua etimologia latina infatti non fa riferimento a migrazioni di sorta, ma denotava l’occultamento volontario: “chi/che sta nascosto di giorno”. Il compulsivo accostare l’aggettivazione “clandestino” a fenomeni migratori ha fortemente accentuato l’illegalità di alcuni fenomeni migratori, rientrando appunto in una semantica propria alla “cattiva politica”. Ed è proprio qui che nasce la presunzione dei bianchi che migrano, abbandonano il loro paese, ma oggi meno che mai si sentono immigrati: i bianchi non possono essere clandestini.  Per due semplici ragioni: hanno istituzioni che emettono passaporti riconosciuti nel mondo intero; se stanno partendo per l’estero, generalmente, hanno un reddito sufficiente per prendere un aereo e giungere così nel Paese ospitante in maniera sicura e, soprattutto, legale. Alla faccia dei gommoni. E così, espatriano.Ed ecco il lindo gemello dell’immigrato: l’espatriante. Che già dal termine si capisce, ha una una patria e quando sarà all’estero, gli mancherà e per essa proverà nostalgia.

Sorge dunque spontaneo il dubbio che la condizione di espatriante sia un sentimento interno e autoreferenziale dell’uomo che migra, e che quindi anche gli immigrati, i clandestini, si possano sentire espatriati. Ma no. La “patria” non è la “terra”. La “Patria”è quella di Manzoni: una d’ arme, di lingua e d’ altare, di memorie, di sangue e di cor. Come tutti i termini protagonisti di retoriche romantiche, è la patria è una sovrastruttura , anch’essa intrisa di occidentalismi. Per assaporarne il significato dunque bisogna essere occidentali, nel bene e nel male. Infatti contrapposta al termine “patria”, da cui proviene l’espatriante, giunge asettica la denominazione “territorio d’origine”, propria agli immigrati/clandestini. L’esclusività del termine patria, riservato a territori che promuovono un sistema di valori occidentali, racchiude un’interessante differenza fra coloro che chiamiamo espatrianti e coloro che additiamo come immigrati. L’espatriante la abbandona; l’immigrato la cerca, l’agogna. 

3/Il colore dell’immigrato. I cittadini e gli stranieri: un problema alla Torodov

La forza (e l’arroganza) culturale che animava i conquistadores è la stessa diffidente energia che fa sì che i cittadini ospitanti vedano gli immigrati come o invasori, ladri di donne e di lavoro – di lavoro, sarà poi vero? Leggi QUI – , o come soggetti in difficoltà, urgentemente da integrare socialmente e culturalmente. In entrambi i casi è implicita la supremazia della cultura che si trova a essere economicamente e tecnologicamente più forte: una tende a prevaricare l’altra in modi più o meno coercitivi. Riguardo agli immigrati e agli ospiti, spesso (specie alcune tifoserie politiche un po’ a destra) si parla di “adattamento” e “integrazione forzata”, il che denota la forte propensione degli occidentali a mostrarsi aperti alle culture straniere solo nei momenti di intrattenimento e di viaggio. Quando stanno a casa loro, gli Europei vogliono essere Europei e possibilmente vogliono che il vicino, se non Europeo, si comporti comunque come tale. E se non lo fa, ecco che scatta la xenofobia intrinseca, quella data dall’ignoranza nel suo senso lessicale: non conoscere, avere paura. Ed è esattamente in questo stagno colmo di orgoglio identitario che media tendenziosi e politici sguazzano lupeschi. Per questo è importante conoscere le parole e i loro significati, per riconoscere i lupi che le usano.

4/Il colore dell’immigrato. Ci vorrebbe un po’ di Xenia

Concludiamo rivolgendoci alle nostre (vere) origini culturali occidentali e quindi all’Antica Grecia – del buon pio immigrato Enea abbiamo già

parlato QUI. I Greci, che non erano nomadi e abitavano città-stato, benché non avessero un codice normativo che lo regolamentasse, avevano un sistema di valori che si ancorava alla natura solidale dell’uomo e ai sentimenti di solidarietà, rispetto, lealtà, conoscenza e onore. Un fulgido esempio di questo sistema assiologico – che pure oggi sembra utopia – è la xenía.

La xenía racchiudeva ciò che per i Greci significava “ospitalità”, vincolo tra ospiti e ospitanti, e potrebbe essere grossolanamente riassunta in tre regole base: che il padrone di casa rispetti l’ospite; che l’ospite rispetti il padrone di casa; che i due si scambino doni.I testi greci non parlano di immigrati o integrazione, bensì di stranieri, ospiti e rispetto. In un mondo in cui l’eroe era viaggiatore e l’ospite, talvolta, si dimostrava salvezza, i Greci cedono alla solidarietà preventiva, all’umanità: “che sia un re o sia un pastore, il mio ospite ricorderà bene di me“, e per il resto della vita gli ospiti saranno legati fra loro da un vincolo di amicizia più forte di qualsiasi altra cosa. Lo testimonia l’episodio (certamente a scopo didascalico) di Glauco e Diomede, anche più forte della più aspra delle guerre.

Che sia quindi bianchi o neri, immigrati o clandestini, con o senza patria, innanzitutto lo straniero dovrebbe essere ospite.

E noi per lui.