“LULA È LIBERO”: UN RACCONTO DA RECIFE SULLA LIBERAZIONE DELL’EX PRESIDENTE SOCIALISTA

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Siamo a Recife, beviamo un in riva alla spiaggia mentre il sole tramonta dietro i grattacieli. La notizia che lo stanno per liberare è nell’aria da giovedì pomeriggio ma la comunicazione ufficiale arriva intorno alle 17.
Io lo vengo a sapere da mia madre su Whatsapp.
Lo fa con una nota vocale e io posso sentire la sua voce commossa.

Abbandoniamo la spiaggia e andiamo verso il centro storico, dove è situato il nostro hotel.
Mentre camminiamo assistiamo a un crescendo di felicità che travolge la città: i clacson suonano, le persone negli autobus si sporgono dai finestrini per urlare come tifosi impazziti, nelle vie i musicisti e i percussionisti suonano a gran volume battute di Maracatú, donne e uomini ballano.
“LULA È LIVRE” ci urla un signore un po’ ubriaco che evidentemente vive per strada. Poco più avanti, ormai lontani dalla spiaggia bianca, una anziana signora ci abbraccia e ci dice che c’è speranza “Porque agora Lula è livre”.

lula livre: la liberazione di lula da silva
Inacio Lula da Silva – Presidente del Brasile dal 2003 al 2011 – scontava, dall’aprile del 2018 una condanna di 8 anni e 10 mesi per corruzione.

Più passa il tempo, più ci avviciniamo all’hotel, più le persone si accalcano nelle strade, tingendo di rosso i viali di Recife. Percepiamo che sta avvenendo un qualcosa di irripetibile e ci convinciamo subito che non possiamo stare in hotel come due gringos indifferenti. Dobbiamo scendere in strada anche noi.
Usciamo senza maglietta rossa ma contagiati dalla gioia di un popolo progressista che fino a ieri era orfano ma stasera ha ritrovato il padre.

Il controverso presidente brasiliano Jair Bolsonaro
Il controverso presidente brasiliano Jair Bolsonaro.

Un padre oppresso da un’ingiustizia fascista perpetrata ad hoc per eliminare il campione della democrazia brasiliana moderna dai giochi elettorali del 2018. Altro che Mani Pulite.
Quando raggiungiamo la piazza centrale una marea rossa si muove e balla di fronte a noi.
Trascorriamo la serata con un gruppo di giovani ricercatori dell’Università Federale i quali ci raccontano gli scempi politici di Bolsonaro, che ha ridotto i fondi per la scuola pubblica ed eliminato una serie di misure sociali anti povertà che avevano fatto conoscere al mondo Lula come il “miglior presidente della storia del Brasile”.

Luiz Inácio Lula da Silva, il presidente dei poveri, dei lavoratori, degli ultimi. Un Presidente di sinistra. Ma una vera sinistra! Una sinistra fondamentale, preistorica, che sa bene e mai dimentica il suo destino naturale: combattere la diseguaglianza, lottare contro la povertà, difendere gli ultimi dai soprusi dei primi.
La festa va avanti tutta la notte e la folla non pare scemare bensì aumentare con il passare delle ore.
Decidiamo di abbandonare la piazza dopo qualche ora per tornare finalmente in albergo. L’indomani torneremo in Italia per raccontare l’esperienza brasiliana che ci ha visti coinvolti alla Conferenza Brasiliana per il Cambiamento Climatico, come da programma, e che, a sorpresa, ci ha fatto assistere alla liberazione di uno dei più grandi leader del novecento.

Mentre torniamo, il tassista (che era poco prima in piazza a festeggiare con il popolo di Lula) ci dice una cosa a cui non riesco a smettere di pensare e che forse mai dimenticherò:
Quando uno lotta contro le ingiustizie delle volte può sentirsi solo, sfiancato e abbandonato. Ma la luce di chi lotta per costruire un mondo migliore, più giusto, delle volte riesce a penetrare le tenebre dell’egoismo e fa brillare tutto ció che c’è di buono nell’uomo e nel mondo.
Quella luce io la chiamo speranza”.
Ieri sera abbiamo osservato quel fascio di luce. Abbiamo vissuto la speranza.

7 tipi di contenuti fuorvianti – Declinazione di una fake news

In un precedente articolo avevamo già parlato di quale fossero le tre fondamentali regole per difendersi dalle fake news.

  • Distinguere fra i vari tipi di contenuti fake
  • Conoscere le motivazioni di chi crea le fake news
  • Conoscere le modalità attraverso le quali vengono distribuite le fake news

In seguito all’analisi proposta dalla ricercatrice Wardle, ci sarà possibile declinare una potenziale fake news, in 7 tipologie di contenuto fuorviante.

Andiamo a vederle insieme.

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Source: FirstDraft

Informazioni contestuali false

In questa tipologia il contenuto reale è accompagnato da informazioni contestuali false. Per fare un esempio, durante la prima prima campagna pubblicitaria di Donald Trump, venivano mostrate delle immagini raffiguranti alcuni migranti che volevano rappresentare il confine tra Messico e Stati Uniti, quando tuttavia il filmato utilizzato ritraeva dei migranti che stavano attraversando la frontiera del Marocco a Melilla in Nord Africa. Si trattava, dunque, di un contenuto vero utilizzato in un contesto sbagliato al fine di fuorviare l’idea dello spettatore.

Una famosa presunta fake news sui campi di tortura libica, distribuita da Avvenire, aveva usato immagini del 2011 per descrivere gli orrori dei campi libici nel 2018, trasmettendo quindi un’informazione vera (avvengono torture nei campi libici) accompagnata da un contesto falso (le immagini erano immagini del 2011).

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source: https://medium.com/1st-draft/fake-news-its-complicated-d0f773766c79

Il contenuto impostore

Quando il contenuto viene spacciato come autorevole o proveniente da fonti realmente esistenti e invece sono false, inesistenti oppure non credibili.
Pensiamo per esempio ai giornali online che distribuiscono fake news fingendosi, anche nel nome, e quindi nell’url, giornali autorevoli come il “Giomale”, “Il Fatto Quotidaino”.
Wardle nell’articolo per FirstDraft scrive che tramite un sito, Clone Zone, è possibile fare queste operazioni con facilità.

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Contenuto Manipolato

Il contenuto manipolato è una tipologia di contenuto che è stato contraffatto con tecniche di editing multimediale al fine di distorcere l’informazione al suo interno.
Vi sono diverse tecnologie con cui manipolare un contenuto. Se parliamo di immagini, programmi come photoshop possono dare risultati sorprendenti a chi è in grado di padroneggiarli.

Per quanto riguarda invece l’ambiente video, è possibile anche modificare delle riprese con dei software appositi. I deepfakes per esempio sono una tipologia di video-editing, eseguiti utilizzando tecniche del mondo dell’intelligenza artificiale, che permettono di creare risultati video davvero incredibili.

Satira

La parola satira deriva dal nome di una pietanza latina, la (lanx) satura, letteralmente “piatto pieno”. La satura era infatti composta da una moltitudine di ingredienti. Per i latini la pietanza era una metafora per descrivere gli antichi spettacoli “satirici”, i quali includevano dentro di sé una moltitudine di arti, dalla danza, all’improvvisazione, fino al componimento.  Oggi per satira intendiamo un genere di composizione poetica a carattere moralistico o comico, che mette in risalto, con espressioni che vanno dall’ironia pacata e discorsiva fino allo scherno e all’invettiva sferzante, costumi o atteggiamenti comuni alla generalità degli uomini, o tipici di una categoria o di un solo individuo. Da Orazio a Lercio, la satira si è spesso occupata del potere e della politica, distribuendo (o performando) contenuti distorti in modo da dare una particolare interpretazione a fenomeni e fatti politici. Nel caso del web, ci sono più casi di creatori di contenuto che diffondono notizie palesemente false o incredibili, per trasmettere un messaggio satirico. Importante sottolineare la differenza sostanziale fra i contenuti satirici, come quelli del “Lercio”, e i contenuti impostori come quelli del “Fatto Quotidaino”. Le due tipologie di contenuto si distinguono infatti dal fatto che i contenuti satirici palesano a livello formale la loro natura satirica (e quindi fake), mentre i contenuti impostori tendono a nasconderla.

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Il Lercio

Contenuto ingannevole

È definibile un contenuto ingannevole quel contenuto reale (non falso) che viene accompagnato da informazioni e/o notizie di contesto, false, fuorvianti o pretestuose, inserite per rafforzare un’idea preesistente. Il contenuto ingannevole tende, non a informare, bensì a fuorviare l’opinione del lettore partendo dall’interpretazione parziale di un singolo fatto.
Pensiamo agli articoli dei giornali di propaganda quando utilizzano l’interpretazione un singolo fatto per consolidare la loro posizione politica. Il contenuto parte quindi da un’informazione reale ma la condisce di dettagli pretestuosi (o direttamente) falsi al fine di ingannare il lettore e attrarlo nelle proprie fila. La pubblicità aziendale (o corporate) è maestra nel confezionare questi tipi di contenuti (pensiamo banalmente alle pubblicità di qualsiasi spazzolino che viene descritto sempre come “il preferito dai dentisti”). Lo sono tuttavia anche i contenuti provenienti dalla cosiddetta pseudoscienza, che fingendo autorevolezza e proponendo pochi dati, decontestualizzati, insufficienti e interpretati in modo dubbio, avanzano teorie pseudoscientifiche o peggio direttamente diagnosi mediche. Vedi i casi sul vaccino che secondo alcuni no vax provocherebbe l’autismo; un’attivista no vax ha anche subito una condanna dal tribunale per la distribuzione di una fake news.
Vedi anche il caso del Ministro dell’Interno che ha diffuso le fake news pronunciate da un ndranghetista contro il modello Riace.

Il Click – Bait o Falsa Connessione

Il click-baiting è una tecnica pseudo giornalistica che prevede l’uso di titoli sensazionalistici e immagini in evidenza incredibili o assurde, create apposta per colpire e catturare l’attenzione del lettore. Spesso capita infatti che il titolo (o l’immagine d’evidenza) non rispecchino il reale contenuto dell’articolo o del messaggio, dando modo al lettore di farsi un’idea fuorviante sul reale contenuto del post.

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Contenuto falso al 100%

Ci sono infine i contenuti totalmente falsi. Fabbricati per distribuire menzogne, bugie o fatti e misfatti mai accaduti, con un fine particolare e specifico, che può spaziare dalla propaganda politica alla monetizzazione del proprio sito tramite la pubblicità.
Questi contenuti nascono all’interno di piani editoriali pensati per fuorviare l’opinione pubblica o, peggio, un particolare target di persone. Ricordiamo infatti che tramite gli strumenti di advertising social (come Facebook, Linkedin o Twitter) è possibile distribuire a bassissimo costo un particolare contenuto all’interno di un bacino di pubblico definito in base a una moltitudine di caratteristiche, raccolte con cura e dovizia durante i processi di profilazione operata dai social network.

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Nell’era delle fake news e della post verità, la disinformazione è diventata un nemico quotidiano e saperla combattere, una necessità di tutti. Gli stessi media tradizionali spesso fanno confusione per quanta riguarda la diffusione dei contenuti fallaci, mettendo nell’insieme “fake news” varie forme di disinformazione (o satira) che in realtà possono essere caratterizzate in almeno sette tipi.

Come scrive Claire Wardle nel suo articolo per TheDraft pubblicato a febbraio del 2017:

“Ormai siamo tutti d’accordo sul fatto che il termine “fake news” non sia di aiuto, ma senza un’alternativa, siamo lasciati all’improvviso, puntando il dito contro il cielo ogni volta che lo inseriamo in una frase. Il motivo per cui stiamo lottando per trovare un sostituto è perché si tratta in realtà di più che “fake news”, il che riguarda l’intero ecosistema informativo e la mancanza di informazioni sui diversi tipi di disinformazione. “

Per distinguere le varie tipologie di “fake news”, Wardle propone una chiara ed efficace metodologia divisa in tre step, volta a discernere i contenuti fake e categorizzarli, per quanto possibile.

Distinguere fra i vari tipi di contenuti fake

I contenuti fake possono essere di vario tipo. Possono essere contenuti appartenenti al mondo dei media tradizionali: articoli di giornale, servizi televisivi, volantini o altro. Negli ambienti web le tipologie di contenuto sono diverse: dai post, agli articoli blog, dai memes (ndr. grafiche satiriche o di propaganda che riprendono scene reali o della pop culture abbinate a una scritta in maiuscolo) ai video fake, fino ad arrivare a forme complesse di contenuti fake come i fake audio, i deepfakes o le false discussioni (come quando si utilizza una botnet per generare traffico su un hashtag sconosciuto).
Distinguere il contenuto permette dunque di analizzarne la tipologia e capire (nel caso soprattutto dei contenuti creati in ambiente web) se si tratta di un contenuto di natura giornalistica, satirica, goliardica o propagandistica.

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Post su Facebook – Il Lercio è un noto progetto editoriale digitale satirico. Ovviamente è una notizia falsa scritta per far ridere.

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Web articolo di giornale – Il giornale Libero è tristemente noto per proporre contenuti fake per fare leva sugli umori dei suoi lettori arrabbiati

Conoscere le motivazioni di chi crea le fake news

Conoscere le varie tipologie è utile per capire il contesto del contenuto. Per comprendere il contesto, è fondamentale partire dalle motivazioni di coloro che hanno creato e distribuito il (o iniziato la distribuzione del) contenuto. Se un contenuto diffonde una informazione falsa sulla base di un discorso politico, potrebbe essere propaganda, se invece un contenuto distorce un’informazione o esagera un aspetto della realtà o uno stereotipo nell’ambito di un contesto comico, magari si tratterà di un contenuto di satira.
Come scrive Marco Camisani Calzolari nel suo libro The Bible of Fake News, vi sono varie motivazioni per le quali vengono distribuiti contenuti fake, che prescindono dalla banale politica. I privati, o quelli che Camisani Calzolari chiama i “Decision Makers”, potrebbero avere interesse nel diffondere una notizia falsa o distorta che modifichi il mercato a favore delle proprie attività (vedi caso Elon Musk), o a sfavore delle attività dei competitori, oppure ancora al fine di operare delle manovre di speculazione finanziaria, traendo beneficio dalla diffusione della notizia falsa (come successe nell’800 quando a Londra annunciarono la falsa morte di Napoleone per rialzare i titoli di borsa!).
Potrebbero infine esserci dei meri interessi economici dietro la diffusione di notizie false, monetizzando il trafficosui siti promotori di fake news attraverso il display advertising.

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Trump spesso ha accusato grandi e storici giornali americani di diffondere Fake News contro di lui. Di fake news il presidente americano d’altronde è un esperto, Trump ha infatti più volte negato il cambiamento climatico.

Conoscere le modalità attraverso le quali vengono distribuite le fake news

È infine necessario comprendere la metodologia di distribuzione di questi contenuti per comprenderne la natura. Questo è indispensabile per misurare la portata dell’eventuale fenomeno di organica propagazione (i cosiddetti contenuti virali) oppure esaminarne i punti di propagazione all’interno di una campagna di distribuzione mirata, intenzionale e magari manipolata attraverso specifici strumenti di misurazione e tracciamento dell’informazione.
Un post satirico che ha ottenuto un grande successo sui social, anche se parla in maniera sgradevole di un personaggio pubblico, magari facendo leva su una mezza-verità, è frutto di un successo organico e, se vogliamo, innocente. Un contenuto o un hashtag politico reso famoso da una botnet (ndr. un insieme di profili zombie creati ad hoc per diffondere informazione di propaganda o pubblicità attraverso like, condivisioni e re-post) forse invece è il prodotto di un’oculata strategia di propaganda che coinvolge i media digitali.

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Salvini mentre chiedeva ai suoi presunti utenti veri di palesarsi al fine di tentare di difendersi dall’accusa di promuovere messaggi di propaganda facendo uso di botnet e profili falsi

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Alcuni dei bot usati dalla propaganda di Salvini

Fermarsi a pensare quando si vede un contenuto è molto importante!

Il nostro giudizio critico è ciò che permette alla democrazia il suo corretto funzionamento. Chi avvelena il pozzo dell’informazione, avvelena tutti i cittadini che ci bevono dentro.
Per questo è importante imparare a difendersi dai contenuti fuorvianti e saper discernere fra le varie tipologie di contenuti.

Seguendo queste tre regole nessuna fake news potrà più ingannarvi 😉

Nel prossimo articolo declineremo le fake new in 7 tipologie di contenuti fuorvianti.

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Bufale. Cosa sono e come riconoscerle – Sloweb

SPECIALE FAKE NEWS #EPISODIO 1 – per Sloweb

di Federico Bottino

Sempre più spesso sentiamo parlare di fake news e di bufale.
Nella realtà vi sono diverse tipologie di contenuti fuorvianti, i quali possono essere completamente falsi, parzialmente falsi o semplicemente faziosi. In questo articolo cercheremo di spiegare con parole semplici cos’è una “bufala” e come riconoscerla.

Cosa sono le bufale

Si tratta di un contenuto che è certamente falso e che non trova nessun tipo di riscontro nella realtà effettiva. Viene creato appositamente per alimentare una certa strategia di distribuzione-contenuto o di propaganda, oppure causato da grossolani errori giornalistici o false attribuzioni. Nell’ambito della propaganda politica, sempre più vengono create e distribuite vere e proprie menzogne ideate per screditare una parte politica o un candidato.
Le bufale hanno una naturale vocazione al sensazionalismo, spesso utile per alimentare la viralità dei contenuti e a raggiungere il maggior numero di persone in un breve tempo.

Perchè vengono create le bufale?

Nel suo ultimo libro, The fake news Bible – Guida alle Fake News,  Marco Camisani Calzolari ha analizzato gran parte del fenomeno delle fake news, fra cui le bufale e i meccanismi con cui vengono distribuite e quali tecniche vengono utilizzate per renderle sempre più virali.
Qui brevemente riportiamo due dei principali motivi analizzati da Camisani Calzolari: la politica e i soldi.
Per quanto riguarda l’ambito politico, le bufale servono semplicemente ad accaparrarsi qualche elettore poco attento alla verifica delle informazioni (un credulone, insomma!).
Lo testimoniano le bufale contro il candidato del PD, Matteo Renzi, vittima di una tempesta di fake news e bufale a danno di diversi membri della sua famiglia, oltre che sul conto del candidato stesso, durante il periodo della campagna elettorale precedente alle votazioni del 4 marzo.
Nel settore privato invece, e nello specifico in  quello “post editoriale“, primaria è la necessità di convogliare il numero maggiore di utenti nei propri spazi digitali e monetizzare il traffico tramite il Display Advertising (annunci pubblicitari con delle grafiche che compaiono a bordo degli spazi che si usano per navigare, a volte interrompendo la navigazione).
Sono infatti numerose le redazioni che si adoperano per comporre e distribuire contenuti dai titoli sensazionali e spesso completamente falsi. Per esempio le false morti in rete, i ritrovamenti o misteriosi avvistamenti di animali fantastici o altri eventi incredibili e fantastici. Anche in questo caso la politica viene tirata in ballo, poiché grande contenitore di temi caldi e capaci di riscuotere un grande “successo” fra i lettori social. Diversi redattori digitali hanno ammesso che distribuivano fake news e bufale a tema razzista per attirare una grande mole di traffico sui propri siti, riuscendo in certi a monetizzare la rabbia di una parte della cittadinanza per migliaia e migliaia di euro al mese.

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Tipico sito di bufale e fake news

Come riconoscere una bufala?

I vertici di Facebook (principale veicolo di distribuzione delle fake news) hanno più volte asserito di voler iniziare a promuovere dei programmi per facilitare il riconoscimento delle bufale, addirittura proponendo nel 2017 un “bottone anti bufale”, così ammettendo implicitamente il fondamentale ruolo delle reti sociali nel favorire la distribuzione di contenuti falsi, fuorvianti o creati in maniera dolosa per fare propaganda o gonfiare i dati sul traffico dei siti web.
I tentativi promossi dal Social Network di Zuckerberg tuttavia si sono rivelati inefficaci oppure mai messi davvero in atto, dimostrando così l’effettiva difficoltà nell’arginare la distribuzione di contenuti fake come le bufale.
Inoltre si ritiene che un’azienda privata non possa essere il soggetto garante di una qualunque forma di censura.
Chi controllerebbe i controllori?
Questo vuol dire che dobbiamo essere noi i principali vigili dell’a credibilità e attendibilità dell’informazione e delle fonti a cui decidiamo di rivolgerci.
Solo il nostro senso critico, la nostra intelligenza e la nostra maturità intellettuale può salvarci dal baratro dell’ignoranza!
Ecco quindi un paio di consigli per identificare in pochi passi una bufala oppure un sito che distribuisce contenuti fake.

VAI OLTRE IL TITOLO! NON CASCARE NEL CLICK-BAIT

Spesso le bufale vogliono appositamente essere sensazionalistiche per attirare click. Se leggi un titolo che ti sembra avere toni esagerati, esasperati o eccessivamente entusiastici, probabilmente il contenuto non è così affidabile. La tecnica che trasforma i titoli in ami per i creduloni, attraverso titoli sensazionali si chiama “Click-Bait”.

CONTROLLA LA FONTE CHE HA PUBBLICATO IL CONTENUTO

Ma siamo proprio sicuro che il fattoquotidaino.it (il link rimanda a un sito di fake news) sia un sito credibile e degno della nostra fiducia? E che dire di molti altri siti che fingono di essere testate più o meno credibili o, peggio, testate indipendenti, come la “voce del popolo”, “informare per resistere” e altri simili. Cercate sempre di informarvi attraverso canali credibili e accreditati a livello nazionale o internazionale. Sempre controllare chi è l’autore dell’articolo e se si può verificare chi sia e che per lo meno presenti delle competenze (o un’esperienza giornalistica sufficiente) per commentare i fatti che sta descrivendo.  I migliori giornalisti lavorano per CNN, BCC e altre grandi testate, sicuramente non per il sito di fake news di turno.
Controllate sempre la lista nera curata da BUTAC (esperti che si occupano di corretta informazione e smascherare bufala).
Un’altra pratica utile può essere quella di confrontare sempre le notizie con quanto riportato dalle agenzie stampa internazionali o dai giornali più autorevoli. Se la notizia non è stata rimbalzata da nessuna agenzia, probabilmente è falsa.

ATTENTO AI PREGIUDIZI DI CONFERMA

Il pregiudizio di conferma (in inglese confirmation bias / confirmatory bias) in psicologia indica un fenomeno cognitivo umano per il quale le persone tendono a muoversi entro un ambito delimitato da loro convinzioni acquisite.
Spesso le bufale fanno leva su delle comuni paure, pregiudizi e false credenze già insite nella testa delle persone. Per questo è bene cercare di dimostrarsi sempre una persona lontana da pregiudizi e credenze comuni poiché altrimenti saremmo potenziali vittime di bufale e fake news che hanno obiettivo quello di confermare i nostri pregiudizi tramite notizie false e menzogne.

Per maggiori informazioni su fake news e bufale, consulta la guida alla Disinformazione a cura di ValigiaBlu.it

La bibbia delle fake news: guida alle fake news di Camisani Calzolari

Con piacere vi comunico che è finalmente disponibile “The Fake News Bible: Guida alle Fake News”, scritto dall’esperto di digitale Marco Camisani Calzolari.

Il libro è acquistabile su Amazon e altri store.

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Marco ha confezionato una guida alle fake news che affronta in concreto il tema della misinformation, della propaganda e delle notizie false, analizzando soprattutto le tecniche dialettiche utilizzate da chi le crea e le diffonde.
Come nascono le fake news? Chi crea fake news e perché lo fa? Come queste diventano virali? Quali tecnologie si utilizzano per distribuirle o per misurarne l’efficacia?
Bufale, click-bait, conspiracy theory, pseudo-scienza, storytelling, shitposting, satira e intrattenimento sono alcune delle principali categorie prese in considerazione nell’oceano tempestoso dell’informazione online.
Fra le ragioni per cui le fake news vengono create troviamo per esempio la volontà di influenzare l’opinione pubblica, influenzare il mercato e i decision maker, monetizzare il traffico o fare character Assassination.
Nell’ultima parte del libro, Marco si sofferma sulle tecniche di debunking e fa riflettere il lettore su alcune possibili soluzioni per combattere il fenomeno.

Lavorare all’editing del libro di Marco Camisani Calzolari mi ha dato la possibilità di approfondire enormemente un fenomeno che conoscevo poco, quello delle fake news, e di scoprire e conoscere un grandissimo esperto di digitale.

Bellissima esperienza editoriale che mi ha arricchito culturalmente e professionalmente.

Consiglio la lettura a chi si occupa di impresa, politica, mondo dei media o semplicemente a chi desidera vederci più chiaro su un fenomeno di cui negli ultimi anni si è parlato a lungo.mcc2.jpg

Se la campagna elettorale diventa marketing cross mediale

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Anche se i recenti sondaggi rivelano che la decisione su chi votare, gli italiani la prendano ancora sfogliando un vecchio giornale, è ingenuo negare che l’opinione, la doxa, affonda le sue radici nelle abitudini del quotidiano e quindi anche nel web, sui social e nei gruppi chiusi di Facebook o Whatsapp. Ricordiamo che dal 2008 a questa parte – come rivela lo stesso Obama intervistato da David Letterman per Netflix – le campagne sui social media hanno sempre acquisito maggior rilevanza e sono diventate un ottimo strumento, non solo per diffondere propaganda, informazioni corrotte o attacchi ad personam per screditare l’avversario, ma anche per segmentare (e analizzare) il pubblico degli elettori in gruppi dettagliati.

Abbiamo quindi, da una parte, partiti e movimenti guidati da agenzie di comunicazione private, che confezionano i loro messaggi con la stessa efficacia con la quale i marketers delle aziende turistiche tracciano le richieste sui motori di ricerca per proporre agli utenti alberghi e voli, secondo le loro preferenze. Creano contenuti originali, investono in campagne, fanno le stories su Instagram con i loro slogan, postano foto e GIF con i loro simboli crociati. Poi estraggono i dati delle campagne, li confrontano con la campagna precedente e verificano se la loro fanbase sta crescendo o diminuendo. Dall’altra abbiamo gli elettori-utenti. Compulsivi commentatori di notizie che non hanno letto. Aggressivi antagonisti verbali di programmi o candidati che non conoscono. Gli utenti-elettori che hanno fatto le rate per comprare l’ultimo modello lanciato dalla loro casa produttrice di smartphone preferita e fingono di non avere ormai più i soldi o il tempo per formare le loro opinioni fallaci al bar, in chiesa o nei salotti. E così se ne stanno da soli, sul web, con il loro costoso smartphone fra le mani. E nella loro solitudine digitale consumano le narrazioni dei partiti, che stanno d’altronde spendono ingenti cifre in marketing digitale e non possono permettersi di trasmettere messaggi poco efficaci. E quindi tutto viene esagerato, esacerbato o esasperato. I toni sono apocalittici o salvifici. I messaggi diffondo odio e paura. E proprio come anche il grande granitico manager si commuove quando a casa da solo guarda una commedia romantica, allo stesso modo l’utente, che fuori di casa sembrerebbe parte della società civile, quando si trova immerso nella solitudine del proprio schermo si trasforma. Viene coinvolto dalle ultra-narrazioni dei partiti e dei movimenti. Viene convogliato in un flusso di commenti, condivisioni, like e piccoli segni di falsa aggregazione virtuale. E questo gli dà l’impressione di sfogare le sue più intime paure e di farlo all’interno di un gruppo, impugnando una pseudo-ideologia e nascondendosi dietro lo scopo pubblico e sociale del dibattito politico. Ma come abbiamo scritto sopra, non c’è nessun dibattito. Sono voci sole che si urlano addosso o che applaudono a promesse favolistische della politica, che sa di non doversi più sforzare a tramandare agli utenti-elettori i punti cardine di un programma economico-politico, bensì può limitarsi a propinare loro una narrazione a cui aggrapparsi. Questo presupposto, “la solitudine” degli utenti-elettori, sembrerebbe spesso sfuggire agli acuti osservatori della politica.

La sinergia fra la solitudine degli uomini davanti agli schermi e l’impatto sociale delle piazze virtuali come Facebook o Twitter, ha creato un modo tutto nuovo di raccontare la politica e i prodotti elettorali, sempre più vicino allo storytelling, alla narrativa prestata al marketing, e sempre più lontano dalla cronaca, dal giornalismo che ricerca di fatti oggettivi. Ed è forse all’interno di queste solitudini che vanno analizzati e contestualizzati fenomeni che credevamo sconfitti, in decadenza o lontani. Quando siamo soli, di fronte ai nostri schermi, il web 2.0 ci propone un mondo così personalizzato da diventare lo specchio riflesso di noi stessi.

Mario Perini, psicoanalista co-fondatore di Sloweb, associazione nata a Torino, attiva nel mondo del web etico, descrive questa condizione emotiva come una fase di narcisismo di massa della società occidentale. Non sono più quindi gli animali sociali di Aristotele a recarsi alle urne, che hanno animatamente discusso con i propri simili nella realtà fisica, fino a poche ore prima del voto. Saranno invece gli utenti narcisi quelli che si recheranno alle urne. Usciranno dalla loro solitudine digitale, staccheranno gli occhi dai loro schermi, dai loro news feed che rafforzano le loro credenze, anche (soprattutto) quelle fallaci. Porteranno con sé non delle argomentazioni, bensì una narrazione politica che riesce a essere di massa e solipsista allo stesso momento.

Se a questo aggiungiamo che una volta concluse le elezioni non ci saranno – per la prima volta dall’inizio della Repubblica – rimborsi o rendicontazioni per ammortizzare i costi della campagna elettorale, scopriamo che oggi la politica è davvero più vicina al marketing aziendale di quanto sia mai stata prima.

Il terrore ai tempi del clickbait

DALLA RUBRICA CAVALLI DI TROJAN PER L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE
Dal numero dell’Indice dei Libri del Mese di settembre 2017

Nell’era dei social network uno dei fenomeni che in assoluto alimenta di più il dibattito sordo degli utenti (il cosiddetto engagement) è la morte violenta e in particolare le uccisioni di massa. Poiché si tratta di un evento che si presta meglio di altri alla narrazione spettacolare e in certi casi fantasiosa, per non dire fantastica, coloro che da sempre si occupano professionalmente di diffondere e raccontare vere e false verità tendono ad approfittarsene per protagonismo o più semplicemente per lucro. Analizzando infatti gli articoli che narrano i recenti fatti di Barcellona, risulta infatti evidente, come già era avvenuto per Nizza, Parigi, Londra, una vera e propria dialettica ansiogena e islamofobica. Nei giorni che seguono qualsiasi attentato di matrice islamica su suolo europeo è comune incontrare titoli sui giornali pensati per comunicare ai lettori ansia, insicurezza, instabilità e la sensazione di essere minacciati. Già nel 2015 l’Associazione Carta di Roma condusse uno studio in cui si analizzavano 1.452 titoli di prima pagina a tema “terrorismo islamico” dei sei principali quotidiani nazionali. Il 47% dei toni era “allarmistico”, i servizi dei telegiornali riguardanti l’argomento erano quadruplicati e lo spazio delle notizie sul terrorismo era aumentato, a seconda dei giornali, dal 70% al 180%. Il Giornale e l’Avvenire guidavano la classifica. Di fronte agli episodi di terrorismo islamico sembra che il nostro senso di impotenza sia più intenso e pervasivo così da farci cadere nella dialettica dicotomica tanto cara all’Occidente post-Cristiano. Bene-male; salvatori-oppressori; martiri-terroristi; democrazia-stato totalitario. Eppure, persino in questa spartizione assiologica siamo pigri ed eurocentrici e nell’ultima decade ci siamo fatti ingenuamente guidare, nella raccolta e selezione dell’informazione, da aziende informatiche che operano nel mercato della comunicazione e dei contenuti web. Queste monetizzano la propria audience tramite le inserzioni pubblicitarie e stabiliscono la targettizzazione dei contenuti attraverso la profilazione degli utenti. Tanti click, tanti quattrini. Raccontare un’emozione che è già presente nell’ambito di un gruppo sociale o politico in modo ansiogeno porterà più click.

Gli utenti vengono perciò intrappolati in celle emotive-monoculturali in cui il senso critico risulta di fatto annichilito. Le redazioni lasciano spazio al sensazionalismo e alla tragedia; il giornalismo diviene teatro multimediale. Si è sviluppata dunque una vera e propria semantica del terrore islamico. Sono spesso usate parole come “kamikaze”, “attentato”,“mirino”, “distruzione”, “caos” e altri termini che dipingono una situazione fuori dal controllo. Il che è ulteriormente paradossale dal momento che che viviamo nel periodo storico in cui vi è il minor numero di morti per operazioni militari o paramilitari e quindi anche attentati terroristici. Ciò che tuttavia risulta  particolarmente scoraggiante è che questa dialettica  viene impiegata solo quando si parla di atti di (presunta) matrice islamica. Quando a pilotare l’auto è un suprematista bianco, affiliato a gruppi assimilabili al Ku Klux Klan, i titoli dei giornali sono calmi, razionali, rassicuranti. Si racconta di un “pazzo” che compie un gesto “folle”. In certi casi il soggetto non è l’attentatore, bensì la sua auto. L’auto-killer del suprematista bianco che travolge la folla. Anche Trump nelle sue dichiarazioni non usa la parola terrorismo o altre legate alla sfera semantica del terrore islamico. Dopo i fatti di Charlottesville, si scandalizzano i repubblicani che chiedono al presidente di chiamare il diavolo con il suo nome: terrorismo. Ciò che è certo è che non è Trump la causa di questo doppio trattamento. Anzi, Trump è una vittima dell’unico strumento carnefice a cui Trump deve la presidenza e i signori dell’Isis la fama: i nuovi media.

Millenovecentottanta Orlando

DALLA RUBRICA CAVALLI DI TROJAN PER L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE
Dal numero dell’Indice dei Libri del Mese di luglio-agosto 2017

Durante la trentesima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, all’interno del programma Prospettive Digitali coordinato da Giorgio Gianotto, l’avvocato penalista Carlo Blengino ha accennato, alla fine della sua conferenza, al ddl Orlando sulle intercettazioni. Il ddl permette al potere giudiziario di promuovere attacchi malware, finalizzati a penetrare nei dispositivi degli indagati per estrarre informazioni che possano essere utilizzate nelle indagini. Ciò che correttamente l’avvocato Blengino sottolineava è la preoccupante leggerezza con cui si guarda alla potenzialità di attacchi hacker di stato. Se si prova a fare un rapidissimo e non esaustivo elenco delle informazioni che un “funzionario” di stato potrebbe sbirciare accedendo al vostro profilo si potrebbero menzionare la lista dei contatti e delle chiamate (durata, frequenza, perse, rifiutate), ogni tipo di messaggio, dalle mail agli sms, Whatsapp, Telegram, Snapchat, Messenger, Hangout o qualsiasi altra applicazione di messaggistica istantanea (criptata o meno), le password di accesso di tutti i profili e gli account, sincronizzati con il dispositivo. Senza dimenticare il pieno accesso ai contenuti multimediali (sul dispositivo e sui vari cloud sincronizzati con esso) come foto, video, audio e note vocali, nonché la cronologia web: le pagine che abbiamo visitato, le ricerche, i download. La spia informatica conoscerebbe, inoltre, tutti i posti in cui siamo stati e per quanto tempo, quanto ci abbiamo messo ad arrivare e persino con chi eravamo.

Di fronte a questo sconcertante strumento di controllo stupisce il fatto che i politici sembrino volgere la loro attenzione principalmente alle intercettazioni telefoniche, ritenendo l’hacking uno strumento aggiuntivo tutto sommato marginale. Infatti il ddl non specifica i metodi o le regole entro le quali dovrebbero operare, durante (e dopo!) il trattamento dei dati, i presunti operatori; che, si dà il caso, potrebbero anche essere dipendenti di una ditta privata che fornisce una consulenza al pubblico ministero, il quale non avrebbe vincoli specificati che impongano l’obbligo di operare solo per mezzo di strutture pubbliche.
Ora, pur senza cadere in alcuna forma di complottismo, è evidente che esiste un problema di insufficienza culturale circa la materia digitale e informatica, in relazione alle grandi opportunità che permette di cogliere e ai terribili rischi che si potrebbero correre laddove non ci si muova con coscienza e consapevolezza. Il libero accesso a un dispositivo personale può rivelare, sulla vita privata del suo possessore, molto più di qualsiasi precedente tecnologia o metodologia di intercettazione o spionaggio. Risulta, quindi, davvero preoccupante il fatto che il potenziamento dei mezzi di controllo da parte del sistema giudiziario non sia accompagnato di pari passo  da un incremento delle garanzie giuridiche di tutela rispetto ai nuovi sistemi di controllo. Nell’Italia degli scandali, degli opinionismi estremi e dell’allarmismo populista, appare davvero strano che sussista un’atmosfera lassista rispetto al fatto che non saranno più soltanto le multinazionali del silicio ad avere potenzialmente pieno accesso a ogni nostra informazione riservata ma anche gli stati e le polizie. Ma il problema non è solo italiano e provvedimenti simili sono già realtà in altri paesi. Certamente lascia di stucco il fatto che la macchina del welfare ammetta anche solo come ammissibile l’idea di annichilire la tanto decantata “privacy” facendo uso di malware, spesso difficili da controllare, in virtù di un maggiore controllo.
Quando era Orwell a scrivere della psicopolizia di 1984, lo scrittore britannico immaginava un organo di polizia capace di controllare i subordinati di un grande (e unico) partito centrale e parlava di schermi, utilizzati per indottrinare ma anche per spiare i cittadini. Sebbene Orwell già parlasse di psicoreato, e quindi proiettasse la reale possibilità di subire nel futuro una qualche forma di coercizione rispetto a informazioni riservate intercettate da un sistema centrale totalitario, ciò che lo scrittore inglese non poteva immaginare era l’incredibile mole di informazioni personali che sarebbero state in grado di estrarre le polizie del futuro, né tantomeno avrebbe potuto prevedere la facilità con cui questi provvedimenti avrebbero attecchito nei codici penali e nei regolamenti giudiziari, senza una grande o appassionata opposizione da parte di colore che sostengono di promuovere i diritti civili. A mettere in pericolo i valori della democrazia non sono solo i privilegi di classe, gli obblighi sanitari o la finanza strutturata, bensì la noncuranza nel prestare attenzione al fatto che chi controlla il passato, controlla il futuro e chi controlla il presente, controlla il passato.