La prima edizione del Digital Ethics Forum è andata!

Questo fine settimana si è conclusa la prima edizione del Digital Ethics Forum.
Voglio ringraziare di cuore tutt* i/le partecipanti. Ogni intervento ha contribuito a rendere i 3 giorni del Forum interessantissimi e ricchi di spunti di riflessione. Parlare di etica e di digitale è un dovere per una generazione di professionisti che vuole portare avanti un modello di innovazione che sia (soprattutto) sociale e sostenibile, per tutti. Siamo davvero orgogliosi di aver messo in moto questa piccola comunità che si interroga sulla natura etica di prodotti digitali e nuove tecnologie.
Un grazie sentito va agli sponsor che hanno reso tutto questo possibile: GBS – Global Business SolutionSynesthesiaTalent Garden Fondazione AgnelliAlan AdvantageICCOMSocialFareLorenzattoeLegacy. GRAZIE! 🙏
Grazie altresì alla Città di Torino, al Dipartimento di Informatica – Università degli Studi di Torino e al Politecnico di Torino per il loro prestigioso patrocinio.
Grazie Tommaso Portaluri e a CEST – Centro per l’Eccellenza e gli Studi Transdisciplinari per il supporto prezioso.
Grazie a Sloweb per la fiducia che ripone nei miei confronti.
Infine grazie a Giulia Balbo che ha la straordinaria capacità di prendere le mie idee e renderle realtà.

È l’inizio di una cosa bella.

Digital Ethics Forum 19

Riporto qui sotto il programma della prima edizione del Digital Ethics Forum!

A cura di SocialFare

A cura di GBS – Global Business Solutions

A cura di eLegacy

Arte digitale
A cura di Kold studio

Giorno 1 di conferenza -Innovazione sociale

Etica & Modelli di Business

Sono intervenuti: Pietro Jarre, Adib Mouchanan, Alberto Giusti
Ha moderato: Francesco Antonioli
Sono intervenuti: Carlo Blengino, Alberto Trivero, Nicola Sotira, Simone Malcangi
Ha moderato: Elena Beretta
Sono intervenuti: Antonio Bonaldi, Pietro Calorio, Mario Perini, Davide Sisto
Ha moderato: Paola Malvasio

Copyright e sistemi open source

Sono intervenuti: Giacomo Conti, Marco Ciurcina, Lucian Beierling
Ha moderato: Edoardo Lombardo

Giorno 2 di conferenza – Tecnologia web e mobile

Sono intervenuti: Francesco Ronchi, Aaron Syed, Ruggero Pensa
Ha moderato: Tommaso Portaluri
Sono intervenuti: Lucio Gamba, Norberto Patrignani, Fabiana Zollo, Federico Bottino
Ha moderato: Daniele Biolatti
Sono intervenuti: Alfredo Adamo, Lia Morra, Alessandro Ciofini, Andrea Basso
Ha moderato: Marco Roberti

Educazione digitale

Sono intervenuti: Lorenzo Armando, Luca Alberigo, Dunia Astrologo, Alberto Rossetti
Ha moderato: Jacopo Maria Vassallo

Se la campagna elettorale diventa marketing cross mediale

LEGGI L’ARTICOLO ORIGINALE SU L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE

Anche se i recenti sondaggi rivelano che la decisione su chi votare, gli italiani la prendano ancora sfogliando un vecchio giornale, è ingenuo negare che l’opinione, la doxa, affonda le sue radici nelle abitudini del quotidiano e quindi anche nel web, sui social e nei gruppi chiusi di Facebook o Whatsapp. Ricordiamo che dal 2008 a questa parte – come rivela lo stesso Obama intervistato da David Letterman per Netflix – le campagne sui social media hanno sempre acquisito maggior rilevanza e sono diventate un ottimo strumento, non solo per diffondere propaganda, informazioni corrotte o attacchi ad personam per screditare l’avversario, ma anche per segmentare (e analizzare) il pubblico degli elettori in gruppi dettagliati.

Abbiamo quindi, da una parte, partiti e movimenti guidati da agenzie di comunicazione private, che confezionano i loro messaggi con la stessa efficacia con la quale i marketers delle aziende turistiche tracciano le richieste sui motori di ricerca per proporre agli utenti alberghi e voli, secondo le loro preferenze. Creano contenuti originali, investono in campagne, fanno le stories su Instagram con i loro slogan, postano foto e GIF con i loro simboli crociati. Poi estraggono i dati delle campagne, li confrontano con la campagna precedente e verificano se la loro fanbase sta crescendo o diminuendo. Dall’altra abbiamo gli elettori-utenti. Compulsivi commentatori di notizie che non hanno letto. Aggressivi antagonisti verbali di programmi o candidati che non conoscono. Gli utenti-elettori che hanno fatto le rate per comprare l’ultimo modello lanciato dalla loro casa produttrice di smartphone preferita e fingono di non avere ormai più i soldi o il tempo per formare le loro opinioni fallaci al bar, in chiesa o nei salotti. E così se ne stanno da soli, sul web, con il loro costoso smartphone fra le mani. E nella loro solitudine digitale consumano le narrazioni dei partiti, che stanno d’altronde spendono ingenti cifre in marketing digitale e non possono permettersi di trasmettere messaggi poco efficaci. E quindi tutto viene esagerato, esacerbato o esasperato. I toni sono apocalittici o salvifici. I messaggi diffondo odio e paura. E proprio come anche il grande granitico manager si commuove quando a casa da solo guarda una commedia romantica, allo stesso modo l’utente, che fuori di casa sembrerebbe parte della società civile, quando si trova immerso nella solitudine del proprio schermo si trasforma. Viene coinvolto dalle ultra-narrazioni dei partiti e dei movimenti. Viene convogliato in un flusso di commenti, condivisioni, like e piccoli segni di falsa aggregazione virtuale. E questo gli dà l’impressione di sfogare le sue più intime paure e di farlo all’interno di un gruppo, impugnando una pseudo-ideologia e nascondendosi dietro lo scopo pubblico e sociale del dibattito politico. Ma come abbiamo scritto sopra, non c’è nessun dibattito. Sono voci sole che si urlano addosso o che applaudono a promesse favolistische della politica, che sa di non doversi più sforzare a tramandare agli utenti-elettori i punti cardine di un programma economico-politico, bensì può limitarsi a propinare loro una narrazione a cui aggrapparsi. Questo presupposto, “la solitudine” degli utenti-elettori, sembrerebbe spesso sfuggire agli acuti osservatori della politica.

La sinergia fra la solitudine degli uomini davanti agli schermi e l’impatto sociale delle piazze virtuali come Facebook o Twitter, ha creato un modo tutto nuovo di raccontare la politica e i prodotti elettorali, sempre più vicino allo storytelling, alla narrativa prestata al marketing, e sempre più lontano dalla cronaca, dal giornalismo che ricerca di fatti oggettivi. Ed è forse all’interno di queste solitudini che vanno analizzati e contestualizzati fenomeni che credevamo sconfitti, in decadenza o lontani. Quando siamo soli, di fronte ai nostri schermi, il web 2.0 ci propone un mondo così personalizzato da diventare lo specchio riflesso di noi stessi.

Mario Perini, psicoanalista co-fondatore di Sloweb, associazione nata a Torino, attiva nel mondo del web etico, descrive questa condizione emotiva come una fase di narcisismo di massa della società occidentale. Non sono più quindi gli animali sociali di Aristotele a recarsi alle urne, che hanno animatamente discusso con i propri simili nella realtà fisica, fino a poche ore prima del voto. Saranno invece gli utenti narcisi quelli che si recheranno alle urne. Usciranno dalla loro solitudine digitale, staccheranno gli occhi dai loro schermi, dai loro news feed che rafforzano le loro credenze, anche (soprattutto) quelle fallaci. Porteranno con sé non delle argomentazioni, bensì una narrazione politica che riesce a essere di massa e solipsista allo stesso momento.

Se a questo aggiungiamo che una volta concluse le elezioni non ci saranno – per la prima volta dall’inizio della Repubblica – rimborsi o rendicontazioni per ammortizzare i costi della campagna elettorale, scopriamo che oggi la politica è davvero più vicina al marketing aziendale di quanto sia mai stata prima.

Per la morte di tuo padre

Era un giorno in settembre.

A me lo disse mio padre

con gli occhi bassi e le sue tristi parole.

Il tuo se n’era andato per sempre

e come spesso accade

non ci sono frasi per esprimere tanto dolore.

Mio padre mi disse: ” Scrivigli”.

Io ti pensai. Nel cuore, i lividi.

Sarai stato affranto, amico

ma qui , davvero, chi ti capisce?

il tuo rider fuori luogo si è spento oramai.

Altro che “scrivere”, se ti vedo che ti dico?

Banalità che già sai

Frasi che già conosci

Conforti ipocriti della domenica

“Il suo ricordo non svanirà mai”

“Cercalo nel silenzio dei boschi”

“Leggiti i testi di Seneca”

A me basta guardare le foto,

leggere lo stato che su Facebook hai postato

per capire che sei immerso in un dolore antico

ma i nuovi media ti impongono di essere guardato

e allora scrivi frasi sagge e ti consoli da solo

Io al pensiero muoio. Non ti vedo. E allora che ti scrivo?

Che tu non abbia già pensato,

che gli altri non abbiano già commentato

o che Seneca non abbia già scritto?

Nulla scrivo. Ti guardo con sospetto

perché il tuo dolore è lontano da dove sono io

Il tuo vecchio è morto ma è ancora vivo il mio.

E quando leggo le tue parole sagge, mentre impari a vivere senza padre,

un brivido mi scorre dentro e una paura nera mi muove.

Mi squaglia come ghiaccio al sole

il pensiero che un domani sarò io a scrivere “papa quanto mi manchi”

postando foto vecchie, frasi nuove

racimolando qualche like per consolarmi.

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In memoria di Aldo Polizzo.

Millenovecentottanta Orlando

DALLA RUBRICA CAVALLI DI TROJAN PER L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE
Dal numero dell’Indice dei Libri del Mese di luglio-agosto 2017

Durante la trentesima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, all’interno del programma Prospettive Digitali coordinato da Giorgio Gianotto, l’avvocato penalista Carlo Blengino ha accennato, alla fine della sua conferenza, al ddl Orlando sulle intercettazioni. Il ddl permette al potere giudiziario di promuovere attacchi malware, finalizzati a penetrare nei dispositivi degli indagati per estrarre informazioni che possano essere utilizzate nelle indagini. Ciò che correttamente l’avvocato Blengino sottolineava è la preoccupante leggerezza con cui si guarda alla potenzialità di attacchi hacker di stato. Se si prova a fare un rapidissimo e non esaustivo elenco delle informazioni che un “funzionario” di stato potrebbe sbirciare accedendo al vostro profilo si potrebbero menzionare la lista dei contatti e delle chiamate (durata, frequenza, perse, rifiutate), ogni tipo di messaggio, dalle mail agli sms, Whatsapp, Telegram, Snapchat, Messenger, Hangout o qualsiasi altra applicazione di messaggistica istantanea (criptata o meno), le password di accesso di tutti i profili e gli account, sincronizzati con il dispositivo. Senza dimenticare il pieno accesso ai contenuti multimediali (sul dispositivo e sui vari cloud sincronizzati con esso) come foto, video, audio e note vocali, nonché la cronologia web: le pagine che abbiamo visitato, le ricerche, i download. La spia informatica conoscerebbe, inoltre, tutti i posti in cui siamo stati e per quanto tempo, quanto ci abbiamo messo ad arrivare e persino con chi eravamo.

Di fronte a questo sconcertante strumento di controllo stupisce il fatto che i politici sembrino volgere la loro attenzione principalmente alle intercettazioni telefoniche, ritenendo l’hacking uno strumento aggiuntivo tutto sommato marginale. Infatti il ddl non specifica i metodi o le regole entro le quali dovrebbero operare, durante (e dopo!) il trattamento dei dati, i presunti operatori; che, si dà il caso, potrebbero anche essere dipendenti di una ditta privata che fornisce una consulenza al pubblico ministero, il quale non avrebbe vincoli specificati che impongano l’obbligo di operare solo per mezzo di strutture pubbliche.
Ora, pur senza cadere in alcuna forma di complottismo, è evidente che esiste un problema di insufficienza culturale circa la materia digitale e informatica, in relazione alle grandi opportunità che permette di cogliere e ai terribili rischi che si potrebbero correre laddove non ci si muova con coscienza e consapevolezza. Il libero accesso a un dispositivo personale può rivelare, sulla vita privata del suo possessore, molto più di qualsiasi precedente tecnologia o metodologia di intercettazione o spionaggio. Risulta, quindi, davvero preoccupante il fatto che il potenziamento dei mezzi di controllo da parte del sistema giudiziario non sia accompagnato di pari passo  da un incremento delle garanzie giuridiche di tutela rispetto ai nuovi sistemi di controllo. Nell’Italia degli scandali, degli opinionismi estremi e dell’allarmismo populista, appare davvero strano che sussista un’atmosfera lassista rispetto al fatto che non saranno più soltanto le multinazionali del silicio ad avere potenzialmente pieno accesso a ogni nostra informazione riservata ma anche gli stati e le polizie. Ma il problema non è solo italiano e provvedimenti simili sono già realtà in altri paesi. Certamente lascia di stucco il fatto che la macchina del welfare ammetta anche solo come ammissibile l’idea di annichilire la tanto decantata “privacy” facendo uso di malware, spesso difficili da controllare, in virtù di un maggiore controllo.
Quando era Orwell a scrivere della psicopolizia di 1984, lo scrittore britannico immaginava un organo di polizia capace di controllare i subordinati di un grande (e unico) partito centrale e parlava di schermi, utilizzati per indottrinare ma anche per spiare i cittadini. Sebbene Orwell già parlasse di psicoreato, e quindi proiettasse la reale possibilità di subire nel futuro una qualche forma di coercizione rispetto a informazioni riservate intercettate da un sistema centrale totalitario, ciò che lo scrittore inglese non poteva immaginare era l’incredibile mole di informazioni personali che sarebbero state in grado di estrarre le polizie del futuro, né tantomeno avrebbe potuto prevedere la facilità con cui questi provvedimenti avrebbero attecchito nei codici penali e nei regolamenti giudiziari, senza una grande o appassionata opposizione da parte di colore che sostengono di promuovere i diritti civili. A mettere in pericolo i valori della democrazia non sono solo i privilegi di classe, gli obblighi sanitari o la finanza strutturata, bensì la noncuranza nel prestare attenzione al fatto che chi controlla il passato, controlla il futuro e chi controlla il presente, controlla il passato.

Il giorno in cui il computer scrive il romanzo

DALLA RUBRICA CAVALLI DI TROJAN PER L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE

Dal numero dell’Indice dei Libri del Mese di maggio 2017

Lo scorso mese avevamo parlato delle intelligenze artificiali che leggono, analizzano e categorizzano le trame, scelgono quali manoscritti pubblicare. Questo mese andiamo dall’altro lato della scrivania e parliamo delle macchine che scrivono narrativa. I software di scrittura automatica non sono di certo una novità.
Già da qualche anno questa tipologia di software è ricorrente nella attività editoriali digitali, soprattutto nel mondo delle news e dei comunicati. Fino a qualche anno fa gli esperimenti sulle intelligenze artificiali venivano, per l’appunto, condotti su testi non letterari; le notizie, gli articoli web, gli articoli di approfondimento e lo UGC (User Generated Content) costituivano il materiale che veniva dato in pasto alle IA affinché queste ultime fossero in grado di produrre del contenuto originale. I software di scrittura automatica per certi contenuti e certe mansioni vengono ampiamente utilizzati, riducendo lo sforzo di redazione umano. Oggi si pensa a estendere verticalmente il campo di scrittura assegnato alle macchine, sino a varcare la sacra soglia della narrativa, e, perché no, provare a far scrivere a una macchina qualche racconto breve, magari un romanzetto. Coloro che pensano che la letteratura sia una prerogativa umana stanno per subire un brusco risveglio e la tanto divinizzata e ipostatizzata “creatività”, risulta sempre più come una condizione statistica e non metafisica.
Altresì siamo portati ad associare l’idea di “creatività” a certi strascichi semantici dell’idealismo tedesco (genio, ispirazione, arte, eccettera). Tuttavia la ricerca sta procendendo verso una direzione secondo la quale la creatività potrebbe essere null’altro che un risultato matematico dato da una combinazione di informazioni filtrate e ordinate secondo una certa capacità critica e estetica, a sua volta deducibile dalla provenienza geografica e storico-culturale del soggetto.

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Proprio a questo proposito, Margaret Sarlej nel 2014 aveva condotto uno studio per l’Università australiana di New South Wales che aveva dato vita a MOSS (Moral Storytelling System). MOSS è un software in grado di scrivere favole in autonomia partendo da una determinata “morale” che si vuole trasmettere al lettore. MOSS può spaziare fra 22 emozioni che gli permettono di dare maggior profondità ai personaggi e un più forte coinvolgimento rispetto alla trama, oltre al fatto di garantire una coerenza con la morale prescelta al momento dell’avvio. Benché il software presenti alcune criticità e patisca certi casi di ambiguazione rispetto a personaggi, eventi o luoghi, il risultato del contenuto prodotto in automatico è sorprendente ed è senz’altro una storica base per il mondo delle writing machine.
D’altro canto, i problemi dati dalle ambiguazioni sono spesso causa della mancanza di un “senso comune” da parte della macchina: se un umano, per esempio, vede un altro umano in uno stato di sofferenza, questo evento generà nella mente del primo tristezza o pietà; una macchina deve essere istruita sulla tipologia di evento e sulla consequenzialità dell’emozione da provare (secondo il senso comune). Questo processo, alza l’asticella della complessità ma al tempo stesso ci aiuta a studiare come funziona la nostra mente e come procede nell’associazioni di informazioni il cervello umano, anche per quanto riguarda lo sforzo creativo.
Forse il risultato più significativo è stato raggiunto da un team giapponese di ricercatori della Future University Hakodate, i quali hanno iscritto al concorso letterario Nikkei Hoshi Shinichi (unico concorso aperto non solo a umani ma anche robot, animali e alieni) un computer, autore di un romanzo breve. I ricercatori giapponesi hanno fornito alla macchina modelli letterari più dettagliati, pre-settando personaggi ed eventi per dare più precisione alla redazione della storia e minimizzare i casi di ambiguità. Sta di fatto che l’opera dell’Intelligenza Artificiale ha superato le prime selezioni del concorso ed è giunta, con grande sorpresa di tutti, in finale. Sono stati presentati 1,450 romanzi di cui 11 robotici ma solo «Il giorno in cui il computer scrive un romanzo» è stato scelto.
Il romanzo della macchina, termina così: «Mi contorcevo di gioia, che ho sperimentato per la prima volta, e ho continuato a scrivere per l’eccitazione. Il giorno in cui un computer ha scritto un romanzo. Il computer, mettendo la priorità sulla ricerca della propria gioia ha smesso di funzionare per l’uomo».
Promessa o profezia?

Il mio agente letterario è un algoritmo

DALLA RUBRICA CAVALLI DI TROJAN PER L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE

Dal numero dell’Indice dei Libri del Mese di aprile 2017

Quasi mezzo secolo è passato da quando Chomsky scriveva le prime tesi sulla grammatica generativa e. Gli anni ’60 del novecento hanno visto un rapido evolversi dei linguaggi, idiomatici ma anche matematici e informatici. La scienze dell’informazione e dell’automazione in quegli anni affondano le proprie radici, le stesse che avrebbero poi costituito la rivoluzione dell’industria 4.0 in auge oggi. Ma se a un ingegnere di Ford poteva sembrare tutto sommato verosimile che nel futuro prossimo una macchina avrebbe sostituito tutti i suoi operai; risulta certamente difficile immaginare che Giulio Einaudi preventivasse il fatto che in quello stesso futuro, certi robot sono impiegati ad avvitare bulloni altri robot leggono – e selezionano – manoscritti.
Si chiama “data driven publishing” (editoria guidata dallo studio di dati aggregati) ed è uno degli orizzonti spaventosi e inconsueti che si stagliano davanti all’incerto futuro dell’editoria. L’analisi sulle opere letterarie non è tuttavia cosa nuova: Carlo Gozzi nel settecento aveva, in seguito a un ampio studio, ricondotto il numero delle trame possibili a 36. Secondo Christopher Booker, autore di The Seven Basic Plot Structures le trame scendono a 7. Stando però a una recente ricerca basata su 50 mila testi, condotta dal professore Matthew Jockers, dell’Università Nebraska-Lincon, solo il 10% dei risultati rispetto alle trame analizzate lascia pensare a sette archetipi di trame. Il 90% dei risultati lascia evincere che le trame archetipali siano solo 6.

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Il professore spiega dunque come, ammessa la razionalizzazione delle trame-archetipo, sia possibile sperimentare una vera e propria fenomenologia rispetto agli aspetti commerciali, sociologici e, ovviamente, editoriali di un best seller; rispetto ai suoi lettori di riferimento e al suo contesto storico culturale. Questo renderebbe quasi possibile la prevedibilità, dato un insieme di testi inediti, rispetto a quali possibili trame possano attecchire meglio o peggio su un dato pubblico in un certo contesto. Una start up tedesca, Inkitt, ha scommesso proprio su questo tipo di tecnologia e ha deciso di puntare tutto sull’automazione dello scouting letterario. Inkitt sostiene di aver fatto un’analisi comparata molto approfondita relativa a numerose trame di storici best seller. Questo studio ha prodotto dei dati che, in seguito a una comparazione con i testi più contemporanei, sarebbero in grado di essere razionalizzati in un algoritmo programmato con lo scopo di individuare e predire quale manoscritto abbia le carte in regola per diventare il prossimo best seller.
Fantascienza? No, si chiama machine learning. O rete neurale profonda artificiale, dir si voglia.
La scienza informatica è giunta a un livello per il quale non solo le macchine possono vantare una potenza di calcolo inenarrabile, ma riescono anche a creare delle connessioni complesse fra i vari dati immagazzinati, creando internamente ciò che noi umani chiamiamo “conoscenza”. Il machine learning è ciò che permette alle intelligenze artificiali di sviluppare una capacità di analisi e di logica, sempre più critiche. Sempre più umane. E a quanto pare alcune già leggono e analizzano trame. Come nel caso appunto di Inkitt che, intanto, il suo primo “best seller” lo pubblicherà con, in co-edizione con Tor Books. L’uscita del primo libro di narrativa selezionato da un algoritmo sarà una adult fiction firmata da un texano, Eric Swan, e la sua uscita è prevista per l’estate di quest’anno. Si intitola Bright Star. Si spera che lo legga anche qualche umano.

L’editore degli editori

DALLA RUBRICA CAVALLI DI TROJAN PER L’INDICE DEI LIBRI DEL MESE
Leggi l’articolo originale sull’Indice.

di Federico Bottino

dal numero dell’Indice dei Libri del Mese di marzo 2017

Alcuni editori sostengono che il digitale è marginale. La cosa è in parte vera, in parte falsa. Se si parla del libro come oggetto, risultato di una filiera produttiva che dall’editore giunge alle librerie passando per tipografie e reti distributive, allora è vera. È invece falsa o, perlomeno, fuorviante se si intende il libro come testo, il testo come fonte d’informazione e l’informazione come insieme aggregato di dati accessibili.

Se un editore utilizza il web per farsi conoscere, le informazioni vengono distribuite attraverso i siti e i suoi testi (o le anteprime) vengono raggiunti, e letti e usati, per mezzo dei siti stessi. Nella sua accezione tradizionale, l’editore è un collettore di contenuti. Oggi gli editori si trovano a essere non solo collettori, ma soprattutto contenuti, collezionati a loro volta da collettori digitali, assai più grandi. Negli ultimi anni alcuni soggetti della filiera produttiva del libro-oggetto (in primis le librerie, in parte gli editori stessi) hanno puntato il dito contro i nuovi colossi della distribuzione come Amazon, colpevoli di fagocitare il mercato librario risputandolo dimagrito e globalizzato. Se invece si considera la questione nel secondo modo (libro-testo-fonte di informazioni) non è Amazon il grande livellatore, il titanico editore che divora i suoi figli è Facebook.

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Controllo delle fake news e instant articles, la rivoluzione

La campagna elettorale di Donald J. Trump si è svolta quasi totalmente sulle piattaforme social ed è stata vinta a colpi di fake news e contenuti editoriali studiati ad hoc per scaldare gli animi degli elettori americani. Così, per la prima volta, il fondatore di Facebook ha parlato apertamente della necessità di controllare i contenuti editoriali diffusi sul suo social network. Nel mirino di Mark Zuckerberg sono dunque finiti i contenuti violenti e le notizie false che attirano l’attenzione di utenti superficiali per gonfiare di traffico siti pieni di pubblicità. È stato così costituito uno staff apposito per la nuova sezione notizie di Facebook (newsfeed). A dirigerla Campbell Brown, ex Cnn, che ha annunciato la formazione di un ente terzo e imparziale con funzioni di garante rispetto alle segnalazioni delle notizie false. Insomma, Facebook si dota di un comitato editoriale. Ma da quando il social network è diventato un editore o, meglio, “l’editore degli editori”? “Non produciamo i nostri contenuti ma ci limitiamo a distribuirli e monetizzarli tramite la pubblicità”, diceva Sheryl Sandberg, attuale capo delle operazioni di Facebook, rassicurando gli editori del fatto che Facebook mai sarebbe stato uno di loro. La dichiarazione risale al 2015, durante il lancio degli instant articles, un’implementazione del social network che permette agli utenti la lettura degli articoli delle più grandi testate internazionali, direttamente all’interno della struttura web di Facebook. Eppure nemmeno l’editore Scribner’s ha mai scritto una riga di Fiesta: si è limitato a distribuirlo e monetizzarlo. Gli editori di tutto il mondo con ingenua leggerezza aderiscono agli instant articles, trasformando il sito di Zuckerberg nell’“l’editore degli editori” e permettendogli, tramite i suoi algoritmi, di filtrare, nascondere o cassare i contenuti editoriali di tutto il mondo. Ed è appunto nella metodologia di selezione e distribuzione che troviamo la nuova natura di questa editoria 3.0.

La grande differenza fra l’editoria tradizionale e la post-editoria di cui Facebook è l’indiscusso campione è teleologica. Se da una parte c’è un’intentio culturale e umanistica, dall’altra c’è un telos commerciale e autoreferenziale. Lo sforzo di Facebook non mira infatti all’accrescimento culturale degli individui ma all’aumento del tempo medio di permanenza degli individui sul proprio sito. “L’editore degli editori” non segue criteri editoriali storico-culturali, bensì identitari e quantitativi. È una macchina programmata per domare i contenuti, trovare i loro specifici utenti, ghermirli e, nella luminosità degli schermi, incatenarli

Facebook e l’antibufala. Non è post verità ma post editoria

Ha pochi giorni la notizia secondo la quale Facebook ha annunciato guerra alle bufale, inserendo un pulsante adibito alla segnalazione delle notizie dubbie.
Il contenuto segnalato verrebbe, secondo M.Z. controllato da una società terza di fact checking. Se individuato come bufaloso sarà quindi impossibile sponsorizzarlo per raggiungere utenti in forma massiva, altresì gli algoritmi di selezione contenuti dovrebbero far sì che il contenuto falso compaia molto meno sui feed degli utenti. Una censura soft che smaschera la reale identità del gruppo di Mark Zuckemberg: un editore.
https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fzuck%2Fposts%2F10103338789106661&width=500
Leggevo oggi su Linkiesta Andrea Coccia che fa un’arringa in favore del sacro ruolo del giornalista e di come Facebook non debba prendere il posto del The Guardian, definendo negativamente l’ontologia di Facebook come un “non editore”. Andrea cita la metafora del bar e parla di Facebook come una grande piazza in cui tutti si scambiano informazioni.
Nella forma in qui si pensa a Facebook come un servizio web che giova dalla larga (e contemporanea) presenza di più utenti che si scambiano informazioni, questa, la metafora del bar, non sembra una cosa così stupida.
Se invece si pensa Facebook come una 4.0 industry che non appartiene alle categorie tradizionali, sulle quali si dannano (ancora) certi giornalisti e certi opinionisti del mondo del business, sì evincerà facilmente come The Social Network sia quello che io appello con preoccupazione post-editore.
Vai tra’. Ora ti spiego.

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Cos’è un post editore?

Iniziamo dalle basi. Cos’è un editore. Ovvero un editore è un soggetto che opera nel settore dei contenuti testuali, audio, visivi o multimediali. Sceglie, seleziona, edita, distribuisce, promuove e infine monetizza i suoi contenuti. E sottolineo l’aggettivo – ora pronome – “suoi”, poiché verrà poi ripreso nel ragionamento per ragioni facilmente già intuibili di copyright.
La rete di contenuti di Facebook si poggia e si alimenta su tre concetti fondamentali, uno più tradizionale, uno moderno, uno davvero contemporaneo: interesse sociale, (free) self publishing, sensazionalismo e capacità di ingaggio.
Facebook che è di base un content provider, ha da sempre settato i suoi algoritmi per favorire i fenomeni di viralità. La viralità è spesso data dall’interesse sociale e di attualità di un determinato contenuto e dalla capacità di un set di keyword (parole chiave e parole correlate) di diventare un hot trend, ovvero un contenuto che scala l’utenza in mediamente poco tempo. Da sempre l’editoria, per incrementare le vendite punta a produrre contenuti rivolti a trend che sappiano attirare l’utenza. Fin qui…
Allo stesso tempo, Facebook è una piattaforma che ha come motore del suo traffico l’UGC (User Generated Content), sfruttando un’opzione che dal 1931 a oggi è diventato sempre più socialmente accettato: il self publishing.
Su Facebook, ogni utente è al tempo stesso un autore di contenuti oltre che un fruitore di contenuti. Questo rende a tutti gli effetti Facebook al tempo stesso sia un editore che un media.
Se però un editore tradizionale ha come obiettivo (in teoria!) quello di creare contenuti di presunta qualità, sfruttando un trend per attirare un bacino critico, Facebook fa il contrario: parte dal presupposto di stimolare il bacino più grande possibile di utenti e solo successivamente si chiede che tipo di contenuto è riuscito a farlo.
Per Facebook, ciò che è fondamentale in un contenuto è la capacità sensazionalistica di ingaggiare il più persone possibili e provocare in loro una reazione. Di per sé, questo reazioni sono analizzabili e scalabili (diciamolo pure) e danno la possibilità agli algoritmi di selezione di favorire (o sfavorire) certi o altri contenuti.
La dichiarazione di Mark lascia intendere che la metodologia rimarrà immutata e verrà inoltre applicata a contenuti informativi come appunto le notizie, coinvolgendo una struttura terza eletta dall’imperatore Mark per praticare fact-checking.
Questo rende a tutti gli effetti Facebook un vero e proprio editore che, nonostante distribuisca e promuova materiale editoriale approvigionato da utenti volontari, non pratica un controllo, un editing o una metodologia di selezione per avere quella che gli utenti potrebbero identificare come una linea editoriale. La linea editoriale di Facebook è dettata dagli stessi autori che, non subendo una selezione hanno le dita libere di correre sulla tastiera e diffondere qualsivoglia contenuto, purché raggiunga il numero maggiore di utenti possibili, e possibilmente, che li intrattenga per più tempo possibile. Il copyright di questi contenuti tuttavia viene co-gestito da facebook al momento della pubblicazione.
Inoltre la capacità di un contenuto di intrattenere e attirare gli utenti si trasla per le casse di facebook in potere economico e capacità di alzare i prezzi dei propri contenuti pubblicitari, senza retrocedere alcunché agli utenti.
Ed è proprio questo che rende Facebook un post editore: la condizione di monetizzare contenuti auto-pubblicati, senza retrocedere nulla al proprio autore che vede la propria condizione di autore soddisfatta non dall’autorevolezza riconosciutagli (anche per mezzo di pecunia) ma dalla capacità di scuotere emotivamente i lettori e accumulare punti engagement.

La fortuna di servizi come Facebook sono proprio i giornalisti che non fanno i giornalisti ma fanno gli scrittori

Cavalcando l’onda emotiva dell’ultimo ventennio, nel giornalismo la verità ha ceduto il passo al fine di favorire una cosa che fa fatturare molto di più, la visibilità.
Se fino agli anni ’80 il mantra del giornalismo era costituito dalla narratio dei fatti (duri e crudi, alla Oriana Fallaci), oggigiorno il discriminante è il numero di lettori ingaggiati (non raggiunti, ingaggiati. Engagement, quella roba lì). Inteso questo narcisistico meccanismo che da Travaglio in poi ha segnato ogni volto che figuriamo nel pensare a un giornalista, Facebook, per mezzo di una finissima strategia editoriale e comunicativa, se li è inculati di brutto.
Innanzitutto li ha tranquillizzati. Quegli altri e i loro capi.
Facebook ha assicurato loro di non essere un editore e non volerlo mai diventare. Lo ha fatto perché quando iniziavano a chiederglielo, c’aveva gli Istant Articles in sviluppo (o in fase test, chessoio) e doveva convincere i giornalisti e gli editori che sarebbe stato bellissimo essere tutti inglobati dalla grande infrastruttura che è Facebook, dando la possiblità agli utenti di accedere ai contenuti giornalistici direttamente dalla piattaforma di Mark.
I giornalisti, noti cervelli fini e analisti impeccabili, ci sono cascati con tutte le scarpe e dopo aver consegnato il loro spazio informativo al social network – non solo con gli instant article: se andate a vedere le fonti di traffico dei più grandi giornali scoprirete che Facebook ha anni fa superato Twitter (e google) per quanto riguarda la provenienza del traffico sulle news. – e ora che il potere dell’informazione sociale rivendicano la loro cosiddetta autorevolezza. L’autorevolezza dei giornalisti. Fa ridere solo a scriverlo. Rivendicano questa loro autorevolezza senza chiedersi però dove fosse questo sacro valore quando Mosca Tse-Tse e PiovegovernoLadro fondavano le basi comunicative e editoriali per quello che sarebbe stato 7 anni dopo il secondo partito della politica italiana, visto che poco più di un lustro fa illustri giornalisti parlavano di internet come uno spazio lontano dall’editoria.
Chissà che fra qualche anno non si parlerà di Facebook appunto come editoria 3.0.
O post editoria.

Core Values. Il Vaticano che sfida la complessità del web – Per QP

[Leggi l’articolo completo su Quotidiano Piemontese – Core Values]

Siamo a Roma io e Jacopo Maria Vassallo, quel 4 di novembre. Ci siamo alzati presto, per recarci a Core Values. Dopo una non proprio breve passeggiata e una colazione, un po’ troppo repentina per essere chiamata “colazione”, eccoci finire i resti di un croissant, con le schiene appoggiati a mura non più Italiane. I nostri sguardi si arrampicano sull’obelisco di Piazza San Giovanni in Laterano. Ci circonda il rumore di mercedes e audi nere che fanno il giro della piazza e si fermano solo per scaricare top manager e chairman da tutto il mondo. Noi, che siamo arrivati a piedi, ce ne saremo poi andati con un normalissimo taxi bianco.
Ci mettiamo in fila e conosciamo un professore dell’Università di Perugia che si occupa di complessità. Gli stiamo simpatici, decide di sedersi vicino a noi. Con lui avremmo poi commentato una parte della conferenza e ci saremmo dunque fatti una minima idea di quanto ardua sia la sfida lanciata dal Vaticano, raccolta dai padroni della comunicazione digitale internazionale: la trasmissione dei valori nell’era tecnologica del digitale.

Core Values Yeerida
ph. F. Bottino

Cos’è Core Values

Core Values è un’iniziativa promossa e patrocinata dalla Segreteria per le Comunicazioni della Santa Sede, recentemente inaugurata da Papa Francesco, dalla Pontificia Università Lateranense e dalla Tela Digitale. Lo scopo dell’iniziativa e far sorgere, alimentare e dunque promuovere una riflessione sulla necessarietà di infondere valori nelle comunicazione digitali, al fine di dare i giusti strumenti etici alle nuove generazioni.
Le menti del Vaticano propongono una ben ampia domanda: “quali sono le trasformazioni che la rivoluzione digitale porta con sé, quali i valori che ci devono sostenere?”.
Non penso di fare nessuno spoiler, se vi dico che nessuno fra i big presenti ha saputo fornire una risposta anche solo lontanamente soddisfacente.
L’incontro si è svolto nell’ Aula Magna Benedetto XVI .

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I relatori hanno spiegato come si possono sfruttare le nuove tecnologie per indurre gli utenti ad assumere atteggiamenti responsabili. Hanno fatto, a esempio, vedere il prototipo di una chiave d’accensione di un’automobile che funziona solo se il tasso alcolico del guidatore è a norma di legge.
Hanno parlato di come il digitale può dare nuova rilevanza e nuove analisi a problemi sociologici che affliggono la nostra società. Hanno discorso su come la comunicazione attraverso mezzi digitali sia una potente occasione per incanalare messaggi in un sistema media many to many. Si è citato l’importantissimo ruolo del carattere multimediale dei contenuti e quindi di nuove forme di narrazione e comunicazione interattiva. In certi casi di comunicazione all’interno di una realtà aumentata, e dunque delle nuove frontiere della proiezione identitaria degli individui, non più online, bensì onlife: una dimensione in cui vita digitale e analogica si mischiano e si aumentano vicendevolmente, espandendosi una nei confini dell’altra.

I relatori hanno spiegato come si possono sfruttare le nuove tecnologie per indurre gli utenti ad assumere atteggiamenti responsabili. Hanno fatto ad esempio vedere il prototipo di una chiave d’accensione di un’automobile che funziona solo se il tasso alcolico del guidatore è a norma di legge.
Hanno parlato di come il digitale può dare nuova rilevanza e nuove analisi a problemi sociologici che affliggono la nostra società. Hanno discorso su come la comunicazione attraverso mezzi digitali sia una potente occasione per incanalare messaggi in un sistema media many to many. Si è citato l’importantissimo ruolo del carattere multimediale dei contenuti e quindi di nuove forme di narrazione e comunicazione interattiva. In certi casi di comunicazione all’interno di una realtà aumentata, e dunque delle nuove frontiere della proiezione identitaria degli individui, non più online, bensì onlife: una dimensione in cui vita digitale e analogica si mischiano e si aumentano vicendevolmente, espandendosi una nei confini dell’altra.

La fisicità dei valori versus la complessità del web

Perché è questo, secondo me, uno dei punto principali.
Mi spiego, approfondendo la ragione della mia domanda sulla stratificazione delle informazioni.
Per prendere un esempio caro alla Chiesa, parlando dunque di Valori Cristiani, facciamo riferimento a un sistema assiologico talmente consolidato che si interseca così tanto con la nostra immaginazione etica, da diventare cultura. Questo processo di culturalizzazione dei valori, viene reso possibile dalla presenza di testi fisici che descrivono l’applicazione di questi valori. Questi testi danno ai valori una cosmologia credibile (soprattutto per la cultura di riferimento). Questa fa sì che i valori vengano ripresi in testi satellite o indipendenti, talvolta conseguenti, che si fondano però sullo stesso sistema assiologico. Un esempio di questa subordinazione assiologica fra due opere conseguenti e di natura differente è dato dal rapporto fra il Nuovo Testamento e la Divina Commedia di Dante.
La Divina Commedia riprende dei valori descritti nel suo testo di riferimento (il Nuovo Testamento) e li ripropone dandone una lettura, per l’epoca, moderna.
A sua volta la Divina Commedia giunge a noi grazie a testi di studio, critica e citazione, contribuendo alla formazione della nostra cultura; che di fatto è cristianizzata.
Vige sempre, tuttavia, la fisicità del supporto mediatico (testo), il quale, nella sua fisicità, trova rimedio alla stratificazione delle informazioni successive.
Il web non ha ancora ovviato a questo problema, ovvero il sistema di raccolta delle informazioni e quindi dei testi non applica dei filtri per manipolare la permanenza di questo testo nel flusso principale di informazioni. Questo fa sì che un’informazione, anche testuale, non possa da sola consistere nel fondamento (o nella perpetuazione) di un valore. E che a sua volta quest non sia in grado di esercitare un’ influenza culturale sufficientemente proiettata nel lungo periodo, da permettere la nascita di contenuti satellite conseguenti, che hanno la funzione di ammodernare i valori e dar loro nuovi fruitori e nuovi orizzonti.
Il flusso continuo di informazioni eterogenee, assieme alla loro conseguente stratificazione, è solo uno degli aspetti della complessità del web.
I valori hanno bisogno di un manifesto sempre accessibile per sussistere. Per diffondere questo manifesto e, affinché sia efficace, dobbiamo prima chiederci come affiggerlo in alto, laddove nessuno possa metterci sopra qualcos’altro.
Riusciremo a civilizzare (in senso stretto) l’internet solo quando questo smetterà di essere un non-luogo e quindi verrà trattato come una vera e propria estensione territoriale, che necessita degli stessi processi teoretici, che sono stati necessari per intendere il mondo analogico nella sua natura complessa.
Che, fuori metafora, vorrebbe poi dire:
“prima troviamo un modo per affrontare e governare il web semantico nella sua reale complessità al fine di rendere i giusti contenuti sempre accessibili, con facilità, al fine di creare un meccanismo vero di diffusione culturale, poi pensiamo a quali valori infondergli”.
Come fare?
Non ne ho idea.

Why not? Avere un blog

Ho mentito per un sacco di tempo. Cedendo ai pregiudizi di egocentrismo, esibizionismo, accattonaggio, ho sempre pensato che possederlo fosse il sintomo digitale di una psicosi narcisoide. La pozzanghera degli anatroccoli della scrittura digitale, che tanto biasimano la carta e i suoi splendori passati, tanto la imbarazzano sugli spazi dell’ipertesto. Loro sono i Bloggers. Così si fanno chiamare. Blogger. Wikipedia, sottolineando la diffusione mondiale del fenomeno, addirittura riporta il termine traslato in italiano: “blogghista”. Manco ci fosse il Duce a leggerlo. E i Bloggers scrivono i (sui?) blog. Perchè è così che li chiamano. Blog.
Prima erano Web-log, poi il “we” passò di moda, perchè era molto più fresh l’ “I” di Apple, e divennero solo blog. E se la dicitura composita “web-log” teneva lontani gli inetti di internet, la sua contrazione in “blog” democratizzò preoccupantemente tutta la faccenda.
Ecco, tutte le volte che mi trovavo di fronte a questa parole l’unica domanda che chiara vibrava nella mia testa era: “Ma perché cazzo bisogna avere un blog?”.
Dialettica morale era la mia. Una dialettica sghemba che si fonda sul “perché conviene fare una cosa”.
“Perché sì?”. La domanda che più di ogni altra gela le iniziative e spegne gli entusiasmi.

moleskine

Poi qualcosa cambiò e quel guazzabuglio di cose che è la vita mi portò a lavorare nel mondo del web. Prima in studio legale, e si parlava di Open Source. Poi per il giornale, contribuendo alla diffusione dell’editoria digitale. Infine come autore e copywriter, occupandomi di E-book e Letteratura in formato digitale. Il web riserva un sacco di sorprese e racchiude in sé una moltitudine di parole. Ma ce n’è una che ricorre più di ogni altra: share. Condivisione. Condividi. Condividilo.
E fu su questa parola che mi interrogai e quindi rivalutai la mia posizione anti-blog.
Internet è un universo infinito capace di ospitare chiunque una moltitudine infinita di volte. In questo oceano dolce di parole, le persone, sempre nuove, ne versano altre. E tutti ne bevono. Ed è solo qui, nel web, che vige questa gioiosa volontà di donare se stessi, di condividersi, nel bene e nel male. E se ci si pensa, tutto ciò è fantastico e va al di là di ogni personalismo. La falsa credenza di essere preziosi al mondo deriva dall’incapacità di realizzare la grandiosità dell’universo e la straordinarietà del genere umano. Il web è un disegno molto più grande di quanto possiamo ora immaginare. Il web è l’umanità di domani. L’Umanità 2.0.
La direzione è già questa. Lo avvertiamo nella semantica del web e del mercato che lo promuove. Social. Friend. Like. Post. Link. Tutti termini che puntano all’esterno, fuori di noi. E forse sarà proprio questo il grande cambiamento antropologico che tutti stiamo aspettando e che forse davvero il web porterà: vivere per gli altri, non più per se stessi. Vivere per testimoniare. Non più per ricordare.
E se l’unica cosa che l’uomo può sperare per sopravvivere all’oblio del tempo è lasciare una traccia, anche minima, affinché la sua vita sia utile a qualcun’altro dopo di lui, allora la domanda che mi sorge naturale pormi è: “Perché non avere un blog?”.
Perché non abbandonare la mia Parker, la mia Moleskine e battere le stesse frasi sulla tastiera?
Per paura di essere letto? No, di certo.
Anche chi scrive un diario, in realtà lo fa perché spera di perderlo (per morte o altra sventura) e che qualcuno, ritrovandolo, lo legga. Non si scrive per se stessi. Solo Maurizio Sbordoni dice di farlo. E secondo me è pure una cazzata.
Poi scrivere in una classe di 200 milioni è un po’ come scrivere in forma anonima.
Non mi basterebbe una vita per conoscere i restanti 199999999 bloggers, figuriamoci tutti gli utenti del web. C’è però un’intenzione più comunitaria nell’atto di scrivere un blog e oggi questo sentimento mi piace un sacco. Mi fa sentire (più) giovane. Sento di essere parte di un qualcosa di più grande.

Quindi, cazzo, Perché no?