Soprattutto a Natale

É Natale. Le gocce di sudore stanno bagnando il cuscino. C’è il vecchio Antonio sdraiato nel letto, che vorrebbe toglierselo da sotto la testa quel cuscino umido, ma tossisce forte e non riesce a muovere le gambe. Senza cuscino non ci può stare perché, se sta con la testa in basso, c’è qualcosa fra il naso e la bocca che va a bloccargli il respiro. Lo desidererebbe però un cuscino che non sia così madido di sudore da bagnarsi la nuca a starci sopra. In casa c’erano solo due cuscini: quello sudato, che stava sotto la testa di Antonio; quello asciutto, che doveva essere nel letto nella camera degli ospiti. Che poi Antonio di ospiti non ne aveva mai, quella camera era una volta la camera di Annetta, sua figlia. Quando c’era la piccola Annetta, c’erano almeno una mezza dozzina di cuscini per tutta la casa. Lorella era sua moglie e teneva sempre i cuscini foderati, perché se arrivavano ospiti, diceva, era tutto più pratico. Quando era il periodo di Natale, Lorella foderava tutti i cuscini di rosso e Annetta disegnava dei grandi fiocchi di neve su fogli di carta e li appendeva con del nastro adesivo sul frigorifero, sui mobili, sul muro dell’entrata. Era ormai da un po’ di anni che a casa non c’era nessuno. La camera di Annetta era diventata la camera degli ospiti che non venivano mai; i muri e il frigo erano spogli e non c’era nessun foglio sul muro dell’entrata. Cuscini: solo più due. Uno umido che stava a bagnargli tutta la maledetta nuca e uno di là, nella camera degli ospiti. 

C’erano dei momenti in cui la tosse si calmava. Non smetteva ma si faceva più tenue, così Antonio riusciva a sentire quello che diceva la radio. Ora sta trasmettendo canzoni di Natale. Prima aveva la televisione ma, quando ancora le gambe gli funzionavano, era capitato che si fosse arrabbiato così tanto da darle un calcio e rompere lo schermo. Si era azzardato a guardare un servizio vecchio di un telegiornale, registrato in vhs. Nel servizio si parlava di un tizio che si era costituito alla giustizia dopo aver ucciso il proprio vicino. Il vicino si scopava la moglie di Antonio. Fosse stato per lui avrebbe ammazzato la moglie, non il vicino, ma non avrebbe mai fatto un dispetto così crudele ad Annetta. Era pure una brava persona il vicino. Però quella cosa di scopargli la moglie, proprio non doveva farla, diamine. 

La radio passava una canzone di Natale di John Lennon. Canti di gioia e pace, alla fine ti sparano. – Pensava Antonio. – Come a Ghandi. 

Anche il vicino cantava di gioia e pace. Era tenore nel coro gospel della chiesa. Uno che canta “May the blood of Jesus save me from all of my sins” può trascorrere i giovedì pomeriggio a scoparti la moglie? No, non può davvero. O meglio, forse non avrebbe dovuto. Il giovedì pomeriggio Antonio aveva le consegne al mobilificio e i fornitori gli facevano fare sempre tardi. Per Lorella c’era tutto il tempo di farsi sbattere dal quel canterino del vicino, farsi venire in faccia, lavarsi la colpa di dosso con una bella doccia e preparare la cena come nulla fosse mai successo. Antonio aveva subito annusato qualcosa di strano, perché per un paio di giovedì aveva provato a chiamare a casa per avvertire la moglie che avrebbe ulteriormente tardato e aveva trovato il telefono staccato. 

Ci vollero un paio di mesi prima che considerasse l’idea di essere un cornuto. Ce ne vollero altri due prima che decidesse di darsi una mossa per scoprire chi è che staccava il telefono ogni giovedì pomeriggio e poi scaricava seme adultero su sua moglie. 

Il piano fu di facile trama e decisamente banale, gli fece perdere ogni stima nei confronti della moglie, che se in gioventù gli era sembrata una energica giovane dalle idee rivoluzionarie, ora gli pareva un’oca Giuliva radical chic che riempie la propria frustrazione con il membro del vicino. Chiamò all’ora di pranzo per dire che avrebbe tardato assai quella sera e che Annetta sarebbe andata a fare cena dai nonni. Annetta era davvero a cena dai nonni, ma Antonio aveva chiamato i fornitori e aveva loro detto di incontrarsi il venerdì. Dopo aver pranzato con una bistecca di Fassone, andò alla casetta di caccia e prese il suo winchester a doppia canna. Lo mise in macchina e si diresse verso casa propria. 

Lorella aveva inserito dall’interno la chiave nella toppa e Antonio dovette sfondarla con un calcio per poter scorgere la moglie in ginocchio che si premeva la faccia contro i testicoli del vicino. All’udire il fragore dei cardini della porta infrangersi, Lorella si spaventó tanto da dare un involontario e improvviso colpo con la testa verso l’alto. I testicoli, da leccati, divennero colpiti e il vicino si trovò accasciato a terra, con i testicoli che gli dolevano e con la doppia canna del winchester che gli accarezzava la pancia.

Quando Antonio premette il grilletto, non pensò al fatto che stava uccidendo una persona. Pensò che stava bucando il pancione di quel vicino canterino che un minuto prima poggiava le palle sulle guance di Lorella. Pensò che così facendo avrebbe cancellato quel senso di insufficienza e quel sapore dell’essere stato cantonato. Lorella era ancora nuda, gettò un urlo e dopo pianse. Pensava che Antonio avrebbe ucciso anche lei, infatti si mise a singhiozzare chiedendo pietà al marito. Antonio non la guardò nemmeno. Mentre era voltato e pronto a varcare la soglia della porta, le disse solo che non l’avrebbe voluta vedere mai più. “Prenditi cura di Annetta come si deve, oppure la prossima volta torno e ammazzo pure te.” furono le ultime cose che disse alla moglie. Poi andò a costituirsi alla polizia, che nel frattempo era stata già avvertita dalla signora Bocca che stava al piano di sotto e aveva sobbalzato quando Antonio aveva sparato.

Quello di Antonio era un paesino e vicende come quelle erano meglio del cinema, che tanto per trovarne uno decente bisognava andare in città. Ma in città c’era l’aria sporca, nessuno ci andava mai. Così Antonio divenne una leggenda fra gli uomini (e anche fra qualche femmina amante dell’uomo rude) e in carcere era riverito e rispettato, anche dalle guardie. Perché di base Antonio era un lavoratore e nella sua vita si era dimostrato un brav’uomo. Un brav’uomo che aveva sbudellato il vicino che gli trombava la moglie con il suo winchester.

Quando uscì dalla prigione era già vecchio e dopo sei mesi anche malato. Lorella si era portata via tutti i cuscini, le fodere e le lenzuola. Peggio di tutto si era portata via Annetta e non gliel’avrebbe fatta più rivedere. Antonio voleva bene ad Annetta, ma proprio non ce l’aveva mai fatta a vedersi come un padre. O per lo meno cerca di convincersi di questa cosa. Gli mancava la piccola Annetta e i suoi disegni. Gli mancava averla per casa e prenderla in giro per la forma dei fiocchi di neve che disegnava. Non gli mancava certo educarla, preoccuparsi per lei, stare sveglio per curarla quando stava male o quelle robe lì. No, quello non gli piaceva proprio. Quella era roba che piaceva a Lorella. Era lei ad aver insistito per volere una creatura da crescere.

-Ora crescitela. Oca Giuliva. Crescitela da sola.- pensava Antonio, digrignando i denti. Poi però si addolciva e pensava che, al di là di tutto, quell’Annetta era figlia sua e anche se la madre era una donnicciuola da due soldi, qualcosa dal padre doveva averlo pur preso. E questo la rendeva un po’ più simpatica agli occhi del vecchio Antonio. 

L’ascolto della radio si è interrotto, sovrastato dalla tosse che si è riaccesa. Ancora più forte di prima. A ogni colpo di tosse, sangue gli cadeva dalla bocca e macchiava la coperta verde che gli copriva il corpo ma lasciava scoperti i piedi.

Ci volle un quarto d’ora prima che la tosse s’interrompesse e il dolore si lenisse. Torna la radio a farsi sentire e il conduttore esorta gli ascoltatori a trascorrere un felice natale e non perdere tempo a litigare perché ” il tempo insieme è prezioso”. Antonio la spegne e cerca di chiudere gli occhi e perdersi nel silenzio dei suoi pensieri. Si sta anche per addormentare, che sarebbe una manna, ma il citofono suona. È Sandro, che non suona per aprire, visto che le chiavi gliele ha date Antonio qualche mese prima, ma per avvertire che sta salendo le scale. Sandro è un amico di vecchia data di Antonio. In prigione non è mai andato a trovarlo ma quando è tornato al paese si è dimostrato un amico immutato. Da quando Antonio si era ammalato Sandro si era dimostrato disponibile ad aiutarlo e offrirgli umana compagnia. Antonio aveva la fama del burbero e all’inizio aveva detto che non voleva nessuno tra i piedi mentre moriva. In realtà voleva sinceramente bene a Sandro, non si sentiva giudicato da lui e la sua compagnia allietava la dolorosa solitudine della malattia. La malattia del corpo e dell’anima.

Quando arriva, Sandro apre la porta ed entra con un sorriso. Nelle mani tiene una bottiglia e una stecca di Malboro.

– Buon Natale, Antonio! Come andiamo oggi?

– Fermi. Allo stessi punto di ieri.

– La tua tosse?

– Batte. Forte. Sempre.

– E il medico lo hai chiamato?

– Non devo essere io a chiamare il medico ma il Signore a chiamare me.

– Oh quanto sei tragico.

– Non sono tragico. Sono vecchio.

Sandro ride e gli cambia il cuscino. Finalmente Antonio può stare con la testa asciutta. Stanno a parlare del più e del meno per un’oretta, finché Antonio non caccia Sandro fuori di casa.

– Basta. Mi hai rotto i coglioni ora. Voglio stare da solo. Vattene a casa dalla tua famiglia. –

Sandro sa che il tono fa parte del personaggio e mica si offende. Anzi, sorride, se lo prende in braccio e lo sposta dal divano al letto.

– Parcheggiami pure qui. Maledette queste gambe. Grazie però Sandro. Ecco, lasciami pure qui. Vattene ora.

– Va bene Antonio. Ti vengo a trovare domani.

– Se non vieni,  guarda è meglio.

– E invece verrò. Come sempre.

– Fa un po’ come ti pare guarda.

– Mi ha chiamato Annetta per farti gli auguri. Dice che il telefono è staccato.

– Il telefono lo stacco sempre.

– Beh allora magari richiamala.

– vediamo. Magari. Vattene ora.

– Che poi mi chiedo come tu faccia a non chiamare Annetta. Capisco Lorella, ma Annetta era una bambina.

– Fatti i cazzi tuoi Sandro.

– Ma a che diamine pensi allora tutto il giorno qui mentre io non ci sono.

– Di base a niente.

– Suvvia

– Alcune volte penso che al di là di quale sia la storia di ognuno, prima si vive poi si muore. Ecco, a questo penso.

– Pensieri allegri, eh?

– Pensieri veri.

– Torno a casa, Antonio. Cerca di riposare. Di nuovo Buon Natale

– Ciao, Sandro. Buon Natale anche a te e famiglia. Sei fortunato ad aver saputo subito come farne una bella. Io mica l’ho avuta sta fortuna.

Così pronuncia Antonio e Sandro non risponde più. È l’ultima volta che Antonio parla a qualcuno. Ma nessuno dei due ancora lo sa. Antonio morirà a Santo Stefano. L’indomani mattina. Sandro infatti sorride prima di andare via e promette ciò che non potrà mantenere: “ci vediamo domani”, così gli dice. Lascia la porta della camera da letto socchiusa alle spalle, richiude quella dell’entrata.

Fa freddo fuori e si preme la sciarpa contro il viso per coprirsi. Quando torna a casa, apre la porta e sua figlia Carlotta corre ad abbracciarlo.

– Eccoti, papà! Dov’eri?? Ti stiamo aspettando per iniziare a mangiare!

– Ero da Antonio!

– Anche a Natale devi fare il badante ai vecchino amici tuoi? – Lo canzona la figlia.

– Soprattutto a Natale.

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