Facebook e l’antibufala. Non è post verità ma post editoria

Ha pochi giorni la notizia secondo la quale Facebook ha annunciato guerra alle bufale, inserendo un pulsante adibito alla segnalazione delle notizie dubbie.
Il contenuto segnalato verrebbe, secondo M.Z. controllato da una società terza di fact checking. Se individuato come bufaloso sarà quindi impossibile sponsorizzarlo per raggiungere utenti in forma massiva, altresì gli algoritmi di selezione contenuti dovrebbero far sì che il contenuto falso compaia molto meno sui feed degli utenti. Una censura soft che smaschera la reale identità del gruppo di Mark Zuckemberg: un editore.
https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fzuck%2Fposts%2F10103338789106661&width=500
Leggevo oggi su Linkiesta Andrea Coccia che fa un’arringa in favore del sacro ruolo del giornalista e di come Facebook non debba prendere il posto del The Guardian, definendo negativamente l’ontologia di Facebook come un “non editore”. Andrea cita la metafora del bar e parla di Facebook come una grande piazza in cui tutti si scambiano informazioni.
Nella forma in qui si pensa a Facebook come un servizio web che giova dalla larga (e contemporanea) presenza di più utenti che si scambiano informazioni, questa, la metafora del bar, non sembra una cosa così stupida.
Se invece si pensa Facebook come una 4.0 industry che non appartiene alle categorie tradizionali, sulle quali si dannano (ancora) certi giornalisti e certi opinionisti del mondo del business, sì evincerà facilmente come The Social Network sia quello che io appello con preoccupazione post-editore.
Vai tra’. Ora ti spiego.

Cos’è un post editore?

Iniziamo dalle basi. Cos’è un editore. Ovvero un editore è un soggetto che opera nel settore dei contenuti testuali, audio, visivi o multimediali. Sceglie, seleziona, edita, distribuisce, promuove e infine monetizza i suoi contenuti. E sottolineo l’aggettivo – ora pronome – “suoi”, poiché verrà poi ripreso nel ragionamento per ragioni facilmente già intuibili di copyright.
La rete di contenuti di Facebook si poggia e si alimenta su tre concetti fondamentali, uno più tradizionale, uno moderno, uno davvero contemporaneo: interesse sociale, (free) self publishing, sensazionalismo e capacità di ingaggio.
Facebook che è di base un content provider, ha da sempre settato i suoi algoritmi per favorire i fenomeni di viralità. La viralità è spesso data dall’interesse sociale e di attualità di un determinato contenuto e dalla capacità di un set di keyword (parole chiave e parole correlate) di diventare un hot trend, ovvero un contenuto che scala l’utenza in mediamente poco tempo. Da sempre l’editoria, per incrementare le vendite punta a produrre contenuti rivolti a trend che sappiano attirare l’utenza. Fin qui…
Allo stesso tempo, Facebook è una piattaforma che ha come motore del suo traffico l’UGC (User Generated Content), sfruttando un’opzione che dal 1931 a oggi è diventato sempre più socialmente accettato: il self publishing.
Su Facebook, ogni utente è al tempo stesso un autore di contenuti oltre che un fruitore di contenuti. Questo rende a tutti gli effetti Facebook al tempo stesso sia un editore che un media.
Se però un editore tradizionale ha come obiettivo (in teoria!) quello di creare contenuti di presunta qualità, sfruttando un trend per attirare un bacino critico, Facebook fa il contrario: parte dal presupposto di stimolare il bacino più grande possibile di utenti e solo successivamente si chiede che tipo di contenuto è riuscito a farlo.
Per Facebook, ciò che è fondamentale in un contenuto è la capacità sensazionalistica di ingaggiare il più persone possibili e provocare in loro una reazione. Di per sé, questo reazioni sono analizzabili e scalabili (diciamolo pure) e danno la possibilità agli algoritmi di selezione di favorire (o sfavorire) certi o altri contenuti.
La dichiarazione di Mark lascia intendere che la metodologia rimarrà immutata e verrà inoltre applicata a contenuti informativi come appunto le notizie, coinvolgendo una struttura terza eletta dall’imperatore Mark per praticare fact-checking.
Questo rende a tutti gli effetti Facebook un vero e proprio editore che, nonostante distribuisca e promuova materiale editoriale approvigionato da utenti volontari, non pratica un controllo, un editing o una metodologia di selezione per avere quella che gli utenti potrebbero identificare come una linea editoriale. La linea editoriale di Facebook è dettata dagli stessi autori che, non subendo una selezione hanno le dita libere di correre sulla tastiera e diffondere qualsivoglia contenuto, purché raggiunga il numero maggiore di utenti possibili, e possibilmente, che li intrattenga per più tempo possibile. Il copyright di questi contenuti tuttavia viene co-gestito da facebook al momento della pubblicazione.
Inoltre la capacità di un contenuto di intrattenere e attirare gli utenti si trasla per le casse di facebook in potere economico e capacità di alzare i prezzi dei propri contenuti pubblicitari, senza retrocedere alcunché agli utenti.
Ed è proprio questo che rende Facebook un post editore: la condizione di monetizzare contenuti auto-pubblicati, senza retrocedere nulla al proprio autore che vede la propria condizione di autore soddisfatta non dall’autorevolezza riconosciutagli (anche per mezzo di pecunia) ma dalla capacità di scuotere emotivamente i lettori e accumulare punti engagement.

La fortuna di servizi come Facebook sono proprio i giornalisti che non fanno i giornalisti ma fanno gli scrittori

Cavalcando l’onda emotiva dell’ultimo ventennio, nel giornalismo la verità ha ceduto il passo al fine di favorire una cosa che fa fatturare molto di più, la visibilità.
Se fino agli anni ’80 il mantra del giornalismo era costituito dalla narratio dei fatti (duri e crudi, alla Oriana Fallaci), oggigiorno il discriminante è il numero di lettori ingaggiati (non raggiunti, ingaggiati. Engagement, quella roba lì). Inteso questo narcisistico meccanismo che da Travaglio in poi ha segnato ogni volto che figuriamo nel pensare a un giornalista, Facebook, per mezzo di una finissima strategia editoriale e comunicativa, se li è inculati di brutto.
Innanzitutto li ha tranquillizzati. Quegli altri e i loro capi.
Facebook ha assicurato loro di non essere un editore e non volerlo mai diventare. Lo ha fatto perché quando iniziavano a chiederglielo, c’aveva gli Istant Articles in sviluppo (o in fase test, chessoio) e doveva convincere i giornalisti e gli editori che sarebbe stato bellissimo essere tutti inglobati dalla grande infrastruttura che è Facebook, dando la possiblità agli utenti di accedere ai contenuti giornalistici direttamente dalla piattaforma di Mark.
I giornalisti, noti cervelli fini e analisti impeccabili, ci sono cascati con tutte le scarpe e dopo aver consegnato il loro spazio informativo al social network – non solo con gli instant article: se andate a vedere le fonti di traffico dei più grandi giornali scoprirete che Facebook ha anni fa superato Twitter (e google) per quanto riguarda la provenienza del traffico sulle news. – e ora che il potere dell’informazione sociale rivendicano la loro cosiddetta autorevolezza. L’autorevolezza dei giornalisti. Fa ridere solo a scriverlo. Rivendicano questa loro autorevolezza senza chiedersi però dove fosse questo sacro valore quando Mosca Tse-Tse e PiovegovernoLadro fondavano le basi comunicative e editoriali per quello che sarebbe stato 7 anni dopo il secondo partito della politica italiana, visto che poco più di un lustro fa illustri giornalisti parlavano di internet come uno spazio lontano dall’editoria.
Chissà che fra qualche anno non si parlerà di Facebook appunto come editoria 3.0.
O post editoria.

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