Soprattutto a Natale

É Natale. Le gocce di sudore stanno bagnando il cuscino. C’è il vecchio Antonio sdraiato nel letto, che vorrebbe toglierselo da sotto la testa quel cuscino umido, ma tossisce forte e non riesce a muovere le gambe. Senza cuscino non ci può stare perché, se sta con la testa in basso, c’è qualcosa fra il naso e la bocca che va a bloccargli il respiro. Lo desidererebbe però un cuscino che non sia così madido di sudore da bagnarsi la nuca a starci sopra. In casa c’erano solo due cuscini: quello sudato, che stava sotto la testa di Antonio; quello asciutto, che doveva essere nel letto nella camera degli ospiti. Che poi Antonio di ospiti non ne aveva mai, quella camera era una volta la camera di Annetta, sua figlia. Quando c’era la piccola Annetta, c’erano almeno una mezza dozzina di cuscini per tutta la casa. Lorella era sua moglie e teneva sempre i cuscini foderati, perché se arrivavano ospiti, diceva, era tutto più pratico. Quando era il periodo di Natale, Lorella foderava tutti i cuscini di rosso e Annetta disegnava dei grandi fiocchi di neve su fogli di carta e li appendeva con del nastro adesivo sul frigorifero, sui mobili, sul muro dell’entrata. Era ormai da un po’ di anni che a casa non c’era nessuno. La camera di Annetta era diventata la camera degli ospiti che non venivano mai; i muri e il frigo erano spogli e non c’era nessun foglio sul muro dell’entrata. Cuscini: solo più due. Uno umido che stava a bagnargli tutta la maledetta nuca e uno di là, nella camera degli ospiti. 

C’erano dei momenti in cui la tosse si calmava. Non smetteva ma si faceva più tenue, così Antonio riusciva a sentire quello che diceva la radio. Ora sta trasmettendo canzoni di Natale. Prima aveva la televisione ma, quando ancora le gambe gli funzionavano, era capitato che si fosse arrabbiato così tanto da darle un calcio e rompere lo schermo. Si era azzardato a guardare un servizio vecchio di un telegiornale, registrato in vhs. Nel servizio si parlava di un tizio che si era costituito alla giustizia dopo aver ucciso il proprio vicino. Il vicino si scopava la moglie di Antonio. Fosse stato per lui avrebbe ammazzato la moglie, non il vicino, ma non avrebbe mai fatto un dispetto così crudele ad Annetta. Era pure una brava persona il vicino. Però quella cosa di scopargli la moglie, proprio non doveva farla, diamine. 

La radio passava una canzone di Natale di John Lennon. Canti di gioia e pace, alla fine ti sparano. – Pensava Antonio. – Come a Ghandi. 

Anche il vicino cantava di gioia e pace. Era tenore nel coro gospel della chiesa. Uno che canta “May the blood of Jesus save me from all of my sins” può trascorrere i giovedì pomeriggio a scoparti la moglie? No, non può davvero. O meglio, forse non avrebbe dovuto. Il giovedì pomeriggio Antonio aveva le consegne al mobilificio e i fornitori gli facevano fare sempre tardi. Per Lorella c’era tutto il tempo di farsi sbattere dal quel canterino del vicino, farsi venire in faccia, lavarsi la colpa di dosso con una bella doccia e preparare la cena come nulla fosse mai successo. Antonio aveva subito annusato qualcosa di strano, perché per un paio di giovedì aveva provato a chiamare a casa per avvertire la moglie che avrebbe ulteriormente tardato e aveva trovato il telefono staccato. 

Ci vollero un paio di mesi prima che considerasse l’idea di essere un cornuto. Ce ne vollero altri due prima che decidesse di darsi una mossa per scoprire chi è che staccava il telefono ogni giovedì pomeriggio e poi scaricava seme adultero su sua moglie. 

Il piano fu di facile trama e decisamente banale, gli fece perdere ogni stima nei confronti della moglie, che se in gioventù gli era sembrata una energica giovane dalle idee rivoluzionarie, ora gli pareva un’oca Giuliva radical chic che riempie la propria frustrazione con il membro del vicino. Chiamò all’ora di pranzo per dire che avrebbe tardato assai quella sera e che Annetta sarebbe andata a fare cena dai nonni. Annetta era davvero a cena dai nonni, ma Antonio aveva chiamato i fornitori e aveva loro detto di incontrarsi il venerdì. Dopo aver pranzato con una bistecca di Fassone, andò alla casetta di caccia e prese il suo winchester a doppia canna. Lo mise in macchina e si diresse verso casa propria. 

Lorella aveva inserito dall’interno la chiave nella toppa e Antonio dovette sfondarla con un calcio per poter scorgere la moglie in ginocchio che si premeva la faccia contro i testicoli del vicino. All’udire il fragore dei cardini della porta infrangersi, Lorella si spaventó tanto da dare un involontario e improvviso colpo con la testa verso l’alto. I testicoli, da leccati, divennero colpiti e il vicino si trovò accasciato a terra, con i testicoli che gli dolevano e con la doppia canna del winchester che gli accarezzava la pancia.

Quando Antonio premette il grilletto, non pensò al fatto che stava uccidendo una persona. Pensò che stava bucando il pancione di quel vicino canterino che un minuto prima poggiava le palle sulle guance di Lorella. Pensò che così facendo avrebbe cancellato quel senso di insufficienza e quel sapore dell’essere stato cantonato. Lorella era ancora nuda, gettò un urlo e dopo pianse. Pensava che Antonio avrebbe ucciso anche lei, infatti si mise a singhiozzare chiedendo pietà al marito. Antonio non la guardò nemmeno. Mentre era voltato e pronto a varcare la soglia della porta, le disse solo che non l’avrebbe voluta vedere mai più. “Prenditi cura di Annetta come si deve, oppure la prossima volta torno e ammazzo pure te.” furono le ultime cose che disse alla moglie. Poi andò a costituirsi alla polizia, che nel frattempo era stata già avvertita dalla signora Bocca che stava al piano di sotto e aveva sobbalzato quando Antonio aveva sparato.

Quello di Antonio era un paesino e vicende come quelle erano meglio del cinema, che tanto per trovarne uno decente bisognava andare in città. Ma in città c’era l’aria sporca, nessuno ci andava mai. Così Antonio divenne una leggenda fra gli uomini (e anche fra qualche femmina amante dell’uomo rude) e in carcere era riverito e rispettato, anche dalle guardie. Perché di base Antonio era un lavoratore e nella sua vita si era dimostrato un brav’uomo. Un brav’uomo che aveva sbudellato il vicino che gli trombava la moglie con il suo winchester.

Quando uscì dalla prigione era già vecchio e dopo sei mesi anche malato. Lorella si era portata via tutti i cuscini, le fodere e le lenzuola. Peggio di tutto si era portata via Annetta e non gliel’avrebbe fatta più rivedere. Antonio voleva bene ad Annetta, ma proprio non ce l’aveva mai fatta a vedersi come un padre. O per lo meno cerca di convincersi di questa cosa. Gli mancava la piccola Annetta e i suoi disegni. Gli mancava averla per casa e prenderla in giro per la forma dei fiocchi di neve che disegnava. Non gli mancava certo educarla, preoccuparsi per lei, stare sveglio per curarla quando stava male o quelle robe lì. No, quello non gli piaceva proprio. Quella era roba che piaceva a Lorella. Era lei ad aver insistito per volere una creatura da crescere.

-Ora crescitela. Oca Giuliva. Crescitela da sola.- pensava Antonio, digrignando i denti. Poi però si addolciva e pensava che, al di là di tutto, quell’Annetta era figlia sua e anche se la madre era una donnicciuola da due soldi, qualcosa dal padre doveva averlo pur preso. E questo la rendeva un po’ più simpatica agli occhi del vecchio Antonio. 

L’ascolto della radio si è interrotto, sovrastato dalla tosse che si è riaccesa. Ancora più forte di prima. A ogni colpo di tosse, sangue gli cadeva dalla bocca e macchiava la coperta verde che gli copriva il corpo ma lasciava scoperti i piedi.

Ci volle un quarto d’ora prima che la tosse s’interrompesse e il dolore si lenisse. Torna la radio a farsi sentire e il conduttore esorta gli ascoltatori a trascorrere un felice natale e non perdere tempo a litigare perché ” il tempo insieme è prezioso”. Antonio la spegne e cerca di chiudere gli occhi e perdersi nel silenzio dei suoi pensieri. Si sta anche per addormentare, che sarebbe una manna, ma il citofono suona. È Sandro, che non suona per aprire, visto che le chiavi gliele ha date Antonio qualche mese prima, ma per avvertire che sta salendo le scale. Sandro è un amico di vecchia data di Antonio. In prigione non è mai andato a trovarlo ma quando è tornato al paese si è dimostrato un amico immutato. Da quando Antonio si era ammalato Sandro si era dimostrato disponibile ad aiutarlo e offrirgli umana compagnia. Antonio aveva la fama del burbero e all’inizio aveva detto che non voleva nessuno tra i piedi mentre moriva. In realtà voleva sinceramente bene a Sandro, non si sentiva giudicato da lui e la sua compagnia allietava la dolorosa solitudine della malattia. La malattia del corpo e dell’anima.

Quando arriva, Sandro apre la porta ed entra con un sorriso. Nelle mani tiene una bottiglia e una stecca di Malboro.

– Buon Natale, Antonio! Come andiamo oggi?

– Fermi. Allo stessi punto di ieri.

– La tua tosse?

– Batte. Forte. Sempre.

– E il medico lo hai chiamato?

– Non devo essere io a chiamare il medico ma il Signore a chiamare me.

– Oh quanto sei tragico.

– Non sono tragico. Sono vecchio.

Sandro ride e gli cambia il cuscino. Finalmente Antonio può stare con la testa asciutta. Stanno a parlare del più e del meno per un’oretta, finché Antonio non caccia Sandro fuori di casa.

– Basta. Mi hai rotto i coglioni ora. Voglio stare da solo. Vattene a casa dalla tua famiglia. –

Sandro sa che il tono fa parte del personaggio e mica si offende. Anzi, sorride, se lo prende in braccio e lo sposta dal divano al letto.

– Parcheggiami pure qui. Maledette queste gambe. Grazie però Sandro. Ecco, lasciami pure qui. Vattene ora.

– Va bene Antonio. Ti vengo a trovare domani.

– Se non vieni,  guarda è meglio.

– E invece verrò. Come sempre.

– Fa un po’ come ti pare guarda.

– Mi ha chiamato Annetta per farti gli auguri. Dice che il telefono è staccato.

– Il telefono lo stacco sempre.

– Beh allora magari richiamala.

– vediamo. Magari. Vattene ora.

– Che poi mi chiedo come tu faccia a non chiamare Annetta. Capisco Lorella, ma Annetta era una bambina.

– Fatti i cazzi tuoi Sandro.

– Ma a che diamine pensi allora tutto il giorno qui mentre io non ci sono.

– Di base a niente.

– Suvvia

– Alcune volte penso che al di là di quale sia la storia di ognuno, prima si vive poi si muore. Ecco, a questo penso.

– Pensieri allegri, eh?

– Pensieri veri.

– Torno a casa, Antonio. Cerca di riposare. Di nuovo Buon Natale

– Ciao, Sandro. Buon Natale anche a te e famiglia. Sei fortunato ad aver saputo subito come farne una bella. Io mica l’ho avuta sta fortuna.

Così pronuncia Antonio e Sandro non risponde più. È l’ultima volta che Antonio parla a qualcuno. Ma nessuno dei due ancora lo sa. Antonio morirà a Santo Stefano. L’indomani mattina. Sandro infatti sorride prima di andare via e promette ciò che non potrà mantenere: “ci vediamo domani”, così gli dice. Lascia la porta della camera da letto socchiusa alle spalle, richiude quella dell’entrata.

Fa freddo fuori e si preme la sciarpa contro il viso per coprirsi. Quando torna a casa, apre la porta e sua figlia Carlotta corre ad abbracciarlo.

– Eccoti, papà! Dov’eri?? Ti stiamo aspettando per iniziare a mangiare!

– Ero da Antonio!

– Anche a Natale devi fare il badante ai vecchino amici tuoi? – Lo canzona la figlia.

– Soprattutto a Natale.

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Facebook e l’antibufala. Non è post verità ma post editoria

Ha pochi giorni la notizia secondo la quale Facebook ha annunciato guerra alle bufale, inserendo un pulsante adibito alla segnalazione delle notizie dubbie.
Il contenuto segnalato verrebbe, secondo M.Z. controllato da una società terza di fact checking. Se individuato come bufaloso sarà quindi impossibile sponsorizzarlo per raggiungere utenti in forma massiva, altresì gli algoritmi di selezione contenuti dovrebbero far sì che il contenuto falso compaia molto meno sui feed degli utenti. Una censura soft che smaschera la reale identità del gruppo di Mark Zuckemberg: un editore.
https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fzuck%2Fposts%2F10103338789106661&width=500
Leggevo oggi su Linkiesta Andrea Coccia che fa un’arringa in favore del sacro ruolo del giornalista e di come Facebook non debba prendere il posto del The Guardian, definendo negativamente l’ontologia di Facebook come un “non editore”. Andrea cita la metafora del bar e parla di Facebook come una grande piazza in cui tutti si scambiano informazioni.
Nella forma in qui si pensa a Facebook come un servizio web che giova dalla larga (e contemporanea) presenza di più utenti che si scambiano informazioni, questa, la metafora del bar, non sembra una cosa così stupida.
Se invece si pensa Facebook come una 4.0 industry che non appartiene alle categorie tradizionali, sulle quali si dannano (ancora) certi giornalisti e certi opinionisti del mondo del business, sì evincerà facilmente come The Social Network sia quello che io appello con preoccupazione post-editore.
Vai tra’. Ora ti spiego.

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Cos’è un post editore?

Iniziamo dalle basi. Cos’è un editore. Ovvero un editore è un soggetto che opera nel settore dei contenuti testuali, audio, visivi o multimediali. Sceglie, seleziona, edita, distribuisce, promuove e infine monetizza i suoi contenuti. E sottolineo l’aggettivo – ora pronome – “suoi”, poiché verrà poi ripreso nel ragionamento per ragioni facilmente già intuibili di copyright.
La rete di contenuti di Facebook si poggia e si alimenta su tre concetti fondamentali, uno più tradizionale, uno moderno, uno davvero contemporaneo: interesse sociale, (free) self publishing, sensazionalismo e capacità di ingaggio.
Facebook che è di base un content provider, ha da sempre settato i suoi algoritmi per favorire i fenomeni di viralità. La viralità è spesso data dall’interesse sociale e di attualità di un determinato contenuto e dalla capacità di un set di keyword (parole chiave e parole correlate) di diventare un hot trend, ovvero un contenuto che scala l’utenza in mediamente poco tempo. Da sempre l’editoria, per incrementare le vendite punta a produrre contenuti rivolti a trend che sappiano attirare l’utenza. Fin qui…
Allo stesso tempo, Facebook è una piattaforma che ha come motore del suo traffico l’UGC (User Generated Content), sfruttando un’opzione che dal 1931 a oggi è diventato sempre più socialmente accettato: il self publishing.
Su Facebook, ogni utente è al tempo stesso un autore di contenuti oltre che un fruitore di contenuti. Questo rende a tutti gli effetti Facebook al tempo stesso sia un editore che un media.
Se però un editore tradizionale ha come obiettivo (in teoria!) quello di creare contenuti di presunta qualità, sfruttando un trend per attirare un bacino critico, Facebook fa il contrario: parte dal presupposto di stimolare il bacino più grande possibile di utenti e solo successivamente si chiede che tipo di contenuto è riuscito a farlo.
Per Facebook, ciò che è fondamentale in un contenuto è la capacità sensazionalistica di ingaggiare il più persone possibili e provocare in loro una reazione. Di per sé, questo reazioni sono analizzabili e scalabili (diciamolo pure) e danno la possibilità agli algoritmi di selezione di favorire (o sfavorire) certi o altri contenuti.
La dichiarazione di Mark lascia intendere che la metodologia rimarrà immutata e verrà inoltre applicata a contenuti informativi come appunto le notizie, coinvolgendo una struttura terza eletta dall’imperatore Mark per praticare fact-checking.
Questo rende a tutti gli effetti Facebook un vero e proprio editore che, nonostante distribuisca e promuova materiale editoriale approvigionato da utenti volontari, non pratica un controllo, un editing o una metodologia di selezione per avere quella che gli utenti potrebbero identificare come una linea editoriale. La linea editoriale di Facebook è dettata dagli stessi autori che, non subendo una selezione hanno le dita libere di correre sulla tastiera e diffondere qualsivoglia contenuto, purché raggiunga il numero maggiore di utenti possibili, e possibilmente, che li intrattenga per più tempo possibile. Il copyright di questi contenuti tuttavia viene co-gestito da facebook al momento della pubblicazione.
Inoltre la capacità di un contenuto di intrattenere e attirare gli utenti si trasla per le casse di facebook in potere economico e capacità di alzare i prezzi dei propri contenuti pubblicitari, senza retrocedere alcunché agli utenti.
Ed è proprio questo che rende Facebook un post editore: la condizione di monetizzare contenuti auto-pubblicati, senza retrocedere nulla al proprio autore che vede la propria condizione di autore soddisfatta non dall’autorevolezza riconosciutagli (anche per mezzo di pecunia) ma dalla capacità di scuotere emotivamente i lettori e accumulare punti engagement.

La fortuna di servizi come Facebook sono proprio i giornalisti che non fanno i giornalisti ma fanno gli scrittori

Cavalcando l’onda emotiva dell’ultimo ventennio, nel giornalismo la verità ha ceduto il passo al fine di favorire una cosa che fa fatturare molto di più, la visibilità.
Se fino agli anni ’80 il mantra del giornalismo era costituito dalla narratio dei fatti (duri e crudi, alla Oriana Fallaci), oggigiorno il discriminante è il numero di lettori ingaggiati (non raggiunti, ingaggiati. Engagement, quella roba lì). Inteso questo narcisistico meccanismo che da Travaglio in poi ha segnato ogni volto che figuriamo nel pensare a un giornalista, Facebook, per mezzo di una finissima strategia editoriale e comunicativa, se li è inculati di brutto.
Innanzitutto li ha tranquillizzati. Quegli altri e i loro capi.
Facebook ha assicurato loro di non essere un editore e non volerlo mai diventare. Lo ha fatto perché quando iniziavano a chiederglielo, c’aveva gli Istant Articles in sviluppo (o in fase test, chessoio) e doveva convincere i giornalisti e gli editori che sarebbe stato bellissimo essere tutti inglobati dalla grande infrastruttura che è Facebook, dando la possiblità agli utenti di accedere ai contenuti giornalistici direttamente dalla piattaforma di Mark.
I giornalisti, noti cervelli fini e analisti impeccabili, ci sono cascati con tutte le scarpe e dopo aver consegnato il loro spazio informativo al social network – non solo con gli instant article: se andate a vedere le fonti di traffico dei più grandi giornali scoprirete che Facebook ha anni fa superato Twitter (e google) per quanto riguarda la provenienza del traffico sulle news. – e ora che il potere dell’informazione sociale rivendicano la loro cosiddetta autorevolezza. L’autorevolezza dei giornalisti. Fa ridere solo a scriverlo. Rivendicano questa loro autorevolezza senza chiedersi però dove fosse questo sacro valore quando Mosca Tse-Tse e PiovegovernoLadro fondavano le basi comunicative e editoriali per quello che sarebbe stato 7 anni dopo il secondo partito della politica italiana, visto che poco più di un lustro fa illustri giornalisti parlavano di internet come uno spazio lontano dall’editoria.
Chissà che fra qualche anno non si parlerà di Facebook appunto come editoria 3.0.
O post editoria.

L’ AI di google translate inventa un nuovo linguaggio per tradurre meglio.

Leggi l’articolo originale su Quotidiano Piemontese.

A inizio settimana scrivevo di Amazon Go e di come i cassieri farebbero bene a trovarsi un qualcosa di meglio da fare. Oggi ripropongo la stessa riflessione ai traduttori e interpreti. Visto che l’Intelligenza Artificiale di Google ha appena inventato un nuovo linguaggio (interlinguaggio) per migliorare la qualità (e l’efficienza) della traduzione.
Ricordo la mia professoressa di greco. Ci preparava alla maturità classica. Ci citava Gilles Mènage e diceva che una traduzione poteva essere bella e infedele oppure brutta e fedele. Si riferiva alla caratteristica letterale o libera della traduzione; aveva in testa i grandi autori greci e latini. Ci preparava alla maturità.
Che fosse bella o brutta, fedele o infedele, tutti hanno sempre pensato che la capacità di tradurre da una lingua all’altra, non tralasciando quelle sfumature idiomatiche spesso difficili da rendere nella lingua in cui si traduce, fosse unicamente una prerogativa umana. Abbiamo canzonato per anni google translate e la sua (in)capacità di fare una traduzione decente.

Oggi però Google Translate ha raggiunto una storica tappa nella fantascientifica trama che vede la macchina avvicinarsi all’uomo e alle sue capacità umane. L’IA di Google Translate fonda un nuovo linguaggio per aiutarsi a tradurre meglio da una lingua all’altra.

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Ftechinasia%2Fvideos%2F1273081122730298%2F&show_text=0&width=400

Lo stesso video spiega come sia stato possibile per l’IA di Google “inventare” un nuovo linguaggio per facilitarsi a tradurre i “paia” di idiomi coinvolti e fa un interessante raffronto con la comunanza logica fra coreano e giapponese.
In sostanza, per una macchina lo sforzo di ricreare ogni combinazione possibile fra i varie lingue è talmente arduo che è la macchina stessa a utilizzare una interlingua con cui confrontarsi con l’idioma di provenienza, per poi tradurre da questa stessa interlingua verso l’idioma desiderato. Questo concetto non è nuovo e lo troviamo spesso citato nei testi riguardanti la traduzione automatica appellato come Lingua Pivot , risale circa agli anni ’50 e la sua metodologia è utilizzata da molti metodi di traduzione, operando sui testi tradotti veri e propri parsing.
Quello che dunque deve farci brillare gli occhi è il fatto che a inventare questa nuova lingua pivot, non sia stato un ricercatore o un dottore di linguistica e traduzione, bensì un (super)computer. Il linguaggio di Google Translate è creato da Google Translate e compreso solo da Google Translate stesso.
La vera rivoluzione consiste nel merito degli ingegneri informatici di aver introdotto nei sistemi di Google Translate una rete neurale capace di analizzare le frasi come blocchi unici e non più come insieme di elementi ab soluti.
Per esempio se la rete neurale ha imparato a tradurre dall’Italiano al Giapponese e dal Giapponese all’Inglese, conseguentemente la rete sarà in grado di tradurre dall’Italiano all’Inglese. Questo permette quindi al sistema di Google Translate di scalare il sistema rapidamente e tradurre in un numero sempre maggiore di linguaggi, aumentando la velocità di analisi e la qualità dell’output.

Al di là del fascino di star vedendo nascere un vero linguaggio comune universale, quello che ci deve far riflettere è la reale possibilità da parte delle IA di raggiungere risultati paragonabili a quelli umani, dissipandone l’esclusività.

Secondo i ricercatori di Google non c’è dubbio sul fatto che il team di Google Translate sarà in grado di allenare una singola macchina di rete neurale volta alla traduzione che funziona su più di 100 lingue. E parlano di un futuro prossimo. Molto prossimo.
Rincara la dose il co-fondatore di Tilde, il quale assicura che la tecnologia di traduzione neurale funziona già bene e già sta portando dei risultati, specie quando andiamo a trattare testi semplici. Mette un po’ le mani avanti dicendo che comunque rimaniamo a un punto nel quale la traduzione umana può cogliere differenze semantiche, sfumature idiomatiche e caratteristiche lessicali che per una moltitudine di fattori che per ora sfuggono al calcolo degli algoritmi sono difficili da determinare. Ancher per un supercomputer.

Google Translate a oggi supporta 103 lingue e ogni giorno traduce più di 140 miliardi di parole ogni giorno.

Pensabile quindi che l’attività di traduzione sia sempre più rivolta alla consulenza , al fine di allenare sistemi di deep learning o per controlli ex post. Questo per lasciare spazio alle macchine, così che possano imparare da noi a essere migliori di noi.

Pebble fa ciaone a tutti e scappa via con il big cash

Leggi l’articolo originale su Quotidiano Piemontese.

Pebble fa ciaone a tutti e scappa con i soldi di Fitbit.
Quando si suole dire che ognuno di noi, ogni idea, ogni impresa, ogni prodotto, ogni persona ha un presso, si dice il vero.
Ce ne ricorderemo quando penseremo al caso Pebble .
Il colosso del werable, Fitbit ha appena acquisito la start up approdata su kickstarter qualche anno fa, acquistando gli asset tecnologici relativi ai software e al know how sviluppato dai tecnici di Pebble.
Il silenzio del blog di Pebble era stato visto con sospetto dai curiosi che iniziavano a vociferare circa la possibile e prossima exit in favore di un qualche big.
C’è che sappiamo è che l’acquisizione degli asset di Pebble è stata compiuta nella giornata del 6 dicembre, senza che venisse pubblicamente comunicato il valore dell’operazione. Ciononostante nei giorni precedenti si è parlato di un esborso cash di circa 30-40 milioni di dollari, anche se l’indiscrezione si riferiva prevalentemente all’acquisizione dell’intera società. Avendo percò Fitbit, acquisito solo asset specifici di Pebble, non si è presa in carico l’onere dei debiti della società, che saranno probabilmente sanati con la liquidità maturata con il controvalore dell’acquisizione.

Pebble nel suo blog precisa alcuni aspetti: si scusa con gli utenti per il suo lungo silenzio e specifica alcuni aspetti del futuro della start up. Già oggi non si possono ordinare nuovi Pebbles dal sito della startup che ha anche organizzato un sistema di rimborso per coloro che hanno aderito alla campagna di kickstarter ma non riceveranno nessuna ricompensa.

Innanzitutto Pebble non promuoverà, né distribuirà, né svilupperà nuovi smartwhatch.
I dispositivi fin’ora venduti continueranno a funzionare normalmente: non sono previsti immediati cambiamenti.
Prevedibile tuttavia che i servizi Pebble vengano ridotti e inficiati in futuro per cercare di far migrare i customers verso la gamma di smart-things di FitBit.
Nel frattempo ieri sera è arrivata anche la conferma da parte del CEO di Fitbit, James Park, che ha detto
“Pebble è stata un’apripista del più grande, aperto e neutro sistema operativo per dispositivi connessi che andrà a complementare la compatibilità multi-piattaforma di Fitbit, che ad oggi conta 200 dispositivi, tra iOS, Android e Windows Phone […] Con gli indossabili di base che diventano sempre più smart e gli smartwatch che aggiungono funzionalità health e fitness, vediamo l’opportunità di costruire sui nostri punti di forza ed estendere la nostra posizione di leadership nella categoria dei wearables. Con questa acquisizione siamo ben posizionati per accelerare l’espansione della nostra piattaforma e dell’ecosistema per rendere Fitbit una parte vitale della vita quotidiana per un più ampio numero di consumatori, così come costruire gli strumenti che i fornitori di servizi sanitari hanno bisogno per integrare in maniera più significativa la tecnologia indossabile nelle cure preventive e croniche”

Sempre più evidente dunque il fatto che il mercato del tech stia abbandonando la sua vocazione di concorrenza pura e perfetta, come si auspicava alla fine degli anni ’90, per consolidarsi in un oligopolio in mano a big. I quali non investano nuovi capitali in ricerca e sviluppo ma investono in start up per poi acquisirne gli assets.
New economy? Nah.

Amazon Go: in negozio senza casse. Chi ha paura?

Leggi l’ articolo originale su Quotidiano Piemontese.

Alla presentazione di YourDigital ieri si è parlato di AmazonGo. Raffaele Gaita spiegava i meccanismi che portano l’innovazione a cambiare e/o reinterpretare il mercato, creando nuove abitudini e nuove differenze.
Fino a qui, tutto bello.
Raffaele ha citato altri esempi di trasformazione digitale: Kodak, Blackberry, Blockbuster. Tuttavia l’iniziativa di Amazon – sarà perché è di fatto agli albori – mi ha colpito più delle altre. In effetti mi ha affascinato moltissimo. Ma mi ha anche fatto interrogare su quanto dobbiamo essere (diventare, necessariamente) flessibili sulle nostre idee di innovazione, lavoro e automatizzazione.

Che Cos’è Amazon Go?

Amazon ha deciso di rivoluzionare il mondo degli shop e dei retails creando il suo nuovo servizio, Amazon Go che sfrutta le tecnologie di screen vision, deep learning e sensor.
Negli shop di Amazon Go non ci saranno file, non ci saranno casse. Non ci saranno cassieri. I consumatori entreranno nel negozio, prenderanno quello che serve loro e usciranno (they actually walk out).
Il progetto verrà lanciato nel 2017 a Seattle 2131 7th Ave, Seattle, WA, all’angolo con 7th Avenue and Blanchard Street.

Come funziona Amazon Go

La sfida di Amazon, iniziata 4 anni fa, era questa: “offrire l’esperienza di un negozio senza limiti, barriere o checkout (casse e scontrini)”.
Per farlo Amazon ha ideato un ambiente nel quale incrocia tre tecnologie di riconoscimento, apprendimento e analisi di dati e, certamente, di data mining.
Il compratore al suo arrivo al negozio Amazon, passa sopra un scanner il proprio telefono attivando il proprio Amazon Account. Dopo essersi registrato, saranno i software a riconoscere quali prodotti il consumatore ha preso e portato via, quanto ha speso e fatturare al consumatore il conto in digitale, direttamente tramite il proprio Amazon Account.

I dati raccolti da Amazon saranno sempre di più.

Perchè è esattamente questo il punto.
Dopo essere diventato il più grande negozio on line e aver tracciato le compravendite dell’intero mondo per più di 15 anni, Amazon ora vuole varcare le frontiere del digitale e approdare su supporti analogici. Questo, per quanto sia a livello imprenditoriale avvincente, in un discorso sociologico è quantomeno direzionato al monopolio dei dati, nell’ambito degli acquisti e delle vendite. La tecnologia di Amazon Go infatti non sarà solamente in grado di digitalizzare e smaterializzare gli scontrini, sarà anche capace di raccogliere dati circa il tempo e l’ordine di acquisto dei prodotti, la loro periodicità, i trend di vendita dei prodotti, la capacità di acquisto dei consumatori.
E qui non stiamo parlando dell’Istat. Qui stiamo parlando di Amazon, che conoscerà come spendiamo i nostri soldi, meglio di chiunque altro.

I cassieri devono avere paura di Amazon Go?

Sì devono. Questo tipo di tecnologia si dimostrerà largamente conveniente per le multinazionali degli stores e Amazon sarà il primo della fila a spingere questo cambiamento.
Chiunque conosca l’ambiente dei magazzini di Amazon, sa che la catena produttiva è incentrata su impianti automatici che costringono i “magazzinieri” che ci lavorano (picker) a correre – letteralmente correre – da un punto all’altro per rispettare i tempi che il sistema di produzione impone loro.
Loro stessi, che ci lavorano, sanno che verranno sostituiti dalle macchine non appena il machine learning sarà a un punto tale da permettere la piena automazione del lavoro nei magazzini, che richiede capacità di scelta critica e di spostamento fisico di oggetti.
Amazon Go dimostra che se si riesce a portare il consumatore direttamente all’interno di quello che in realtà è un magazzino Amazon, posso far lavorare solo le macchine, sollevando l’uomo dalla necessarietà dell’impiego.
Evidente dunque quanto ci sia bisogno di riflettere su un sistema di welfare che sia preparato a dare qualcosa da fare (e da spendere) a quelle persone che a livello professionale, in questo preciso momento storico-tecnologico, varranno meno o quanto una macchina. Che sembra brutto da dire, ma è proprio ciò che dobbiamo chiederci.
“Nel momento in cui siamo di fronte al fatto che certi (molti, sempre più) lavori potranno essere condotti con maggior efficacia da una macchina o un sistema di macchine, noi che famo?”