Sciroppo d’acero

Lo sciroppo d’acero stava nello scaffale delle torte. Dio solo sa perché. Ogni volta lo cercavo nello scaffale dove ci sono le uova, poiché lì dovrebbe stare. Ma non c’era mai. Dovevo sempre farmi un giro completo prima di trovarlo. O peggio chiedere a qualche scaffalista.
– Scusa dov’è lo sciroppo d’acero? –
– E là. Terzo scaffale. Dove ci sono gli ingredienti per le torte. –
“Ma che cazzo ci fa lì?!” avrei voluto sbottare io. “Dovrebbe essere dove, cazzo, sono le uova!”
Ci penso sempre ma non lo faccio mai. Ci fai i pancackes con lo sciroppo d’acero. Mica le torte.
La spesa, io odio farla. Non la faccio mai infatti. Però lo sciroppo d’acero mi piaceva andarlo a comprare. E quel giorno ne avevo proprio voglia. Chissà perché, poi. Sarà stato per il colore forse: ambrato e luccicante, ecco. Cercavo sempre di prendere quello con l’etichetta rossa perché mi sembra che il rosso accentuasse l’ambrato dello sciroppo.
Io ci facevo sì i pancakes, ma quel diamine di sciroppo era delizioso anche berlo così, a canna. Liscio. Era maledettamente dolce, schifosamente buono.
Quella volta ero al Carrefour. Giunsi di fronte allo scaffale delle torte e acchiappai lo sciroppo con la mano. Lo feci dondolare fino a quando non lo posai sul piano di una cassa automatica. Ci va meno di due minuti a pagare un solo articolo. Infatti eccomi che dondolo nuovamente lo sciroppo d’acero, sventolando lo scontrino per farmi aprire le porte per poi mettermelo in tasca quando varco l’uscio e mi avviò per la strada.
Sono appena uscito quando vedo appoggiata ai lati del supermercato una ragazzina che, sì e no, avrà avuto una dozzina d’anni. Non molti di più. Si accoccolava contro il muro e si teneva le ginocchia strette al petto con le braccia. Passai e malapena mi accorsi di lei. Poi mi parlò, volsi lo sguardo e ben la vidi.
Aveva un occhio viola e un labbro rotto. Il colletto della camicia sgualcita che vestiva era sporco di terra e sangue e a fatica nascondeva un collo molto arrossato. A occhio e croce l’avevano percossa. Magari stuprata pure. “Per dio speriamo per lei di no” sospirai fra me e me e nel mentre angosciato la scrutavo.
– Una moneta per favore, per mangiare. – questo mi disse. Non le risposi nemmeno. Avevo due euro e cinquanta in mano. Rimasi qualche altro secondo a guardarla poi le porsi le monete. Lei le prese e mi ringrazio. Io le volsi le spalle e me ne andai a casa. Quando rincasai mi misi a preparare i miei pancakes. Erano buonissimi come al solito e impreziosita dal loro sapore soave, la serata passò e io non pensai nemmeno per un secondo di più alla ragazzina del supermercato.

Ci ripensai la mattina seguente.
Mi ero svegliato e avevo bevuto un po’ di quello sciroppo d’acero, così a canna liscio, e dopo aver divorato i pancakes avanzati della sera precedente. Uscì di casa e la vidi mentre sfrecciavo con la bicicletta. Stava rovistando in una pattumiera. Non rallentai nemmeno per vedere se fosse riuscita a trovare qualcosa.
Rivedendola, ripensai a quei brutti segni che aveva in volto e sul corpo. Qualcuno l’aveva malmenata, povera. Chissà chi. Perché. Una ragazzina che forse aveva dodici anni. O forse no, ma pochi di più. Non ne aveva sedici. Lo avrei capito se ne avesse avuti sedici, ma non li aveva. Era una ragazzina, piccola. Non aveva le tette, per capirci. Non che le avesse piccole, proprio non ne aveva.
Come si fa a picchiare una ragazzina così?
Ci rimuginai un altro po’ su poi fu una macchina che mi tagliava la strada, minacciando di disarcionarmi dalla bici, a distrarmi. Evitai il pazzo e la sua auto  e mangiai la strada a suon di pedalate.
Pensai a un sacco di altre cose quel giorno. Alcune di parecchio brutte. Ma non più alla ragazzina del supermercato che rovistava nella spazzatura. Giunsi in ufficio e la giornata volò via. Come quelle tante altre da lì in poi.
Febbraio sfumò. Arrivò marzo e i suoi fiori prematuri, perché faceva caldo e il sole sembrava già quello di aprile. Ci fu una settimana in cui sembrava già estate e così tutti stavano in giro senza giacche o maglioni, lasciando scoperte le braccia. I nordici, più audaci, anche le gambe. Andai altre volte a comprare lo sciroppo d’acero e altre volte la vidi, quella ragazzina malmenata, che rovistava nella spazzatura. Anche lei aveva con il caldo lasciato scoperte le braccia e ora mostrava i segni di graffi e piccole ustioni sulle braccia, oltre che quel suo solito viso emaciato madido, emaciato e malridotto. Quei giorni lì, era nero il suo occhio destro e in quel momento non avrei saputo dire se le annerivano ogni tanto il sinistro, ogni tanto il destro; oppure se veniva colpita nello stesso occhio almeno da un mese. Magari pure dalla stessa mano.
Quando passavo mi chiedeva sempre la stessa cosa che chiedeva a tutti:
– Una moneta per mangiare, per favore. –
Quando avevo una moneta gliela davo. Quando non ce l’avevo acceleravo il passo e nemmeno le rivolgevo parola per accennarle un “scusami, oggi non ce l’ho la moneta”. Che poi di che mi dovevo scusare? I soldi erano i miei, accidenti.
Mentre passavo però la guardavo sempre. Quasi come se volessi controllare che quei balordi stessero continuando a conciarla per le feste. Come se qualcosa di lei o delle sue ferite mi importasse. Guardavo quegli ematomi e quei graffi e più mi preoccupavo, più mi sentivo ipocrita. Svoltato l’angolo, mi sforzavo di non pensarci. E, diciamolo, non dovevo sforzarmi nemmeno molto.
Iniziai tuttavia a fare caso al fatto che, se ripassavo da quelle parti la sera, la ragazzina non la vedevo mai. Quando me ne accorsi, mi incuriosì e iniziai a fare degli esperimenti. Andavo a comprare lo sciroppo d’acero in momenti diversi della giornata. Se ci andavo la mattina cercavo di andarci presto alcuni giorni, tardi certi altri. Per capire a che ora la ragazzina arrivasse. Se andavo a comprare lo sciroppo di pomeriggio, provavo ad recarmi lì il più tardi possibile. Dopo qualche tentativo conclusi che la ragazzina era già presente alle otto e mezza di mattina. Alle sette di sera scompariva e per tutta la notte non si faceva vedere da quelle parti. Lo sapevo perché avevo controllato. Divorato dalla curiosità un paio di notti improvvisai una passeggiata notturna in realtà solo per controllare se alle tre, alle quattro o alle cinque di notte la ragazzina fosse tornata e dormisse lì, di fronte al supermercato. Eppure non c’era mai e solo alle otto il suo viso arrossato e le sue labbra spaccate facevano capolino sul marciapiede.
La mia immaginazione galoppava. Cosa faceva di notte quella ragazzina? Perché era di notte che la picchiavano. Non ce lo vedevo proprio a verificarsi, un episodio di violenza in mezzo al centro della città su un marciapiede stracolmo di gente. Quindi era di notte che quella ragazzina prendeva le botte. Ma chi gliele dava? mi chiedevo. Perché, poi? mi domandavo triste. In fondo era una ragazzina che non aveva nemmeno le tette. Che mai poteva fare di tanto riprovevole da meritarsi tutte quelle botte?
E poi perché di notte scompariva, giusto per farsi picchiare per poi tornare a fare l’accattona di giorno? Che senso aveva? Non glielo chiesi mai. Quando ci pensavo rabbrividivo all’idea che quella ragazzina era lì ed era vera, Dio solo sa quanto soffriva. Quella ragazzina era una storia andata male. Che stava andando forse peggio. Allo stesso tempo però mi sentivo sollevato, perché quei vestiti sgualciti su quel marciapiede mi sembravano così maledettamente lontani da me che anche solo sforzarmi di provare empatia per quell’anima mi sembrava sciocco. Tutto ciò che mi sembrava di poter provare era pietà. Commiserazione. E questo, devo ammetterlo, mi faceva sentire un po’ un verme. Ma lo eravamo tutti, vermi. Che davanti ai suoi occhi strisciavamo senza degnarla di una reale nota di preoccupazione o di solidarietà reale. Le davamo più o meno tutti una moneta, quando ce l’avevamo. E, mannaggia a noi, spesso non l’avevamo.

Passarono alcune settimane e venne un periodo in cui non la vedevo nemmeno di giorno. Sembrava essersi volatilizzata. Un po’ mi spiaceva non vederla ma sarebbe falso non ammettere che non vederla più mi faceva sentire meno turbato nei confronti di quello che è il mondo.
Riapparve in una domenica di aprile. Mi ero svegliato presto per fare i pancakes per me e per un paio di amici che avevano bivaccato sul mio divano tutta la sera. Mi mancava lo sciroppo d’acero, così uscì di casa e mi recai al supermercato. Era piovuto la notte precedente e il suolo era ancora bagnato. La ragazzina dodicenne stava lì, seduta per terra, dove ero solito trovarla nei mesi precedenti. Rannicchiata su se stessa, abbracciava le sue stesse ginocchia. La testa era china sulle braccia incrociate ma quando mi sentì passare alzò lenta il capo e con voce fioca mi disse come soleva fare:
– Una moneta, per favore. È per mangiare. –
Era la prima volta che la rivedevo dopo qualche tempo e se dapprima fu l’ansia a cogliermi, dopo mi sentì emozionato, sollevato e felice di vederla e sapere che stava bene. Certo aveva il solito viso tumefatto, i soliti graffi e la solita sporcizia addosso. Ma era viva. E questa cosa, per me, in quel momento, era una gran cosa.
Mi toccai le tasche ma non sentì al tatto la presenza di monete. Non ne avevo, in effetti.
Ci fu un momento di imbarazzo che colmai balbettando una stupidaggine. – Aspetta qui un attimo. – le dissi. Lei era lì per fare l’elemosina e ci sarebbe stata tutto il giorno: dove volevo che se ne andasse?
Entrai a passo svelto nel supermercato e riflettei sul fatto che quelle erano le prime parole che le avevo rivolto: “aspetta qui un attimo”. Mi sentì uno stupido ma questo mi aiutò a ricordarmi, per la prima volta, che lo sciroppo d’acero stava nello scaffale delle torte.
Mi precipitai lì e ne afferrai due confezioni. Pagai alle casse automatiche e uscì. Quando fui di nuovo davanti alla ragazzina le porsi una delle due bottiglie di sciroppo d’acero.
Lei mi guardò un po’ stupida, afferrò un po’ dubbiosa la bottiglia. Svitò il tappo e avvicinò lo sciroppo al naso per tastarne l’odoro. Con una voce che sentivo per la prima volta chiara, mi chiese: – Che cos’è? Non lo mai visto. –
– È sciroppo d’acero. Si usa per fare i pancakes ma è buono anche da bere così. –
Si portò lo sciroppo alla bocca e dalle labbra rosse di sangue bevette una sorsata. Dopo che ingoiò il liquido un sorriso comparve sul suo volto, mostrando che certi denti che c’erano più.
Chissà quante ne aveva prese, povera ragazzina.
– È buonissimo. – mi disse entusiasta, stringendo a sé la bottiglietta di sciroppo d’acero. Come se quella fosse la cosa più bella che avesse avuto per le mani negli ultimi tempi.
Le sorrisi, abbozzai un “prego. ciao”, me ne andai.
Non l’ho più vista dal quel giorno.
Ma ho una teoria al riguardo.
Bere e assaporare la squisitezza dello sciroppo d’acero ha aperto alla bambina gli occhi sulle possibilità della vita e del mondo. Si è recata prima dalla polizia e poi presso un ufficio di assistenza sociale e ha richiesto aiuto al sistema. Ora è a scuola con una famiglia adottiva che si prende cura di lei e le prepara ogni domenica i pancakes.

Oppure forse quei balordi gliene hanno date troppe una notte. Ed è morta.
Chi lo sa…
Me lo ricordo il suo sorriso senza qualche dente. Quella ragazzina che rovistava nella spazzatura mi sembrava proprio felice mentre sorrideva.
Quel maledetto sciroppo d’acero renderebbe felice chiunque in qualsiasi situazione.
Bevuto così, liscio. Altro che pancakes.

 

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