Il 25 aprile è di tutti (anche dei mafiosi e di Lucky Luciano) – Per You-ng.it

Per gentile concessione di Young – Slow Journalism.

 

Era ormai un anno fa quando, con il mio amico Tato,  in treno attraversavamo il verde dell’Italia da Torino a Villa San Giovanni. Venivamo traghettati da una nave fino a Messina e da lì era un altro treno a portarci a Palermo. O Palemmo, come preferite. Da Palermo, fu un altro treno a trasformare il verde in oro e portarci dentro il cuore di Sicilia, a Roccapalumba. Lì incontrammo Claudio e la sua auto degli anni novanta ci guidò verso Lercara Friddi. Avrei scoperto solo l’ultima notte che quella era la cittadina natale del fondatore della mafia moderna: Lucky Luciano.
Passammo poco meno di una settimana insieme e il tempo non bastò a terminare la demo dell’album inedito al quale insieme io e Claudio stavamo lavorando. Finimmo per registrare la demo di un solo brano ma riuscimmo ad approfittare delle belle giornate per dare un assaggio alla Sicilia dorata. Sconfinammo spesso nell’agrigentino e bivaccammo per più pomeriggi sugli irti colli dell’entroterra siciliano. Il nostro weekend di composizione si affacciava sul 25 aprile che era il giorno della nostra ripartenza per la prima capitale.
– Dovete per forza tornare il 25 aprile? Facciamo una grigliata per festeggiare con gli amici. Una bella scampagnata. È proprio un peccato, sapete? Il 25 aprile è proprio una bella festa. Riesce sempre una bella scampagnata. – insisteva dolcemente Claudio. E ci avrebbe senz’altro convinto, se non fosse stato per il fatto che Yeerida bolliva in pentola e io necessariamente dovevo tornare.
– La prossima volta torno per un mese. – gli promettevo fiducioso. E non solo per terminare il nostro album ma perché, in quei giorni, della Sicilia mi innamorai e pensai per tanti momenti di non tornare più. Della Sicilia mi innamorai come ci si innamora di una donna conosciuta in vacanza a San Rafael, cioè con la consapevolezza che o scapperai con lei verso il Messico, oppure la abbandonerai per sempre e la rivedrai – se la rivedrai – quando sarà troppo tardi. Mi feci stregare dalla primordiale bellezza della campagna Siciliana. Pure mi affascinarono le donne e gli uomini siciliani. Mi rapì la storia bastarda di un’isola in cui tutti i grandi, prima o poi, attraccavano. La Sicilia faceva loro concepire le grandezze dell’universo e se essi riuscivano a sopravvivere all’amena isola, le loro idee avrebbero mosso il mondo. Il mio colpo di fulmine culminò la sera del 24 aprile dove in un pub pulito e ben illuminato Giovanni, pittoresca caricatura di Lercara Friddi, mi raccontò una storia che terminava proprio con il 25 aprile 1942.
Lercara Friddi è un paesino di poco più di 7000 abitanti e tutte le piccole comunità tendono a mitizzare – nel bene e nel male – i compaesani che sono diventati storia. Per Lercara Friddi la storia l’aveva fatta Lucky Luciano.
Giovanni mi raccontò che la sopravvivenza ad un feroce accoltellamento in Staten Island gli meritò il soprannome “Lucky” che antecedeva il suo nome.
– Gli americani gli dicevano “tu sei lucky!”, e sarai “lucky” per sempre. – pronunciava Giovanni facendo grandi gesti.
Così fu. Lucky Luciano fondò quella che sarebbe passata alla storia come la Mafia moderna e diventò uno dei padroni del commercio di eroina, del contrabbando dell’alcol e gran “mecenate” della prostituzione. Queste brutte cose gli costarono qualche anno di carcere a New York.
Ebbe amici noti dentro e fuori il mondo della criminalità organizzato, Frank Costello e Al Capone erano praticamente suoi amici d’infanzia. Con loro, si spartì la città, quella sporca ma sgargiante New York degli anni ’30.
Lucky Luciano era famoso per essere un gentiluomo prestato alla criminalità. Cortese, mediocremente acculturato, pacato e diplomatico era riuscito a insinuarsi anche nelle sfere alte della politica e dello spettacolo. Ricordiamo le sue scampagnate notturne nei night club con Sinatra e George Raft. Soprattutto era noto agli americani per la sua tremenda influenza in terra sicula dove veniva considerato un imperatore.
– Altro che zio d’America. Lucky Luciano era un’istituzione. Qui da noi, o eri fascista o eri con Lucky Luciano. E ti assicuro, i fascisti non duravano molto. Non gli davamo vita facile. No, noi no. – continua Giovanni con il suo racconto e la sua elegia a uno dei più importanti mafiosi della storia. E quando gli chiedo se non gli sembra fuori luogo dimostrare sì tanta ammirazione nei confronti di un criminale, Giovanni mi risponde con veemenza: – No. Non è fuori luogo. Tu dici così perché sei giovane e non conosci la vecchia Mafia. Tu conosci solo la mafia che c’è adesso, ma quella non è la Mafia. È criminalità senza valori. La nuova mafia non guarda in faccia nessuno, non ha più un codice d’onore. La vecchia mafia, no. Ce l’aveva un codice d’onore. E a te sembrerà una bestemmia ma la Vecchia Mafia proteggeva gli oppressi e i poveri. Difendeva la Sicilia dai fascisti. Gli oppressori erano loro, i fascisti di Roma; i poveri eravamo noi. Lucky Luciano ha costruito un impero dal nulla e ha mandato tanti soldi qui in Sicilia per sfamare le famiglie povere. In cambio tu gli giuravi fedeltà e servizio se e quando necessario. Lo stato non ti dava questa protezione. Lo stato ti affamava. Lucky Luciano invece pensava alla povera gente perché lui è dalle strade povere che arrivava. La vecchia mafia non era come quella che c’è adesso, no.
Io quelle parole non le capisco e inizio a guardare Giovanni in sottecchi perché, alla mia mente da nordico torinese, il ragionamento di quel grottesco uomo anziano mi pare insensato. Colluso. Giovanni è però molto empatico e si rende conto dell’avanzata del mio pregiudizio, della mia diffidenza. Allora addolcisce nuovamente la voce e prosegue la sua storia.
– Era il 1942 e Lucky Luciano stava al fresco nel carcere di Sing Sing. La polizia lo aveva beccato e le sue amicizie in politica non erano bastate. Hitler nel frattempo avanzava e mirava a conquistare tutta l’Europa. Quasi ci riusciva. I servizi segreti americani avevano bisogno di un uomo che avesse il potere di guidare gli alleati al fine di praticare lo sbarco. Ci volevano uomini che conoscessero l’isola come il palmo delle loro mani e che fossero in grado, laddove ci sarebbe stato il bisogno, di stare zitti. Coprire l’avanzata degli alleati in silenzio, senza cedere al crudele martello delle SS e dei fascisti, quelli duri, che erano rimasti ai tempi del prefetto di ferro. Ci volevano Siciliani fedeli, omertosi e che avessero a cuore la propria terra e la propria libertà. Questi uomini portavano al collo un fazzoletto giallo e una L cucita su un lembo. La L stava per Lucky Luciano, il quale schiocco di dita risuonò lungo tutto l’oceano, fino arrivare qui, a Lercara, dove gli uomini di Salvatore (nome di Luciano alla nascita) erano pronti a guidare gli alleati fino a Messina. –
Mentre Giovanni mi racconta queste cose, io sono un po’ incredulo e controllo su wiki. Chissà che quello che sta dicendo Giovanni non sia il frutto della quarta media bionda. Effettivamente però wiki fa menzione di questo presunto aiuto prestato agli americani dagli sgherri di Lucky Luciano. Giovanni, non curante della mia diffidenza, continua: – Al nord i partigiani hanno avuto i loro meriti. Scappavano in montagna, ho letto, e combattevano i fascisti aiutando gli inglesi e i francesi a organizzare i contrattacchi. Si sono organizzati da soli quei partigiani. Deve essere stato difficile per loro. Qui da noi non c’è mai stato bisogno perché c’era Lucky Luciano che ci pensava e che voleva bene alla Sicilia. Ci proteggeva lui. Qui in Sicilia pochissimi sono stati i soprusi fascisti contro la popolazione perché gli occhi e le orecchie di Lucky erano ovunque e lui i soprusi non li sopportava proprio. Gli uomini come Lucky Luciano o Vito Cascio Ferro non piacevano ai fascisti. Al secondo il duce mando come regalo Mori, il prefetto di ferro. Ma c’è da dire che la politica proibizionista e il totalitarismo autocratico dei fascisti non piaceva a Cosa Nostra. E, infatti, Lucky Luciano e i suoi uomini l’hanno poi fatta vedere a quei fascisti di merda. Hanno guidato la liberazione. La Sicilia è libera dal fascismo grazie a due forze istituzionali che amiamo e abbiamo amato: l’esercito americano e l’esercito di Lucky Luciano. –
La conclusione di Giovanni è solenne e il suo pugno e posato sul petto, all’altezza del cuore, mentre parla.
In quel momento mi resi conto di due cose. La prima fu intendere la grande differenza culturale fra me e i miei connazionali isolani, che sì, sono italiani come me e voi, ma appartengono a una cultura storica, di sudditanza, diversa. Che possiamo studiare ma non riusciremo a comprendere.
La seconda: tendiamo spesso a parlare del fascismo come una forza criminale che ha perdurato nei luoghi, nei tempi e in certe persone. Sbagliamo. Il fascismo non era una forza criminale ma diritto positivo prestato al peggior potere totalitario. Il fascismo, nella sua particolarità, e gli altri regimi nazisti e/o totalitari rappresentavano una minaccia per tutti i cittadini liberi e nessuno venne meno al compito di ribellarsi a questo potere perverso. Chi rinunciò alla lotta, in un modo o nell’altro morì. Chi combatté, ci liberò. Il fascismo non era criminale ma era statale, pubblico. Tant’è che persino gli stessi criminali insorsero contro di lui.
Quella sera, grazie al racconto di Giovanni, mi sentii con il cuore vicino anche ai siciliani collusi, ai siciliani omertosi. Perché lottiamo giorno per giorno per alleviare la vita delle persone dalla criminalità organizzata. Per farlo abbiamo bisogno di uno Stato che si curi dei suoi cittadini e che non li lasci in balia di fascini sinistri. Ho sempre avuto il mito della partigianeria come fenomeno di estrema vita attiva politica e ho spesso denigrato la poca partecipazione della cittadinanza meridionale alla liberazione dal regime fascista. Ma forse ha ragione Giovanni. Forse sono io che non conosco la Vecchia Mafia e i suoi valori.
Non c’era bisogno di partigiani. C’erano già gli uomini di Lucky Luciano che volevano bene alla Sicilia libera. E la Sicilia libera vuole loro bene ancora oggi.

In questo giorno di festa e di cittadinanza, alla mente mi torna il sorriso di Giovanni di Lercara Friddi. La chitarra di Claudio, il taccuino di Tato. Mi tornano in mente le parole venerande di Giovanni e della funzione sociale della vecchia mafia. E quindi mi sento di ringraziare gliirringraziabili. Perché sebbene siamo nemici, di legge e di cultura, c’è stato un momento preciso in cui abbiamo unito le forze per essere liberi. I partigiani (giustamente!) divennero l’icona dell’insurrezione popolare contro il regime. I mafiosi di Lucky Luciano però furono la chiave per il successo degli alleati. E fu grazie agli alleati che le armi nazifasciste vennero deposte.
Mentre il corpo di Benito veniva appeso in piazzale Loreto, Lucky Luciano brindava a Napoli. Brindava alla sua nuova libertà – dopo lo sbarco venne rilasciato – e, sicuramente, brindava a un nuovo giorno. Più libero.

Buon 25 aprile.

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Nella democrazia non ho più fiducia. E non per uno sciocco referendum, ma per il Brasile (Anteprima) – per Tagli

Questa è un anteprima. Puoi leggere l’articolo completo su Tagli – Paperblog.

 

Sono amareggiato, sconsolato. Questa domenica 17 aprile, mi ha seriamente danneggiato l’anima e ha messo a dura prova la mia identità. Sì, la mia identità, perché io sono per metà italiano e per metà brasiliano.
E guarda caso, il 17 aprile, mannaggiaazzeus, la storia mi ha dato prova del triste capolinea della democrazia in Brasile, della sua vanagloria in Italia.

Il discorso è inaspettatamente complesso. Cerco di spiegarlo. Cercherò di essere sintetico e fluente. Non intendo quindi soffermarmi sui dettagli tecnici poiché, in questo mio discorso, non sono importanti.
Quindi, tu, feticista dei dati e dei tecnicismi linguistici affrettati a fare il tuo commento di merda, mentre sei sul cesso. Pulisciti, vattene e lasciaci parlare. Poiché sono i concetti a essere preoccupanti, non i loro dettagli.

Semplicisticamente, Dilma in Brasile sta subendo un impeachment dovuto inizialmente a uno scandalo conosciuto come Lava Jato (comunissima e umanissima corruzione, chi non ce l’ha?) che vede coinvolti moltissimi nomi della politica e delle alte dirigenze di alcune importanti imprese fra le quali Petrobras.
Guarda caso, Petrobras è una delle pochissime compagnie petrolifere che fa concorrenza alle sette sorelline statunitensi che, povere cucciole, non riescono a penetrare nel mercato sudamericano per colpa, fin’ora, di Mujica, Chavez e Dilma.
Lo sapete che il Sud America, fra tutti il Venezuela, è praticamente il nuovo Medio Oriente per quanto riguarda il petrolio?
Chissà se lo sapeva la Globo (il più grande media brasiliano) e alcuni esponenti della destra (fascista?) brasiliana?
Loro che hanno palesemente corrotto giornalisti, funzionari, politici e deputati per prendere il Lava Jato e usarlo come ariete contro Dilma.Nel Lava Jato sono coinvolti tutti. Tutti. Uomini di ogni partito, dirigenti di molteplici aziende.
Inutile dirvi che quando la corruzione viene fuori è altresì merito del governo che promuove le indagini e vanta un sistema di controllo efficace.
Il PT, il partito di Dilma, ha governato d’altronde per una decade e non solo ha fatto emergere la corruzione in Brasile, tirandosi pure un po’ la zappa sui piedi, ma ha anche sfamato i milioni di poveri introducendo per la prima volta nella storia del Brasile piani pubblici di salute e primo mantenimento.
Fame Zero.
Lula way.
Scuole pubbliche e borse di studio per i poveri.
Servizi di fognature e di elettricità nelle favelas.
Tassazione dei grandi patrimoni.
Fondazione di una banca statale e conferma della partecipazione statale alla più grande azienda petrolifera del continente.
Risultato? In dieci anni il Brasile entra nel BRIC, fonda assieme a Cina&co. un fondo bancario internazionale che mira ha essere concorrente dell’FMI e diventa un modello di sviluppo per il mondo intero.

È dagli anni ’50 che gli USA insistono con gli Stati dell’America latina per esercitare un insano potere sui territori ricchi di materie prime. Nota è la compiacenza della destra conservatrice di tutta l’America latina, soprattutto quella che vive ancora nell’ottica del latifondo, e come Teddy Cruz prega evangelicamente Gesù e odia i negri.
Nota è la sua compiacenza nel vendersi agli affari americani pur di andare al potere.
Spesso con la forza.

Nella democrazia non ho più fiducia. E non per uno sciocco referendum, ma per il Brasile

Questa volta in Brasile è la volta di due tizi: Aecio Neves e Eduardo Cunha. Il primo perde le elezioni nel 2014 e gli rode così tanto che sente il bisogno di vendicarsi della presidentessa dei poveri. Il secondo, Eduardo Cunha, è un deputato di un partito antagonista al PT, coinvolto in molti scandali relativi a frode fiscali, corruzioni e contraffazione di prove. Coinvolto anche nel Lava Jato, ovvio.
Cunha in portoghese vuole dire “pezzo di legno o ferro che si infila in spazi per diverse utilità”. Così. Just to let you know.
Aecio accusa Dilma di aver governato male il Paese, di aver fronteggiato male la crisi – Eh?! Che droga usi, Aecio? – e di vantare una classe dirigente all’interno del partito totalmente corrotta.
Eppure Dilma non è direttamente coinvolta nel Lava Jato (né in altri scandali).
Prendersela tuttavia con chi è al governo è un maledetto trend. Si sa: il governo per definizione è sempre uno stronzo. Anche quando ti fornisce il cibo, l’istruzione e si batte per il tuo piano di salute.”Fora o PT ! Fora o PT !“. Fuori il PT, il Partido dos Trabalhadores, gridano i sostenitori di Aecio.
Con che cazzo mangerete e chi ve le darà le borse di studio quando il PT se ne andrà? Visto che siete dei porelli, non c’avete un Real per andare a farvi una gastroscopia e se vi viene un tumore, o avete una copertura sanitaria, o siete ricchi o morite male? Conoscete degli esempi di governi di (estrema) destra che hanno sostenuto campagne per i diritti sociali? Ma fottetevi!” vorrei urlare a loro io dall’Europa. “Noi ce l’abbiamo la salute pubblica. Zitti e imparate. Sfigati“.

I pazzi urlano al di là dell’oceano che ha vinto la Costituzione e con lei la democrazia. Ha vinto perché Dilma sta per essere destituita benché eletta e dunque esercitante di rappresentanza popolare.
Dilma, che non ha commesso reati (sapete cos’è l’impeachment?), che non è coinvolta direttamente nel Lava Jato, che ha fin’ora ben governato quella che fin’ora era la più grande economia brasiliana, ecco, Dilma che viene osteggiata da Aecio e Cunha, capi della rivolta. I capi del golpe.
E la plebe è lì.

Nella democrazia non ho più fiducia. E non per uno sciocco referendum, ma per il Brasile
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L’importanza di chiamarsi Paola Cortellesi – Per You-ng.it

Per gentile concessione di Young.

 

È domenica. La mattina è iniziata alle 11 e il telefono non accenna a squillare. Posso mettermi davanti al pc e scrivere amenamente di musica. Bella storia. E fra le tante cose che potrei scrivere di questo pazzo, un po’ malato, mondo musicale vorrei scriverne una che non scrive mai nessuno.
Ci pensavo giusto l’altra sera mentre ne fumavamo, dopo una pizza, con il mio amico Enrico Antonio.
Si parlava di musica e TV e Enrico mi accennava al nuovo programma di Laura Pausini e Paola Cortellesi.

– L’ho visto l’altra sera. Non è male. La Pausini è forte a cantare. La Cortellesi poi è un’ottima attrice.-
– Se è per questo, la Cortellesi è anche un’ottima cantante. Molto meglio anche della Pausini.- gli rispondo io stupito dal tono di voce stranito di chi ha scoperto il talento spropositato di Paola Cortellesi.
– Ma figurati!- mi risponde scettico Enrico Antonio. -Se fosse più brava allora perché canta tutto Laura? Ovvio perché la Cortellesi non regge il confronto.-
Tiro un sospiro triste all’udir di queste sì male parole. Dentro di me un brivido mi coglie. E penso.
Chissà cosa vuole dire vivere negli occhi di chi vanta una delle migliori vocalità del paese eppure viene poi accusata di non reggere il confronto con Laura Pausini, che, può piacere o no, ma se le viene un nodulo ogni plenilunio un motivo – per la miseria- ci sarà. Nulla contro la Pausini, che quando sono triste perché litigo con la mia morosa ascolto, mangiando Nutella. Il problema di gente che non sa una pippa tecnica canora e riempie gli stadi in Italia è un problema diffusissimo. E risultati si vedono, aihmé. Elisa? Noduli! Giusy Ferreri? Noduli (e desaparecida). Giuliano Sangiorgi? Noduli! Intendiamoci fin da subito, oh stronzetti del “critichi-la-gente-famosa-perché-non-sei-famoso-l’uva-è-acerba-quando-non-c’arrivi-blablabla”. No, vaffanculo. Non è di me che si parla. Non è di Laura. È di cosa vuol dire essere oro in un mondo di merda. Se per professionismo si intende “saper svolgere un’attività in maniera buona ed efficiente, affinché questa possa essere ripetuta nel tempo dando risultati di qualità crescente” – sì, il professionismo è questo -, allora va da sé che nell’Italia delle radio e dei dischi, c’è un evidente problema di qualità professionistica in ambito discografico. E a dirlo siamo il cattivissimo me, Mina e i foniatri.

Finiamo le birre, ci salutiamo ed Enrico se ne va. Rimango solo e continuo a pensare a Paola Cortellesi.
Ci penso e ci ripenso, googlo (neologismo, voce del verbo, googlare – dall’inglese to google) il suo nome e mi metto a cercare un qualcuno, un chiunque che si degni di dire che, oltre a essere un’eccellente attrice che spazia con grazia e eleganza dalla commedia al tragico, Paola è una delle migliori cantanti italiane del nostro tempo.
Non lo dice nemmeno la sua pagina wikipedia. Appunto, lo fa dire a Mina.
Anche su Youtube c’è pochissimo e, guarda caso, duetti con altre cantanti se ne vedono pochissimi. Ci credo. Tu discografico faresti cantare la tua Malika Ayane accanto a una che ti canta in faccia così che nemmeno Witney de no-artri?

Ma ti pare? chi se la fila anche solo a starci vicino mentre Paola canta.
Divento triste a pensare a quanto sarebbe stupendo se chi fa parte dei vertici discografici sapesse fare solo la metà delle cose in cui eccelle la Cortellesi. Conduzione, teatro, cinema, televisione, doppiaggio, canto.
Avete idea di quanto sarebbe piaciuta a Hollywood una come Paola Cortellesi?
E noi, che ce l’abbiamo qui e potremmo costruire su di lei programmi televisivi, festival di Sanremo e quant’altro, ecco, noi che facciamo? Le diamo uno stupidissimo David di Donatello e le facciamo fare la professionista. Badate, non la star. Non la diva. La professionista. Quella che, nell’ombra laboriosa dell’impegno e della ricerca professionale, rende tutto maledettamente bellissimo e – come solo i più grandi sanno fare – senza che nessuno se ne accorga. Tutto facile per Paola. Cantare, recitare. Tutto bellissimo come lo fa lei.
Se sei fortunata poi hai un pubblico educato nel tempo dai gorgheggi di Houston, dalla presenza scenica di Jackson o dall’ironia di Letterman. Ecco che diventi una star statunitense. E non perché sei in braccio a Maria ma perché hai dimostrato di avere competenze artistiche e performative di livello altissimo.
Se invece nasci e vivi in Italia e sei troppo brava per il mondo dello spettacolo, finisce che il provinciale e italico show-biz ha un po’ paura di te. Un po’ gli stai sul cazzo. Me lo immagino già il mondo dello spettacolo italiano che stizzito pronuncia Paola.
– Che è? Devi essere brava a fare tutto?! Smettila un po’ Paola, che qui dobbiamo lavorare tutti. E qui da noi si lavora meglio se lasciamo credere che anche una cassiera può diventare una cantante famosa. Chissene se poi la carriera della cantante cassiera dura due anni. Però qui si lavora e ci si aiuta tutti. Mediocri, sì. Ma insieme. Pure bellissima dovevi essere, Paola, mannaggia a te…-

Questo direbbe a Paola Cortellesi il nostro mondo dello spettacolo, se univoco potesse parlare.
E cos’altro potrebbe dire, il mondo dello spettacolo che altro non è che – come la politica, capiamoci…- lo specchio della nostra cultura. Veniamo educati alla musica durante le scuole dell’obbligo a suon di “My heart will go on” suonata con i flauti comprati a venti euro in cartolibreria. Lo sottolinea anche un vecchietto che recentemente ha vinto un Oscar come miglior colonna sonora e in America viene considerato uno dei più grandi compositori viventi: il maestro Ennio Morricone.
Ma che ci vuoi fare… siamo diventati amici di Maria e di Morgan e sentire cose alla radio che non ci impegnano e non ci ricordano quanto siamo pochevoli, alla fine della storia, ai più piace. La gente troppo brava è spesso narcisa e alla lunga o la aduli e finisci per creare un Olimpo sociale come la nuova Hollywood, oppure finisci per odiarla, accusarla di pedofilia e sperare che muoia.
Sono rari i casi delle persone eccezionali nelle arti performative e altresì bagnati da capo a piedi nel lago dell’umiltà e della discrezione. Paola Cortellesi è uno di quei casi. In un’altra vita è stata (sarà?) una star come lo è stata Whitney, come lo è Beyoncé. In questa, nel nostro paese, è solo un’incredibile professionista.

Triste pensare che cantanti italiane come Paola Cortellesi, se fossero nate in un sistema musicale anglofono avrebbero avuto tutt’altro corso e ben altro eco internazionale.
E sì, lo avrebbero avuto. Non venitemi a dire “E ma noi c’abbiamo Emma.” Dai.
Non esportiamo buona musica dai tempi di Volare. Mandiamo le burine agli Eurovision Contest. Due domande facciamocele.

Ripensando alla conversazione con il mio amico Enrico Antonio, sarebbe bastato fargli vedere questo video per mettere fine alla conversazione.

Sono le due cantanti migliori che abbiamo nel nostro squallidissimo e pochevole start system italiano. E manco lo sappiamo.

Potevo fargli vedere quel video e mettere fine alla questione.

Ma non l’ho fatto. E abbiamo cambiato discorso. Sono stato complice. Ora non voglio esserlo più.
Guardiamo in faccia la realtà e, con riverenza, chiniamo il capo di fronte all’importanza di chiamarsi Paola Cortellesi.

E aggiungerei: tante care cose.